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INIZIATIVA DEL 13 LUGLIO 2001 SULLA LEGGE 194 (ABORTO)

Per iniziativa del Circolo "N. Rebagliati" si é svolto il 13 luglio scorso con la partecipazione di Lidia Menapace, di Isabel Faunlo Y Cortès per la Chiesa Evangelica Valdese e del teologo don Giovanni Lupino, un dibattito sul tema "Aborto e libertà di coscienza - La legge 194 tra presente e futuro".
L'occasione ha preso spunto dalla presentazione, nell'attuale legislatura, di alcuni disegni di legge di modifica della 194, con l'intento di conseguire una riduzione degli spazi di autodeterminazione della donna e di limitare od escludere la possibilità di interruzione della gravidanza.
Ricordiamo che i dati Istat sull'IVG confermano la tendenza alla riduzione del fenomeno, mentre una modifica in senso restrittivo della legge riproporrebbe fatalmente il ritorno a pratiche di aborto clandestino.
Pubblichiamo di seguito un articolo sul tema di Isabel Y Cortés e segnaliamo che il Gruppo consiliare del Comune di Savona ha presentato una mozione sull'argomento.

Giancarlo Poddine


I protestanti italiani di fronte al dilemma dell'aborto

Le recenti polemiche parlamentari di cui è tornata ad essere oggetto la famigerata legge 194 del 1978 (recante “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”) contribuiscono a puntare ancora una volta i riflettori sulle molteplici problematiche connesse all’aborto volontario.

Tratteggiare in poche battute la posizione assunta dagli evangelici italiani nei confronti di tali delicate questioni non è compito facile dal momento che manca in materia una dottrina “ufficiale”, proveniente da una qualche autorità gerarchicamente sovraordinata cui è riconosciuta la potestà di impartire indicazioni etiche di carattere vincolante. Anche in sede morale vale infatti per i protestanti il principio della sola scriptura, sicché con riguardo a questa come ad altre problematiche morali le opinioni espresse dai singoli credenti ovvero dalle Chiese locali ben possono presentare sfumature diverse tra loro. Ciò non toglie che le maggiori rappresentanze del protestantesimo italiano, a partire dalla fine degli anni Settanta, abbiano voluto prendere parte al vivo dibattito che ha accompagnato la travagliata approvazione della legge 194, offrendo una propria impostazione evangelica al problema dell’aborto non solo in considerazione della sua notevole rilevanza sociale e culturale ma anche per l’opportunità di prendere le distanze dalla ben nota posizione sostenuta in merito dalla Chiesa cattolica. Quest’ultima infatti, nel definire ai tempi la legge 194 come un “bubbone infetto”, si è sempre battuta per la sua abrogazione in nome dell’Evangelo e della sacralità della vita, lasciando quasi a intendere che a fronte delle problematiche in esame non vi siano alternative di sorta: o si è credenti e per questo contrari a qualsiasi forma di aborto ovvero l’aborto volontario è in tutti i casi incompatibile con il messaggio cristiano. Qualche indicazione importante sulla maggiore complessità dei termini della questione rispetto a questa riduttiva contrapposizione emerge a chiare lettere sia dai vari pareri espressi in tema dalla “Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia” sia dal documento approvato dal Sinodo valdese e dalla Conferenza metodista l’11 agosto 1978 e da quelli che lo hanno succeduto. In essi, il costante riferimento al valore della “positività” dell’esistenza (ribadito da ultimo nel documento approvato dal Sinodo Valdese del 1998) così come la considerazione dell’aborto come ‘male’, talora necessario e in ogni caso realtà sociale ineliminabile a colpi di sanzioni morali e giuridiche, valgono innanzitutto a chiarire come le chiese protestanti non abbiano mai espresso una posizione abortista toutcourt. In altre parole, il sostegno manifestato dagli evangelici italiani nella lotta contro la penalizzazione dell’aborto e a favore di una regolamentazione giuridica del fenomeno che consenta alla donna, al verificarsi di determinate condizioni, di scegliere se proseguire o meno una gravidanza indesiderata o particolarmente gravosa, ben lungi dal poter essere interpretato come un atteggiamento di favore o di resa nei confronti dell’aborto (anzi a chiare lettere ripudiato come strumento di controllo delle nascite), va piuttosto letto come una manifestazione di rispetto nei confronti dell’autonomia dello Stato italiano e delle sue leggi in virtù del principio della non ingerenza reciproca. Altro è infatti il problema giuridico e dunque l’esigenza che l’ordinamento a fronte di una piaga sociale qual è l’aborto clandestino si adoperi a risolverlo con gli strumenti più adeguati a sua disposizione, altro è il problema morale della coscienza cristiana di fronte a una drammatica scelta, scelta che sfugge agli schemi legali e impone invece, in un’ottica evangelica, il porsi all’ascolto della Parola di Dio. Certo, come ebbe modo di commentare tempo addietro il teologo Sergio Rostagno (1981), non si può chiedere allo Stato di esimersi dal sanzionare l’aborto volontario e poi, come Chiesa, penalizzarlo, continuando a discorrere di aborto in termini di “peccato” e di “colpa”, associazioni queste che sembra vadano piuttosto rivisitate e reinterpretate alla luce dell’annuncio evangelico di speranza, di liberazione e di grazia. Il che ovviamente non significa che la Bibbia sia possibile trovare una giustificazione morale dell’aborto capace di “metterci la coscienza a posto”. Di fronte al dilemma morale dell’interruzione volontaria di una gravidanza che rimane, almeno per i credenti, segno di una lacerante lotta e divisione interna, l’etica protestante preferisce piuttosto appellarsi alla responsabilità del credente, rivolgendosi cioè alla coscienza di colei/colui che è chiamato a compiere e a rispondere delle proprie scelte di fronte a Dio senza imposizioni da parte di intermediari esterni. E sotto questo aspetto, inutile dirlo, un ruolo del tutto significativo è rivestito dalla donna alla quale, se non altro in considerazione del peculiare rapporto di identificazione fisiologica che lega il corpo della madre al feto sin dai primi mesi di gestazione, va riconosciuta l’ultima parola in merito a una scelta alla quale comunque non può essere abbandonata, se è vero anche che l’esercizio della autodeterminazione da parte della potenziale madre in nessun caso può prescindere dalla interdipendenza reciproca dei rapporti umani.

Il centrale richiamo alla responsabilità non solo dei singoli ma anche della società intera chiamata a sostenerli piuttosto che a condannarli, rende in ogni caso impossibile, sul piano morale, la possibilità di formulare regole formali e astratte valide per tutti. Non essendovi infatti magisteri o gerarchie in grado di dare una risposta unica, sempre valida alle mutevoli situazioni esistenziali che tessono la realtà umana, l’unico punto di riferimento per i credenti rimane il messaggio evangelico.Ma si badi bene, il Vangelo non sembra offrire casistiche morali né a detta di autorevoli teologi e biblisti, in esso è dato di rilevare alcun divieto espresso dell’aborto volontario. Gli stessi indicatori della protezione divina sulla vita prenatale contenuti nel Vecchio Testamento o almeno quelli interpretati come tali (cfr. fra gli altri: Geremia 3, 5.; Isaia 49, 13; Giobbe 10, 8-12; Salmi 22, 10; 71, 6; 139, 13) sono piuttosto discutibili e in tutti i casi non si sottraggono al sospetto di essere dati storicamente condizionati e che lungi dall’esprimere valori assoluti e perenni, non possono essere strumentalizzati per sancire norme eterne. La facile soluzione dei divieti e dei permessi è dunque illusoria e un’indicazione evangelica di fronte al problema della maternità e dell’aborto va cercato in altra sede e in particolare in quel messaggio centrale dell’ “agape” che è l’amore di Dio per noi. Un amore che non è unilaterale, non fa distinzioni fra una vita e l’altra, non mette l’uno contro l’altro, la madre e il nascituro; un amore che comprende in sé tanto il dono della potenzialità di vita insita in un concepimento quanto la misericordia per una madre o una coppia impossibilitati, in coscienza, ad accogliere questo dono. E se la maternità e la paternità sono doni troppo preziosi per essere imposti, l’Evangelo, anche di fronte alla drammatica scelta dell’aborto, chiama i credenti alla libertà (Galati 5, 13), ad essere adulti responsabili e non più bambini cui viene indicato cosa fare o come bisogna comportarsi. In conclusione, e per dirla con le parole del Sinodo (cfr. documento Sinodo 1998): “Il singolo atto di interruzione volontaria della gravidanza resta un atto negativo. La discussione etica nasce dalla consapevolezza e dalla volontà di modificarne positivamente le circostanze”. Pertanto, attraverso un percorso che passa dalla promozione di una procreazione libera e consapevole alla graduale sconfitta dell’irresponsabilità, dell’intolleranza e delle ipocrisie, l’obiettivo ultimo cui tende l’impegno dei credenti rimane quello dell’eliminazione di qualsiasi forma di aborto e con esso, di ogni manifestazione dell’inquietante cultura di morte che ci circonda.

Isabel Fanlo Cortés