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LA STRADA DELLA
PACE RESTI APERTA
INTERVENTO IN CONSIGLIO COMUNALE DEL 25/7/06 su
Ordine del giorno “ritiro
truppe dall’Afghanistan”
presentato dalla Cons. Turchi.
Qualche
anno fa, proprio in questa sala, all’inizio del conflitto in
Afghanistan, ci fu una seduta di Consiglio Comunale aperta, alla quale
intervennero numerose Associazioni e Organizzazioni pacifiste, e anche
la sottoscritta parlò, a nome delle Donne in Nero, per dire, il proprio
NO alla guerra.
Sono passati un po’ di anni, ma da allora (cito fonti pubblicate sui
giornali, compreso il New York Times) in Afghanistan i morti civili sono
circa 50.000. Su quel paese è stato sganciato altrettanto esplosivo di
quello lanciato dagli alleati nella seconda guerra mondiale.
Un Paese con un Parlamento nel quale, secondo l’organizzazione per la
tutela dei diritti umani (Human Right Watch), siedono attualmente 40
comandanti di milizie, 24 membri di gang criminali, 17 trafficanti di
droga, 19 uomini accusati di violazioni dei diritti umani.
Un Paese che, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, rischia di
diventare un Narco-Stato, dove di applica la sharia, è tornato in vigore
il “ministero per la prevenzione del vizio e la promozione della virtù”
e dove le donne, vi ricordate, quelle donne che tanto avevano allora
turbato ed indignato le emancipate coscienze occidentali, quelle donne
si muovono ancora sotto il burqa.
E' questo il risultato di quasi cinque anni di intervento in
Afghanistan.
In Afghanistan si trascinano dall’autunno del 2001 le conseguenze di una
guerra incapace, come tutte le avventure militari, di produrre processi
di pace e di convivenza.
Per tutto questo, Il nostro obiettivo é il ritiro delle truppe italiane
dall’Afghanistan, ed una radicale trasformazione della presenza dell’ONU
e dell’Unione Europea in quel paese, e in tale direzione ci sentiamo
impegnati insieme a tutte le associazioni pacifiste, le organizzazioni
sociali, le forze politiche che si battono per questo obiettivo.
La questione del voto parlamentare sul rifinanziamento della missione in
Afghanistan non è nè “morale” né di coscienza.
Penso, tuttavia, che la coscienza si debba confrontare con le
opportunità che la storia o il caso ci concede, sapendo cogliere i
limiti che questo vuol dire. Senza rischiare di svegliarci in un incubo
peggiore dell’attuale, senza temere di non aver dato un’altra
possibilità alla pace.
Il movimento contro la guerra ha imposto al governo italiano il ritiro
delle truppe dall’Iraq. Oggi più di ieri abbiamo bisogno di riprendere a
costruire un movimento capace di mettere in discussione la
partecipazione del governo ad altri teatri di guerra come in
Afghanistan. Il ritiro del contingente militare italiano dall’Iraq
rappresenta una svolta importante sulla quale costruire una nuova
politica estera di pace.
Non sarà infatti sufficiente il rimpatrio del contingente italiano
dall'Iraq o dall'Afghanistan, o un nuovo appello alla trasformazione in
senso democratico delle Nazioni Unite se non si definisce in maniera
trasparente il ruolo che l'Italia vuole svolgere per contrastare la
logica della guerra infinita.
La situazione di estrema gravità che sta infuocando il Medioriente ci
porta necessariamente ad uscire dal dibattito sulle questioni relative
alle "missioni militari" portato avanti dalla politica istituzionale e
ci costringe ad andare oltre i meccanismi di ingegneria parlamentare
che, dinanzi alla catastrofe medio-orientale appaiono “fuori tempo”.
Oggi, in questo momento, è urgente che si dica con forza, con quanta più
forza è possibile: BASTA! SI FERMI L’INVASIONE IN LIBANO, INTERVENGA
L’ONU DIRETTAMENTE E SUBITO.
La società civile, la politica, le istituzioni facciano convergere gli
sforzi in tutte le sedi per ottenere una tregua senza condizioni.
Basta con l'unilateralismo, basta con gli interessi di parte, basta con
la politica di due pesi e due misure che hanno contribuito a distruggere
il processo di pace e hanno alimentato la spirale di radicalizzazione e
intolleranza in tutta l'area.
Solo il rispetto rigoroso del diritto e della legalità internazionale,
da parte di tutti, può spegnere l'incendio in Medio Oriente.
La comunità internazionale si impegni per l'applicazione di tutte le
risoluzioni delle Nazioni Unite finora disattese''.
E per Israele e Palestinesi un'unica via di soluzione: due popoli, due
Stati.
A chi vuole faziosamente leggere tutto questo come “antisemitismo”,
rispondiamo con le parole di un appello, lanciato dai pacifisti
israeliani:
Non più Pazzia Militarista!
Basta con l'illusione unilaterale!
Basta con le uccisioni di civili in Libano, Israele e Gaza!
Iniziate i negoziati politici!
L'unica vera difesa, l'unica maniera di garantire un futuro diverso, un
futuro di pace e sicurezza, è di risolvere la causa delle ostilità, di
risolvere il conflitto tramite negoziati, tramite il compromesso,
mettendo fine all'occupazione e stabilendo relazioni paritarie e
rispettose tra Israeliani e Palestinesi e tra Israele e le nazioni
confinanti.
Sembra folle? È l'unica cosa sensata da fare. Il rombo delle esplosioni,
l'odore di bruciato e i fiumi di sangue sono la vera follia.
Per tutto questo, per tutto ciò che ancora c’è da fare, ABBIAMO BISOGNO
CHE LA STRADA ALLA PACE RESTI APERTA.
Noi qui, svolgiamo un ruolo politico e da un politico ci si aspetta non
già la purezza e nobiltà di un pensiero, quanto la capacità di creare
consenso attorno a un'idea, un programma; ma anche la capacità quando
non si e' maggioranza all'interno di una coalizione, di ottenere il
massimo ben sapendo però che il massimo non vuol dire tutto e che
l'alternativa al tutto non può essere il niente.
Questo non significa immiserire la coerenza con i valori, ma misurarsi
con i limiti umani.
Cercare - e trovare - non solo la pace delle nostre coscienze, ma le vie
della pace.
Savona, 25/7/06 MILVIA PASTORINO - Capogruppo consiliare PRC
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