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IL LAVORO CHE UCCIDE PIU' DELLA CRIMINALITA'
A Savona una seduta del Consiglio Comunale dedicata alle stragi sui posti di lavoro

Il tema che affrontiamo oggi è un tema di una gravità allarmante, e la presentazione bipartisan dell'ordine del giorno di questo Consiglio Comunale, così come la presenza di tanti rappresentanti delle istituzioni e delle parti sociali, ne è una dimostrazione.

Condividiamo appieno lo spirito di questo Consiglio Comunale, che è quello, innanzitutto, di recepire e segnalare all'opinione pubblica in generale ed alle istituzioni che governano a vari livelli il nostro Paese, in particolare, quella che è, e come tale dovrebbe essere affrontata: una emergenza per il nostro Paese. Dico dovrebbe perché, nonostante il Censis (se ancora ce ne fosse stato bisogno) abbia messo in risalto che in Italia si muore molto di più di lavoro che di criminalità, ben altre sono le priorità che questo Governo, su tema della sicurezza, ha indicato.

Le morti sul lavoro appaiono troppo spesso come accadimenti casuali e fatali, e come tali: inevitabili. Davanti a questa strage quotidiana parlare di casualità diventa offensivo ed inaccettabile. Anche lasciando al caso la sua libertà incontrollabile, le condizioni di lavoro sono in realtà prevedibili. Il rischio è definibile e individuabile. O almeno dovrebbe.

L'osservanza delle precauzioni, la formazione professionale adeguata, lo studio dei tempi, la verifica preliminare delle condizioni: tutto potrebbe aiutare a ridurre il rischio e a confinarlo davvero all'azione del caso. Eppure sappiamo, perché le morti sul lavoro non diminuiscono e si ripetono con la regolarità dei fenomeni atmosferici.

Perché la vita di chi svolge lavori a rischio vale poco. E la sua salvaguardia conta meno della velocità d'esecuzione dei lavori. E la stanchezza non è misurata con il metro della resistenza umana ma con i tempi medi di produzione. E il costo delle misure di sicurezza è eccessivo per l'economia della produzione. E la sorveglianza pubblica sulle imprese è troppo spesso insufficiente. Si possono spendere miliardi per incoraggiare il consumo, ma non si trovano fondi per prevenire gli incidenti sul lavoro. Sono fatali. Devono accadere. Accadono. Si trovano capitali per le aziende in crisi, ma solo poche lire vanno ai risarcimenti per le morti sul lavoro.

La sacralità della vita, che tanto spesso sentiamo invocare, nel mondo del lavoro: normale, faticoso, poco pagato, non esiste. Non può non allarmare, ad esempio, il numero di incidenti, spesso mortali che si sono verificati ancora in questi mesi, nei grandi gruppi industriali: alla Fiat, alla Fincantieri, all'Ilva, alla ThyssenKrupp, ove ci sarebbero tutte le risorse e le competenze per garantire la sicurezza di chi lavora.

Davanti a tanti morti si sente spesso affermare il principio per il quale la salute è un bene comune da tutelare avanti a ogni altra cosa, e per fare questo tutti si dichiarano pronti a fare la propria parte. Ma se è così come interpretare le parole della Presidente della Confindustria Siga Marcegaglia che, nel suo discorso di insediamento, non ha tralasciato di chiedere al governo la modifica delle norme restrittive appena introdotte dal testo Unico, criticandone il carattere sanzionatorio? Ed ancora, come leggere la posizione, proprio del Ministro del lavoro Sacconi che, ancora prima di insediarsi e a più riprese dopo, non ha taciuto l'intenzione di rivedere il decreto sulla sicurezza approvato dal governo precedente. In particolare le sanzioni alle imprese che sbagliano, giudicate troppo pesanti? Quando è evidente che le norme sulla sicurezza debbono contenere anche delle pene per chi non le rispetta ed è altresi' vero che la depenalizzazione di questi anni dei reati connessi alla sicurezza sul lavoro è stata parte del contesto nel quale si è sviluppato il degrado della condizione di lavoro che produce gli infortuni e le morti.

E non è forse allarmante, il fatto che, nella conversione in legge del decreto legislativo n. 97 del 3 giugno 2008 (che non tratta di materie relative alla salute dei lavoratori ma di materie fiscali nonché dell'intervento di sostegno finanziario all'Alitalia) sono state inserite proroghe dei termini di applicazione di alcune norme del Testo Unico, che dalla data prevista del 29 luglio 2008 sono state spostate al 1 gennaio 2009, quali ad esempio: l'obbligo per le aziende di identificare i pericoli derivanti dal tipo di attività e la conseguente valutazione dei rischi fatta con l'apposito documento (DVR); la comunicazione da parte delle aziende, All'Inps e All'Ispels di tutti gli infortuni, compresi quelli di un giorno.

O che, con alcuni provvedimenti contenuti nell'ultima finanziaria, l'esecutivo abbia tolto gli indici di congruità negli appalti, e che abbia peggiorato le norme sugli orari di lavoro e la precarietà. Proseguendo di questo passo si rischia che Il Testo Unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, sia svuotato di significato e diventi un concentrato di buoni propositi.

No, non bastano i bei pronunciamenti e non stiamo parlando di fatalità: stiamo parlando di sicurezza sui luoghi di lavoro e quindi: di condizioni di precarietà, di lavoro nero, di ritmi e di orari di lavoro. Stiamo parlando dell'urgenza di legalità e di regole che affermino una cultura del lavoro basata sulla centralità e sulla tutela dei diritti dei lavoratori e sul pieno riconoscimento e rispetto delle organizzzioni sindacali che li rappresentano.

COMMISSIONE LAVORO PRC SAVONA
Savona - 9 Ottobre 2008