|
|
SENZA SVENDERE E SENZA RIGIDITA'
Prima, durante e (quasi) dopo la
crisi di governo
E'
un paradosso clamoroso, ha il sapore amaro della beffa. Mercoledì al
Senato è venuta meno la maggioranza numerica nel momento e sul tema che
registravano la massima coesione della maggioranza politica. E’ sul fronte
della politica estera, infatti, che il governo Prodi ha marcato in questi
mesi la più netta innovazione rispetto alle scelte del precedente
esecutivo.
Nella sua relazione di mercoledì, il ministro D’Alema aveva ribadito con
grande precisione le pietre angolari di questa nuova politica estera:
denuncia della strategia unilaterale adottata dall’amministrazione Bush (e
in Italia da quella Berlusconi), centralità della politica
euromediterranea e dell’impegno per la risoluzione pacifica del conflitto
israelo-palestinese, uso crescente dello strumento civile a scapito di
quello militare nelle missioni internazionali, pur all’interno di una
riconfermata lealtà alle alleanze internazionali.
D’Alema si era poi spinto oltre. Affrontando il nodo delicatissimo della
missione afghana aveva chiarito al di là di ogni dubbio l’intenzione di
adoperarsi attivamente per ottenere un cambio di strategia, sfruttando a
tal fine le occasioni offerte dall’agenda dell’Onu, in particolare dal
dibattito del prossimo ottobre sulla conferma delle missioni, ma anche
impegnandosi per la convocazione di una conferenza internazionale. Allo
stesso tempo, il ministro aveva chiaramente affermato la decisione di
privilegiare, nell’immediato e a maggior ragione in prospettiva, il
versante cooperativo della missione in vista di uno sbocco politico della
crisi.
Nonostante il franco dissenso sulla nuova base di Vicenza, il Prc è sempre
stato cosciente della profondissima innovazione introdotta dal governo di
centrosinistra in politica estera. A maggior ragione, lo è stato dopo la
relazione del ministro degli Esteri. Identica e convinta condivisione era
stata peraltro espressa da tutti i gruppi dell’Unione: tanto più assurdo e
a prima vista incomprensibile risulta pertanto l’esito del voto.
La scelta dei senatori a vita è libera e insindacabile. Quegli esponenti
dell’Unione (pochissimi) che ieri hanno criticato il senatore Andreotti
per la sua fatale astensione hanno senza dubbio sbagliato. Senza voler
sindacare nulla, è però lecito chiedersi cosa abbia spinto i senatori
Andreotti e Pininfarina a votare contro il governo dopo una relazione che,
almeno il primo, pareva invece condividere. E’ impossibile evitare il
sospetto che quelle astensioni abbiano veicolato un dissenso che non
riguardava la politica estera ma piuttosto l’introduzione dei Dico. Non si
tratta di immaginare complotti, ma solo di prendere atto delle fortissime
pressioni esercitate dalle gerarchie vaticane, con tutti i molti mezzi a
loro disposizione, per bloccare la legge sulle Unioni civili.
Chiedersi se a provocare la caduta del governo sia stata davvero la
politica estera non può tuttavia indurre a sottovalutare il ruolo
destabilizzante esercitato in questi mesi, e anche in questi ultimi
giorni, dai cosiddetti “dissidenti” dell’Unione. A provocare la sconfitta
del governo non sono state le astensioni dei senatori Ferdinando Rossi e
Franco Turigliatto, come fanno credere quasi tutti i giornali di ieri. Se
anche avessero votato a favore, la relazione del governo sarebbe stata
sconfitta per un voto.
Tuttavia
i dissensi “di sinistra”, le continue indecisioni, le martellanti
apparizioni sui giornali, le ricorrenti minacce di far mancare il proprio
voto hanno creato un varco, offerto un’occasione e un alibi, reso facile
il lavoro ai molti che non vedevano l’ora di accollare alla sinistra
alternativa la responsabilità della crisi. Poco importa, di fronte a un
simile (ma del tutto prevedibile) bombardamento, ricordare che non una
sola volta, incluso il voto di mercoledì, il governo è stato battuto per
responsabilità della sinistra alternativa. Alcuni dirigenti dell’Unione e
gli editorialisti di importanti quotidiani non se ne curano: dalle loro
parole trasuda l’impazienza di metterci il bavaglio
Questa incapacità di comprendere la necessità, non di piegarsi a una
realpolitik, bensì di valutare l’azione del governo nel complesso,
misurandosi sulle strategie di fondo e non sulle scelte particolari, è
stata incomprensibile ed esiziale. Il danno per il paese, per la sinistra
e per il Prc quasi incalcolabile. Il Prc, cioè il partito che con maggior
convinzione aveva sostenuto in aula la relazione del ministro degli
Esteri, è apparso, per responsabilità di un singolo e neppur determinante
voto, come responsabile di una crisi che si era adoperato più di ogni
altro per evitare.
La situazione è difficile e pericolosa. Ma la coesione politica raggiunta,
su un terreno molto avanzato, in occasione del dibattito sulla politica
estera costituisce una risorsa preziosa, indica la sola via possibile per
superare la crisi. Si tratta di trasformare quella maggioranza politica in
maggioranza anche numerica, muovendosi all’interno del perimetro tracciato
dal programma dell’Unione. Senza svendere nulla ma anche senza inutili
rigidità. Si tratta anche di chiarire, una volta per tutte, che la fiducia
in un governo non può esaurirsi nel voto iniziale, ma deve riguardare
anche le sue scelte particolari, almeno sino a quando queste non siano
tali da rimettere in discussione la sua ispirazione di fondo e la sua
strategia complessiva.
Raggiungere l’obiettivo non sarà facile e non sarà indolore. Costerà
fatica e costerà sacrifici che si sarebbero facilmente evitati senza
l’irresponsabilità di alcuni. Il percorso è diventato più aspro. La nostra
bussola non può che essere, ancora una volta, la condivisione delle
iniziative dei movimenti e il “saper fare” nella difficile dialettica
istituzionale. Bisogna saperlo.
GIOVANNI RUSSO SPENA, da
Liberazione del 23 febbraio 2007
nelle foto: in alto, Romano Prodi
in basso, Franco Turigliatto
|
|