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III CONFERENZA NAZIONALE DEI GIOVANI COMUNISTI

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RIGENERAZIONI
G*C: l’autonomia di una generazione che diserta, disobbedisce, ama!


PARTE I

“Non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli” (V per Vendetta)

Il Governo Berlusconi è sconfitto. A batterlo è stato il movimento dei movimenti, fatto di sindacati, associazioni, collettivi, una generazione politica che in questi anni ha opposto all’arroganza del potere il conflitto e la partecipazione. In cinque anni questo binomio ha mobilitato milioni di donne e uomini. La fine del Governo delle destre è quindi anche frutto dell’incontro tra una domanda di cambiamento e la nascita dell’Unione. Se Berlusconi non è più alla guida del paese, il berlusconismo non è ancora sconfitto, anzi esso si è dimostrato ben più forte ed egemonico nella società di quanto noi stessi abbiamo percepito. Noi, parte della moltitudine di donne e uomini che ha invaso le strade per manifestare contro le destre, non ci siamo resi conto della potenza pervasiva del neoliberismo, che ha saputo costruire intorno a sé un consenso ideologico. Infatti abbiamo ragione di ritenere che a determinare il consenso al centro destra non siano state le uscite dell’ex Presidente del Consiglio, ma il cambiamento della società italiana dentro i processi di globalizzazione. Per questo possiamo affermare che se in Italia non si è determinata, come in Germania, una “grosse koalitione” la causa non sta nel bipolarismo perfetto. I poteri forti, da Confindustria alle gerarchie ecclesiastiche, hanno esercitato tutta la pressione possibile per impedire l’alternanza, passaggio necessario, qui ed ora, per l’alternativa di società. Essi hanno infatti lavorato dal giorno successivo le elezioni per determinare una convergenza al centro che è stata impedita da un vincolo sociale esercitato dal movimento dei movimenti e dalla presenza (non isolata né di testimonianza) nella sfera della politica del Partito della Rifondazione Comunista. Questo vincolo sociale è nato nelle strade di Genova nel 2001, e la contestazione del G8 ne è stato il primo germoglio.

Ingovernabili

Vincere le elezioni, “andare al Governo” viene ritenuto comunemente l’obiettivo di un partito, la “presa del potere” come fine. Questa convinzione, largamente diffusa anche nel centro-sinistra, in questi anni è stata messa in discussione dal nostro partito, tanto più dopo un’analisi della attuale concentrazione del potere. Il potere nella globalizzazione neoliberista è esercitato spesso da organismi sopranazionali e da multinazionali, che non hanno alcuna legittimazione democratica: Banca Mondiale, WTO, G8. Questi organismi decidono molto di più dei governi nazionali a cui viene lasciato il mero compito di amministrare decisioni imposte. È questa “amministrazione” che i movimenti hanno sottoposto a dura critica con pratiche di democrazia diretta a partire dai territori. E’ uno dei motivi di fondo per cui pensiamo che non possa esserci per noi un governo “amico”. E’ tuttavia indubbio che l’interruzione del governo delle destre era una condizione affinché si aprissero spazi di democrazia sino a ieri negati: la grande maggioranza degli italiani è contraria alla guerra in Iraq, eppure le nostre truppe sono ancora lì. Il governo dell’Unione non ha ricevuto una delega in bianco, ma un consenso per impedire che le politiche neoliberiste e di guerra continuino a falcidiare i diritti sociali e civili. Per questo pensiamo (e per questo agiremo) che il governo dell’Unione è una condizione necessaria, ma di certo non sufficiente, per una iniziativa che apra nella società spazi di democrazia e giustizia sociale, il governo come spazio tattico e non strategico. Ci sono domande nella società che investono direttamente e immediatamente la responsabilità dell’esecutivo. Si può lavorare per un governo partecipato che incontri i bisogni e i desideri degli “invisibili”, lo dimostrano alcune esperienze dell’America latina: dal Venezuela alla Bolivia, dall’Argentina alle comunità ribelli del Chiapas, ciascuna con le proprie specificità ci narra della possibilità di una alternativa che si contrappone ai diktat del governo Usa. C’è un desiderio comune tra le popolazioni subalterne dell’America latina e quelle del nostro Paese: accedere a una possibilità di cambiamento.

Il cambiamento è possibile solo se si rimuovono una dopo l’altra le leggi che ostacolano il cammino verso una vera riforma. E’ questa la prima prova che si porrà nell’immediato, e noi Giovani Comunist* dobbiamo accettare questa sfida rimanendo autonomi dal governo e dal partito. Questa autonomia non dovrà essere una rivendicazione di bandiera, ma il nostro modo di organizzare una risposta convincente alle domande di cambiamento e partecipazione. Per dirla in maniera semplice il nostro terreno di azione non è il governo ma la società. Bisogna però fare attenzione, perché la subalternità al governo può realizzarsi sia diventando il suo ammortizzatore sociale, la sua grancassa, ma anche essendo aprioristicamente contrari. Appiattire le nostre scelte politiche future su una di queste due modalità ci confinerebbe nel politicismo. I nostri riferimenti, al contrario, devono continuare ad essere il movimento, le associazioni, i sindacati e le sensibilità con cui abbiamo camminato insieme. Conflitto e consenso continuano ad essere le nostre direttrici. Se una scelta del governo è sbagliata non ci interessa quale sia il segno di quel governo: le\i G.C. sono col movimento, con la società che si oppone a quella scelta. L’autonomia della nostra organizzazione risiede nella “connessione sentimentale” e sociale con la nostra generazione.

Guerra alle/agli uman*

“contro la guerra dei potenti ora e sempre disobbedienti!” (da una qualunque manifestazione contro la guerra)

“Di fronte alla via del terrore… Viva l’amore militante!!!” (scritta su un muro di Caracas)

Neoliberismo, guerra e terrorismo sono gli avversari con cui fare i conti. La povertà si è diffusa nel globo e anche nelle società Occidentali l’impoverimento progressivo di larghe parti della popolazione ci consegna un presente incerto e un futuro carico di paura per la stessa nostra vita. E’ infatti la stessa umanità ad essere nel mirino delle bombe tecnologiche e umane. La crisi del neoliberismo ha fatto detonare ordigni da Oriente a Occidente: lo scontro di civiltà si presenta come ragione giustificativa della guerra e del terrorismo. La coppia amico nemico, quest’ultimo da annientare, fa tornare attuale la minaccia atomica. Il confronto tra le potenze mondiali torna a misurarsi con gli armamenti, dagli Usa all’Iran, dall’India alla Russia, da Israele alla Cina risorse sempre maggiori vengono impiegate per l’industria della “sicurezza preventiva”. Ma l’attacco dell’11 settembre ha svelato una nuova potenza, la jihad globale che si propone come l’altra faccia dell’impero Usa. Guerra e terrorismo inducono paura, le popolazioni sono costrette a cedere libertà e diritti in cambio di “sicurezza”, così vengono ridotti gli spazi di democrazia. L’unica alternativa è il movimento pacifista globale. Il disarmo è l’unica risposta possibile alla diffusione di una logica militare che arruola le popolazioni nello scontro tra il Bene e il Male. Il ritiro delle truppe dall’Iraq, la fuoriuscita dalla tragedia afgana, il rispetto delle risoluzioni dell’Onu per la Palestina, l’intervento diplomatico internazionale nel Caucaso come nelle guerre che insanguinano l’Africa sono atti di civiltà. Il movimento pacifista ha ribadito nel Forum Sociale di Atene la necessità di battersi per la fine delle occupazioni e per il disarmo.

Nel nostro Paese l’abolizione della leva militare e il passaggio all’esercito professionale ha di fatto imposto la leva obbligatoria per le giovani e i giovani che vivono sulla soglia di povertà, come già è accaduto negli Usa. Noi abbiamo deciso di disertare, disobbedire, resistere alla guerra globale attraverso azioni dirette non violente: il boicottaggio delle merci e delle banche armate, il “trainstopping”, l’interposizione, come abbiamo fatto in Palestina per bloccare carri armati, la cooperazione e la diplomazia dal basso, come ci racconta la nostra esperienza in Chiapas. Esercitare il diritto di resistenza qui e ora significa mettersi in gioco e non esultare per un elicottero statunitense abbattuto. Non decidiamo noi la legittimità di un popolo a resistere all’occupazione, questo è sacrosanto, tanto che esso è sancito nel trattato di Ginevra, ma dobbiamo volere sempre la salvaguardia della vita dei civili.

Nuova democrazia: conflitto e partecipazione.
“la sinistra propone di rendere uguali il figlio del professionista e quello dell’operaio” (S. Berlusconi, 2006)

".. Del resto, mia cara, di che si stupisce?/ anche l'operaio vuole il figlio dottore/ e pensi che ambiente che può venir fuori:/ non c'è più morale, contessa…" (P. Pietrangeli, 1966)

L’apertura della fase di guerra globale permanente, l’utilizzo della paura e del terrore come strumenti di gestione e riproduzione del potere, il predominio dei mercati internazionali sugli stati segnano la crisi verticale delle democrazie moderne. In questo quadro è necessario rilanciare la centralità strategica di una nuova democrazia fondata sulla partecipazione, oltre la delega.

In Italia lo svuotamento delle assemblee rappresentative a favore degli esecutivi, la personalizzazione della politica sul modello presidenzialista, la riorganizzazione dei poteri amministrativi ed esecutivi sul modello federalista, mettono in discussione la Costituzione nata dalla Resistenza. Il corollario a questa riorganizzazione autoritaria dello Stato è la cosiddetta devolution che dobbiamo bloccare col referendum del 25/26 giugno. La devolution permette la riduzione e lo smembramento dei principali diritti sociali: la mobilità, la sanità, l’istruzione, la formazione professionale e i meccanismi di garanzia interni al mondo del lavoro, come il sistema del collocamento. Tutto ciò insieme alla riduzione del trasferimento di risorse dallo Stato alle regioni che comporta il permanere in una condizione di povertà per le aree del sud. L’unico antidoto alla crisi della democrazia è la partecipazione, rimettere al centro le assemblee elettive, dal livello locale sino al Parlamento europeo, affinché si riduca la distanza tra “il Paese reale ed il Paese istituzionale”. Il diritto di voto per le migranti e i migranti, il bilancio partecipato, le proposte di legge d’iniziativa popolare sono alcuni strumenti di partecipazione diretta da praticare e per cui batterci.

L’altra Europa

La nascita di questa Unione Europea mostra tutti i difetti ed i limiti delle burocrazie, delle tecnocrazie che sono gli attori di una nozione dirigista ed antidemocratica di società. Il processo costituente è stato attuato contro i popoli dell’Unione Europea, così come prova la sconfitta del Trattato nel referendum francese. Il problema principale è l’inesistente coinvolgimento dei cittadini alla scrittura della Costituzione europea e l’esclusiva partecipazione dei governi alla stesura. Il mancato consenso e partecipazione delle popolazioni è giunto sino al punto di estromettere gli stessi cittadini anche dalla consultazione sui principi generali che avrebbero dovuto regolare questa carta costituzionale, come conferma la genesi della cosiddetta ”carta dei diritti” di Nizza.

Dalle manifestazioni di Nizza ad oggi ci battiamo, e continueremo a farlo, contro un’Europa a diverse velocità, per una redistribuzione del reddito e delle ricchezze e contro il modello della globalizzazione capitalistica, per l’estensione di diritti e garanzie ai/alle cittadin* ed ai/alle migranti in Europa, e contro i processi di delocalizzazione e di sfruttamento. Tutti questi diritti non possono poi prescindere dal bisogno ineliminabile di pace, è per questo motivo che siamo contro l’esercito europeo.

Organizzazione, un ritorno al futuro

La nostra è la prima generazione politica del terzo millennio. Siamo la generazione di Genova 2001 non per nostalgia ma per formazione: quest’esperienza ha costruito il senso di un’appartenenza politico-culturale anche per quell* che lì non c’erano. Conosciamo infatti il potere dell’evento simbolico, nella società globale: l’11 settembre 2001 e con esso l’inizio della “guerra globale permanente”. Leggere questi passaggi con schemi classici per tant* di noi è semplicemente impensabile; come per noi è materialmente impossibile pensare alla vita e al lavoro in un tempo in cui la precarietà ha cambiato la percezione del tempo e dello spazio. Prima delle giornate di Genova eravamo la “generazione X”, indefinibili e invisibili: solo una fascia di mercato a cui imporre nuovi stili di consumo.

Essere Giovani Comunist* prima di Genova poteva significare, nella ipotesi più generosa, essere figli, di una storia senza futuro. La scelta di far parte del movimento dei e delle disobbedienti ha riconnesso la voglia di cambiare il mondo con l’organizzazione politica. In questi anni abbiamo imparato che la politica è prima di tutto ricostruzione di spazi di socialità tra divers*, e che l’agire collettivo, plurale, orizzontale, aperto ma allo stesso tempo capace di azione, è la sfida necessaria per costruire una nuova organizzazione delle/dei Giovani Comunist*. È per questo che non c’è stata nessuna vertenza, conflitto, movimento a cui non abbiamo partecipato, in queste esperienze ci siamo contaminati con culture, storie, generazioni diverse dalle nostre. In particolare con l’esperienza delle/dei disobbedienti si è posto per noi il tema dell’identità, dell’appartenenza: solo allora abbiamo compreso che la nostra si definiva come una comunità aperta e in quel percorso abbiamo capito che l’identità è un processo, ma anche la memoria di una sfida che ha mosso uomini e donne in tutto il mondo. E’ per questo che non abbiamo mai pensato di sostituire Che Guevara con Marcos, ma che attraverso di essi possiamo guardare negli occhi tutt* i/le subaltern* della terra e con loro condividere la parola “rivoluzione”. E’ per questo che abbiamo sentito come nostri fratelli e nostre sorelle quelle e quei migranti con cui abbiamo provato a distruggere le reti dei CPT. E’ per questo che abbiamo sentito come nostri compagni e nostre compagne le/gli autoferrotranvieri di Milano e le/gli operaie/i di Melfi. E’ per questo che abbiamo sentito anche nostra l’aria, la terra e il cielo degli abitanti della Val di Susa come di Scanzano e con loro siamo diventati allo stesso tempo come gli indigeni del Chiapas, come il popolo Palestinese. La nostra è una nuova storia di resistenza e liberazione, non scendiamo come i partigiani dalle montagne ma attraversiamo le strade desolate delle nostre metropoli. In queste strade abbiamo portato con orgoglio la libertà dei nostri corpi, e siamo diventati tutt* gay, lesbiche, bisessuali e transgender. Sarà pur vero che molte cose abbiamo sbagliato, sarà pur vero che spesso ci è mancato il coraggio di innovare fino in fondo la nostra organizzazione ma possiamo dire che i/le Giovani Comunist* in questi anni hanno costruito un pezzo del loro futuro.


Rigenerazioni, il futuro comincia adesso

Non ci basta sapere che gli iscritti e le iscritte alle/ai Giovani Comunist* dall’ultima Conferenza sono aumentati di 4000 nuovi volti, che circa il 13% dell’elettorato giovanile ha votato il Prc, che molt* giovani compagn* dirigono il Partito a diversi livelli e che abbiamo innovato molto della cultura e delle pratiche politiche del Prc. Abbiamo fatto della sperimentazione il riferimento delle nostre scelte: spazi sociali occupati, rete di collettivi studenteschi, librerie, progetti di cooperazione dal basso, associazioni che ottengono finanziamenti locali ed europei. Sappiamo che molti sono ancora i limiti e le difficoltà che viviamo: nel nord si concentra la maggior parte degli spazi sociali occupati, ma a questa sperimentazione straordinaria non corrisponde una crescita dell’organizzazione che soffre limiti fortissimi nelle città. Siamo ancora un’organizzazione incapace di accogliere le migranti e i migranti, del resto scontiamo ancora una verticalità che non riesce a valorizzare a pieno le esperienze territoriali. Proponiamo dunque di aprire un percorso di riflessione e sperimentazione, che avviamo con la conferenza ma che ha bisogno di una consensualità tra tutte e tutti, anche attraverso una contaminazione interna alla nostra organizzazione tra le diverse culture presenti al suo stesso interno, perché l’obiettivo di rafforzarci deve essere sentito in modo deve rimanere orizzonte comune per tutte e tutti noi.

L’innovazione deve partire dall’esecutivo nazionale con la partecipazione di compagn* che lavorano nei territori per rompere la distanza tra la “linea politica” e le pratiche, fino al coordinatore nazionale. E definire così le figure di due portavoce dell’organizzazione, una compagna ed un compagno, un’innovazione che intreccia la critica al leaderismo del movimento con le politiche della differenza di genere. E allo stesso tempo dobbiamo valorizzare la formazione e l’autoformazione, mettendo sotto inchiesta la società e i territori.

Anche il tesseramento è un primo metro di verifica di questo lavoro, di certo non può essere l’unico, ma neanche diventare un elemento accessorio. La cura del tesseramento va intesa non in senso burocratico, al contrario come cura delle relazioni politiche e della partecipazione delle compagne e dei compagni all’iniziativa politica delle/dei GC, quindi anche come “inchiesta”.

Infine proprio nell’ottica dell’autoformazione è importante promuovere, quanto più è possibile, l’assemblea degli iscritti, per verificare il lavoro svolto e porre le basi per il lavoro futuro. Dobbiamo utilizzare la potenzialità delle innovazioni che abbiamo proposto all’art. 22 dello Statuto del partito, modificando l’organizzazione laddove è più utile costruire nuove connessioni organizzative che pure straripano i confini delle federazioni.

I nostri spazi pubblici, liberi, occupati

Genova, Massa Carrara, Venezia, Ravenna, Rho e molte altre sono le città in cui i/le Giovani Comunist* hanno dato vita e partecipato ad esperienze di occupazione, liberazione, riappropriazione di spazi sociali. Esse sono solo alcune delle esperienze più significative di innovazione e trasformazione della nostra cultura e agire politico. A partire da questi luoghi abbiamo sviluppato una riflessione su come far sì che essi non diventino dei ghetti, isole felici dentro una realtà immutabile e separata: abbiamo cercato di trasformarli in laboratori, in spazi pubblici aperti all’attraversamento delle più varie esperienze culturali, politiche, artistiche; abbiamo insomma provato ad abitare e interpretare la seconda generazione dei centri sociali, nuova e diversa rispetto a quella degli anni ’90.

La scelta di tenere la nostra assemblea nazionale nell’aprile 2004 al laboratorio Buridda di Genova voleva dimostrare con forza l’importanza dell’investimento sulla liberazione degli spazi, una sfida che non riguarda solo le occupazioni, ma anche la possibilità di rendere i nostri circoli, le federazioni (come l’esperienza del Capannone di Grosseto) spazi pubblici, in cui far vivere agenzie per i precari, i migranti e il diritto alla casa. Pensiamo che questo punto riguardi più di ogni altro il compito decisivo che interroga la nostra generazione e il suo rapporto con la politica perché abbiamo imparato che la qualità della comunità che si costruisce non è meno importante del progetto politico, che altrimenti rischia di rimanere enunciato, formula astratta.

Vogliamo valorizzare queste esperienze, ma pensare ad un percorso significa anche saperne leggere i limiti, e sottoporlo a critica. E’ infatti necessario riconoscere che gli spazi che liberiamo e ci riprendiamo devono essere considerati come punti di partenza e giammai approdi definitivi; la conquista di luoghi nei quali costruire politica e relazioni oggi acquista infatti la sua centralità di fronte alla privazione di spazi pubblici. E’ altrettanto vero che non siamo ancora riusciti a trovare una modalità che trasformi queste sperimentazioni in ricchezza condivisa da tutta l’organizzazione, senza anzi che la loro forza politica ne risulti ridimensionata. E’ accaduto che compagn* che avevano deciso di sperimentarsi sul quel terreno, si siano a poco a poco ridimensionati su una dimensione tutta locale, trascurando proprio una delle maggiori potenzialità che intrinsecamente abbiamo, quella di essere un’organizzazione diffusa sul territorio, o in altri casi peggiori si siano allontanati definitivamente dai/dalle G.C. Ma sarebbe miope, o strumentale, guardare solo a questi limiti per ridimensionare l’importanza della sperimentazione. Proponiamo allora la costruzione di uno o più momenti di riflessione seminariale su questo tema, che siano di tutta l’organizzazione, e non solo degli/delle “occupanti”.

In viaggio per costruire un altro mondo

"non siamo venuti a dirti che fare, non siamo venuti a guidarti da nessuna parte; veniamo a chiederti umilmente, rispettosamente, che ci aiuti" (Subcomandante Marcos)

In questi anni abbiamo partecipato a tutti i Forum Sociali Europei e Mondiali; lì in particolare è maturata la scelta di passare dalle “relazioni diplomatiche” classiche alla solidarietà attiva con i movimenti e le organizzazioni che abbiamo incontrato nel mondo. E’ così che in misura sempre crescente non i dirigenti ma centinaia di giovani comunist* hanno attraversato il mondo praticando la non-violenza come nostra modalità di azione diretta nei conflitti per il riscatto dei popoli oppressi.

A partire dalla partecipazione al Festival Mondiale della Gioventù di Caracas che ci ha permesso di comprendere meglio straordinaria esperienza della rivoluzione Bolivariana. In Palestina, dove con le associazioni Kufia e Tayush pratichiamo l’interposizione e la contestazione del muro di “difesa” eretto da Israele, oltre a cooperare in un progetto di resistenza nonviolenta a Tulkarem, mentre a Betlemme stiamo costruendo un mediacenter per i giovani dei campi profughi. In Chiapas, dove dopo la partecipazione alla marcia della dignità indigena abbiamo promosso patti di solidarietà tra enti locali e municipi autonomi ribelli e oggi siamo tra gli aderenti alla “Otra Campana” che culminerà nel prossimo incontro intergalctico a cui parteciperemo. In Kurdistan come nel deserto Algerino dove siamo stati osservatori internazionali e abbiamo manifestato per l’autodeterminazione del popolo Saharawi e Kurdo. E, senza retorica, siamo stati nei campi di lavoro a fianco del popolo cubano, sentendoci partecipi della loro tenace e quotidiana lotta contro l’aggressione statunitense.

E’ un altro modo di fare internazionalismo che ci ha cambiato e ci ha formato. E’ la nostra proposta per una generazione che può mettersi in mezzo fra l’umanità e la violenza, per la quale oltre l’indignazione esiste la possibilità di un intervento concreto. Vogliamo incrementare il lavoro di cooperazione decentrata e dal basso, a partire dal coinvolgimento del partito e dei nostri livelli istutuzionali e di rappresentanza. Per farlo cominceremo da una mappatura degli amministratori che possono sostenere e partecipare alle iniziative di cooperazione; ogni progetto vedrà inoltre presentazioni coordinate e itineranti per informare e sensibilizzare sull’altro mondo che non ci raccontano, quello della speranza e del sogno, della lotta per la felicità.

Fare associazionismo per costruire reti

Il movimento dei movimenti si è sempre nascosto al gioco delle identità per muoversi nomade e fluido fra le dimensioni della nostra società complessa. Perciò oltre ai conflitti sociali e di comunità esso si è rideclinato anche in una miriade di micropercorsi tematici, di scopo, sociali, culturali che spesso (sbagliando) abbiamo difficoltà a riconoscere come immediatamente politici.

È arrivato il momento di connetterci con queste esperienze. Per questo vogliamo costruire una rete stabile di associazioni, gruppi e collettivi che pone al centro dell’iniziativa politica nuove pratiche di cittadinanza attiva. Questo percorso può rappresentare un’occasione di crescita collettiva, di innovazione della politica, di diverso coinvolgimento soprattutto, ma non solo, per le giovani generazioni che troppo spesso guardano alla politica con diffidenza.

Un percorso nazionale ed europeo che traduce in pratica quotidiana e in luoghi reali l’esperienza di ciò che già da tempo viviamo e facciamo in molti territori: decine di associazioni culturali (da Movimentazioni di Pescara a Samarcanda di Bari), librerie di comunità con la collaborazione di Interno4 (Roma, Viareggio, Firenze), esperienze di radio di movimento (l’ultima è progettoRadioX di Bergamo), bandi europei per realizzare brochure, cineforum, corsi di formazione, riviste di approfondimento e riflessione (‘Lavori in Movimento’ a Napoli, ‘Contest’ a Milano, ‘Caracoles’ a Pescara).

A partire da questo bagaglio di esperienze vogliamo costruire una rete per mettere in comunicazione questi percorsi, ci piacerebbe chiamarla “Pixel” perché a partire dai singoli frammenti si arriva a costruire l’immagine d’insieme. Una rete di reti che ambisce ad avere un respiro europeo per lavorare su progetti tematici e valorizzare le esperienze collettive e di società che costruiamo giorno per giorno sui territori.

Sinistra Europea

L’apertura di un nuovo spazio politico e sociale è il cammino intrapreso nella costituzione della Sinistra Europea. La Sinistra Europea è la condivisione con tutte le soggettività con cui abbiamo costruito il movimento dei movimenti di uno spazio comune per rompere la separatezza tra sociale e politico, salvaguardando l’autonomia e la pluralità delle soggettività che partecipano al percorso. Nella nostra autonomia abbiamo deciso di essere uno dei soggetti promotori della Sinistra Europea in Italia. La radicalità, l’orizzontalità, la consensualità sono i contributi generazionali che proveremo a condividere con tutte le soggettività che hanno deciso di prender parte al processo costituente. Infatti, nella consultazione per la formazione delle nostre liste non abbiamo chiesto una candidatura per le\i Gc, ma la rappresentazione del nostro percorso di questi anni. La costituzione della Sinistra Europea deve essere partecipata e consensuale, per superare le difficoltà che la forma partito ha imposto fino ad oggi all’agire collettivo. In un partito il ricorso al voto per la presa di decisione è l’unica forma di democrazia: dobbiamo trovare nuove forme. La consensualità è la pratica di decisione che vogliamo adottare. Dobbiamo mettere a valore la nostra rete di relazioni che abbiamo accumulato in questi anni, attraverso un percorso di assemblee territoriali e tematiche per la costituente della S.E.


PARTE II

CONTRIBUTI TEMATICI

Un altro genere di politica

Il futuro è già qui. Almeno per chi si guarda introrno con un paio di occhi giovani. Immersi in un vero e proprio universo tecnologico lo schema classico dei ruoli di coppia, ad esempio nel matrimonio e nella procreazione, è per noi ormai insufficiente. Costretti tra l’autodeterminazione e la contraddizione delle politiche conservatrici che ci vogliono precari nel lavoro e rigidi nelle relazioni familiari, i/le giovani vogliono disporre liberamente del proprio corpo e della propria vita. E’ così per i collettivi di giovani donne con le quali abbiamo costruito la campagna referendaria per la procreazione assistita, per le tante che a Milano hanno sfilato per difendere la 194, con tutt* coloro che, insieme a noi, hanno vissuto le mobilitazione sui Pacs.

Tutte queste riflessioni, nate dalla partecipazione ai movimenti, hanno permesso alle Giovani Comuniste, ma anche all’organizzazione tutta, di aprire un percorso di genere che guarda alla complessità dei problemi che investono la dimensione della sessualità e del corpo. Molto c’è ancora da fare e da dire. Una ricerca ha bisogno di sperimentazioni, ripensamenti, scomesse e non soltanto di certezze.

Ci piacerebbe allora cominciare dal racconto collettivo della nostra generazione, nata dopo gli anni dei referendum sul divorzio e sull’aborto, che non ha ancora contribuito alla costruzione politica di un punto di vista di genere parziale e per questo dirompente.

Eppure oggi è rara l’esigenza di una separatezza femminile, politica e sociale. Nelle mobilitazioni le giovani donne attraversano spazi comuni, sempre pieni di ambiguità, a partire da processi materiali come la precarietà, la femminilizzazione del lavoro, e la consumistica “corsa al glamour”. La liberazione del corpo femminile sembra così soddisfatta dal desiderio di essere oggetto di possesso altrui. Nulla di più di un prodotto omologato. Un precipizio, nella perdità di senso, che la cultura cattolica si candida a colmare.

E’ in questo spazio che deve irrompere il conflitto politico femminile, diventando patrimonio irrinunciabile anche delle giovani donne, troppo spesso silenziose nel movimento così come nei partiti.

Libertà, corpo, emancipazione, desiderio: tutto torna ad avere senso se le pratiche di genere trasformano queste parole in problemi politici, e perciò pubblici, di tutti e tutte. E’ per questo necessario sfuggire alla simmetria che vede fare da contraltare alle donne, nelle organizazzioni politiche classiche, un maschilismo incoffessabile, che riconosce lo strumento delle quote come unica possibilità, perché data sul piano delle forme, di propria autolimitazione. Pensare che il centro possa essere il problema della rappresentanza, pur necessaria, rischia infatti di condurci in un vicolo cieco e di cristallizare il conflitto di genere in una forma neutralizzata, irrilevante sul piano dell’innovazione delle forme di partecipazione alla politica.

A partire da queste considerazioni riteniamo irrinuciabile la convocazione, in tempi brevi di un’assemblea nazionale delle Giovani Comuniste per aprire uno spazio di riflessione, narrazione, ricerca per affrontare questi problemi. Uno spazio in primo luogo orizzontale, aperto, capace di intercettare energie ed eleaborazioni, per immaginare che possiamo cambiare la politica e con essa il mondo.

Generazione in equilibrio precario

Quando parliamo di precarietà non ci riferiamo semplicemente a diritti negati sul terreno del lavoro e alla tipologia contrattuale, ma ad una condizione generale della nostra generazione. Essa si traduce nell’impossibilità di godere effettivi diritti di cittadinanza, di accedere a beni e servizi fondamentali, materiali e immateriali. Essa attraversa la dimensione dell’abitare, la mobilità e i costi dei trasporti, la qualità della formazione, la possibilità di accesso alle informazioni, alle conoscenze, alla cultura, fino ad abbracciare l’incertezza di un modello di sviluppo in crisi e la promessa di un avvenire di guerra, di instabilità, di paura.

Precarietà insomma come l’inaccettabile condizione di vita che soffoca oggi la nostra generazione. Una condizione che eccede la dimensione semplicemente economica per diventare esistenziale: “precario” è anzitutto colui che subisce il furto più terribile che si possa fare ad un/una giovane, il furto del proprio futuro, della stessa possibilità di immaginare, progettare e costruire la propria vita.

Il riconoscersi in questa descrizione e in questa narrazione della propria condizione soggettiva, ancor prima che la tipologia di contratto o il piano rivendicativo, ha portato in questi anni migliaia e migliaia di giovani precari e precarie a partecipare alle manifestazioni dell’EuroMayDay. E lo stesso immaginario e la stessa voglia di futuro hanno portato in piazza le giovani generazioni di student* francesi nella più grande battaglia e la più grande vittoria contro la precarietà, che non a caso ha avuto il proprio motore nelle nuove generazioni, che sconfiggendo una prospettiva di precarietà reclama autonomia.

Proprio per la paura e la difficoltà di guardare al futuro, oggi sono “precari” anche lavoratori e lavoratrici dipendenti con contratto a tempo indeterminato (ad esempio gli autoferrotranvieri o agli aeroportuali), che vivono con ansia l’attesa del domani a causa della crisi industriale ed economica e del continuo ridimensionamento del welfare locale e nazionale. Le élites economiche e politiche nazionali hanno infatti fino ad oggi pensato di rispondere alle trasformazioni del sistema produttivo e alla concorrenza globale solo tagliando costo del lavoro, diritti e spesa pubblica piuttosto che investire in ricerca, innovazione e qualità economica, sociale e ambientale. E’ necessario invertire adesso questa tendenza. E sarà possibile solo continuando, come abbiamo fatto in questi anni, a costruire - insieme a movimenti sociali, pezzi del mondo sindacale, realtà politiche - percorsi pubblici di lotta e di riflessione in grado di elaborare proposte all’altezza del tempo presente, capaci di imporre l’abolizione ed il superamento tanto della legge 30 quanto del pacchetto Treu. Questo percorso passa da una riflessione sulle trasformazioni del lavoro e del sistema produttivo per interrogare un nuovo possibile welfare e la questione, centrale, del reddito.

E’ dunque necessario partire da un’analisi attenta della struttura economica e dell’organizzazione del lavoro nelle cosiddette “economie della conoscenza” in cui la produzione di ricchezza è spesso basata sull’utilizzo di risorse immateriali (saperi, linguaggi, comunicazione). Ciò fa sì che oggi anche lavori tradizionali necessitano di ampie capacità di iniziativa, auto-organizzazione e flessibilità, di qui il nuovo paradigma che qualcun* ha chiamato “lavoro autonomo di seconda generazione”. Su questo terreno è necessaria un’azione tesa a trasformare il diritto del lavoro e il sistema della contrattazione collettiva per fornire uguali diritti e garanzie tanto ai lavoratori “dipendenti classici” quanto ai precari che oggi vivono in condizione di abuso e di assenza di diritti, essendo, di fatto, lavoratori dipendenti anche quando hanno margini di autonomia decisionale.

Per battere la precarietà non è più sufficiente limitarsi al mercato del lavoro, bisogna ripensare la cittadinanza e i diritti sociali. Un welfare basato su un modello economico e sociale di tipo fordista (in cui ad es. gli ammortizzatori sociali sono costruiti solo sulla figura del lavoratore dipendente) non può più in alcun modo essere adeguato. E’ necessario dunque un nuovo modello di welfare, inclusivo, in cui un ruolo importante riveste un tema su cui in questi anni abbiamo lavorato con impegno e determinazione: la rivendicazione di continuità di reddito per i/le precari. E’questa a nostro avviso una battaglia fondamentale in grado di ricomporre e disegnare un percorso di lotta per soggetti in formazione, lavoratori e lavoratrici frammentat* e invisibili a sfera dei diritti sindacali. Pensiamo a forme di erogazione di reddito, diretto e indiretto, sganciate dalla prestazione lavorativa e legate alla formazione quanto alla cittadinanza (in un senso nuovo e più ampio del termine) e che permettano l’accesso a beni materiali e immateriali.

Disoccupat*, migranti, donne, student*, tutt* accumunati dall’invisibilità nell’agenda della grande politica, sono i soggetti protagonisti delle mobilitazioni che in questi anni hanno messo al centro queste questioni, chiedendo continuità di reddito per chi non ha rapporti di lavoro stabili, così da essere meno ricattabili dal mercato. Particolarmente preziose sono le esperienze che negli ultimi mesi hanno vissuto nei territori. In molte regioni, infatti, la discussione intorno a proposte di legge o disegni di legge sul reddito sociale, come misura di contrasto alla frammentazione del mercato del lavoro, è all’ordine del giorno. Dopo la sperimentazione, per molti versi assai parziale, del “reddito di cittadinanza” in Campania, dal Friuli fino alla Calabria passando per il Lazio (in cui si è aperto un tavolo tra assessorati e movimenti sociali su questo tema) e la Lombardia (che attende la discussione in Consiglio di una proposta di legge d’iniziativa popolare depositata lo scorso luglio, v. www.redditolombardia.org) l’istituzione del reddito sociale è oggetto di confronto tra istituzioni, soggetti politici e movimenti sociali.

Ed è proprio il carattere partecipativo di queste esperienze, cui le/i GC hanno contribuito spesso in maniera determinante, a renderle significative poiché provano a concretizzare sul piano politico e a praticare sul piano legislativo, quello che fino a poco tempo fa era praticato solo su un piano rivendicativo. Ma una rivendicazione richiama ancora questioni ineludibili: ridistribuire i profitti, colpire le rendite, e anche favorire la crescita di “buon lavoro”.

E ora pagate il vostro debito (formativo)

"Lungo i muri dell'università la curiosità cresce come un rampicante: le menti giovani bramano nuove questioni su cui saggiare zanne da latte" Wittemberg 1519. (Q, Luther Blisset)

:::Saperi:::

Uno degli elementi più rilevanti dei processi di globalizzazione è l’inedita estensione degli istituti della proprietà privata a terreni che fino ad ora gli erano estranei. Se l’era dell’informazione porta tale nome si può immaginare che ciò sia dovuto anche alla possibilità di recintare e vendere le informazioni, le conoscenze, i saperi esattamente come si è fatto con le terre ai tempi delle enclosures. Così se i saperi divengono immediatamente produttivi ed appropriabili, si trasformano anche i luoghi in cui essi vengono prodotti e trasmessi: le scuole ed università diventano apparati dalla forma e dal linguaggio sempre più aziendali e dai contenuti sempre più tecnici.E si cerca di rendere tali saperi misurabili e quantificabili: ecco il sistema dei crediti e debiti.

Perciò è necessario portare al centro del nostro ragionamento la questione della libera circolazione della conoscenza, perché riguarda una contraddizione fondamentale: il tentativo di mercificazione di ogni sfera dell’esistente non tiene conto della natura del sapere, bene sociale, naturalmente in conflitto con la proprietà privata perchè non escludibile all’uso (nel senso che, a differenza delle merci materiali, l’uso di determinati saperi o informazioni da parte di qualcuno non ne esclude l’utilizzo da parte di chiunque altro).

Al centro della nostra azione deve esserci la rivendicazione del principio costituzionale del diritto allo studio, inteso come possibilità di accesso per tutte e tutti a ogni livello di istruzione.

In questi anni abbiamo imparato a riconoscere quella per i beni comuni come una battaglia fondamentale, tanto per i movimenti quanto per i/le compagn* che ricoprono ruoli istituzionali; da qui gli importanti percorsi per l’acqua, l’aria, l’ambiente ecc. E’ tempo di affermare con forza che tra questi beni pubblici c’è anche la conoscenza, il sapere, la cultura.

Questa battaglia per la riappropriazione del sapere come bene sociale, qualitativo non misurabile né appropriabile non può che costruire la sua dimensione politica a partire dai luoghi in cui i saperi vengono prodotti, le scuole e le università.

:::Università:::

Ripensare l’idea di formazione è nodo centrale della possibilità di immaginare una società diversa. La libera circolazione e socializzazione delle conoscenze, il sapere e la cultura sono le fondamenta della costruzione di una coscienza critica in grado di osservare il mondo dalla prospettiva del cambiamento. Oggi invece le università sono permeate da una logica gerarchica e di classe, che considera “conoscenza” l’acquisizione di informazioni e nozioni tecnicistiche che già nell’immediato domani rischiano di essere già obsolete. Tecnicismo che è il pane dei precari, che è privazione di futuro.

E’ impossibile negare che la trasformazione dell’università italiana è speculare a quella avvenuta nel mondo del lavoro: cambiare lavoro spesso e in fretta, cambiare competenze altrettanto spesso e altrettanto in fretta. Ricomporre la separazione tra mondo del lavoro e della formazione è stata la formula per asservire il secondo al primo ed espellere tutto ciò che nei programmi sembrava meno attinente allo sbocco professionale immediato. Tutto ciò che era indispensabile alla figura professionale per non essere precaria a vita ed alla figura sociale per costruire capacità di elaborazione autonoma.

L’influenza del mercato e dei privati nella scelta dei programmi attraverso l’erogazione di finanziamenti è un limite forte alla libertà di insegnamento e al carattere critico del sapere. La precarizzazione dei ricercatori e la derubricazione del ruolo dei docenti, insieme alla diminuzione degli investimenti pubblici nella ricerca e nell’innovazione hanno sterilizzato la funzione dell’università pubblica. Nel frattempo le logiche d’esclusione e le barriere d’accesso -come i numeri programmati o le tasse proibitive- sono diventati elementi strutturali del sistema universitario stesso. Le riforme dei percorsi formativi, dal 3+2 alla Y, hanno fortemente abbassato la qualità della didattica e moltiplicato insensatamente le tipologie di corso di laurea sempre più specifiche e tecniciste, con la conseguente diminuzione di spendibilità dei titoli rilasciati dagli atenei pubblici.

Fondamentale è quindi l’individuazione dei grandi nodi in cui si intrecciano le battaglie dei ricercatori, degli studenti e delle varie figure della docenza: una critica radicale alla struttura della riforma Moratti e a quella precedente del ministro Zecchino, alla didattica frontale e nozionistica, all’assenza di partecipazione democratica nella gestione delle risorse e nella determinazione dei percorsi formativi e di ricerca, rifiutando i parametri delle leggi di mercato ed assumendo invece, come criterio fondamentale, la funzione pubblica, cooperante e sociale del sapere.

Dal 2002 insieme a tanti e tante, da noi differenti, abbiamo costruito una rete nazionale di collettivi, laboratori, esperienze di lotta universitarie. Grazie anche alle sue elaborazioni sono nati negli atenei laboratori autogestiti di saperi, che hanno arricchito la vita culturale e politica delle facoltà, con la collaborazione orizzontale di studenti, ricercatori e docenti, sperimentando esperienze di autoformazione, a volte riconosciute in crediti, che hanno aperto così nuovi spazi pubblici di partecipazione. Poi è venuta la lotta dei ricercatori precari (organizzat* nella Rete Nazionale Ricercatori Precari) contro il ddl Moratti sulle carriere universitarie, con i blocchi della didattica, le assemblee, le lezioni in piazza, le azioni comunicative. Il movimento è cresciuto, fino alla incredibile manifestazione studentesca del 25 ottobre scorso (la più grande dai tempi della Pantera) che ha assediato Roma e il parlamento per un giorno intero. Siamo stati partecipi e protagonisti di tutti questi momenti, consapevoli che solo dai movimenti potrà nascere un’università migliore. E per questa non aspetteremo una nuova riforma, né un imprecisato futuro ma abbiamo già iniziato a costruirla, qui e ora.

>>>Per approfondimenti vedere le nostre pubblicazioni:

-“Don’t touch my brain. Ovvero la distruzione dell’università ai tempi della Moratti” (ottobre 2005). www.gclombardia.it/html/filemiei/vedeuniversita.pdf

-“Bloccare le fabbriche del sapere” (marzo 2003)

:::scuola:::

Molte ed importanti sono le battaglie che abbiamo combattuto contro le politiche formative del governo Berlusconi. Oggi siamo chiamat* alla costruzione di un percorso nuovo che superi e spazzi via non solo la riforma Moratti ma un quindicennio di trasformazioni in senso aziendale e privatistico della scuola per costruire, a partire dai luoghi della formazione, un modello sociale alternativo.

Da molti anni abbiamo scelto di agire nelle scuole a partire dalle esperienze di autorganizzazione, costruendo collettivi in grado di intercettare il più largo numeri di student* e operare a partire dalla materialità dei loro bisogni. Dal 2003 abbiamo lavorato ad una rete nazionale di tutte queste esperienze, l’abbiamo chiamata “Rete Sempre Ribelli” e, come G.C., ci siamo trovati protagonisti di un percorso nazionale che partiva dalle singole scuole. Sempre Ribelli è stata in prima fila in tutte le mobilitazioni contro la Moratti, ha costruito azioni e cortei nelle città, si è fatta promotrice di momenti nazionali di discussione, confronto e riflessione ed ha prodotto due importanti pubblicazioni. A ciò si è aggiunta la significativa esperienza di Farfalle Rosse, nata a Siena ed arrivata alla ribalta della cronaca grazie alla contestazione al cardinal Ruini. Un’esperienza di contaminazione che abbiamo costruito insieme a realtà differenti (fra cui l’UdS), e che ha coinvolto studenti medi e universitari ma anche percorsi di rivendicazione di diritti civili.

Oggi abbiamo bisogno di un ulteriore salto di elaborazione, di iniziativa, di radicamento. Sarà infatti nostro compito la battaglia per l’abrogazione integrale della riforma Moratti, ma le politiche del governo Berlusconi non si sono limitate alla legge 53. Non dimentichiamo i milioni di euro che ogni anno stato e regioni stanziano per le scuole private, nè la legge vergognosa per cui gli insegnanti di religione sono assunti dallo Stato ma scelti dalla chiesa. Questo quadro delinea un grave attacco alla laicità della scuola, e questo sarà probabilmente il un altro terreno di iniziativa.

Dobbiamo ricordare anche che i problemi della scuola italiana non si risolvono solo cancellando la Moratti. E’necessario imporre al governo un’idea nuova e diversa di scuola, nella convinzione che anche la migliore delle “Grandi Riforme” non sarà all’altezza di rispondere alle esigenze, ai bisogni ed ai sogni del corpo sociale che quotidianamente vive la scuola. Si tratta di immaginare una pratica in grado di entrare nella materialità delle aule scolastiche per avviare una ‘demorattizzazione’ della scuola che venga dal basso e non più dai diktat di Confindustria e Vaticano. Insomma una sorta di consultazione popolare per una nuova legge sulla formazione. Vogliamo allora costruire forme nuove, come le agenzie studentesche autogestite, per cominciare a declinare la scuola che desideriamo, anzitutto più partecipata e simile a com’è nei giorni di occupazione o autogestione: aperta, orizzontale, dischiusa alla libera circolazione dei saperi, di tutti i saperi e non solo di quelli, spesso stantii, dei programmi ministeriali.

>>>Per approfondimenti vedere le nostre pubblicazioni:

-“Liberi di sapere” (novembre 2004). www.gclombardia.it/html/filemiei/liberidisapere.pdf

- “Sempre Ribelli. Reti scuole collettivi” (novembre 2003). http://www.gclombardia.it/html/filemiei/derive-stud.pdf

Migranti: i colori dell’invisibilità

Nel mondo globalizzato il traffico di merci materiali e immateriali non conosce nessuna frontiera, per le donne e gli uomini invece quelle stesse frontiere sono ancora muri invalicabili.

L’idea dello stato-nazione come entità discriminante per la libera circolazione delle persone, è il terreno di coltura di nuovi nazionalismi e razzismi e della costruzione dell’Europa fortezza, “aperta” per i cittadini degli stati membri, “recintata” dalla Direttiva Schengen per tutti gli altri e le altre.

Intanto nel nostro paese i/le migranti vivono una condizione doppiamente precaria: privati del diritto di circolazione e costretti a mera forza lavoro priva di ogni diritto. La Legge Bossi-Fini è l’altra faccia della legge 30: la precarietà del lavoro si traduce in una cittadinanza a tempo determinato, che viene meno con l’interruzione del contratto di lavoro. Soltanto l’ultimo decreto flussi ha disposto per 340.000 la prospettiva della clandestinità e il rischio del rimpatrio.

Abrogare la Bossi-Fini non basta. Perché non si può tornare alla Turco-Napolitano, ma soprattutto perché è necessario affermare il diritto di fuga da guerre, miseria, morte attraverso percorsi di sensibilizzazione e partecipazione. Significa rafforzare quanto le/i Giovani Comuniste/i hanno prodotto in questi anni nel movimento per i diritti delle/dei migranti. Abbiamo con altr* promosso il boicottaggio attivo della Bossi-Fini e sollecitato le amministrazioni locali a non applicarla, partecipato ai “no border Camp”, tentato di impedire i rimpatri e denunciato, invadendoli, smontandoli, violandoli, disvelando l’inesistenza della “gestione umanitaria” dei CPT. Intanto abbiamo prodotto percorsi importanti per il diritto d’asilo, organizzato scuole di italiano per migranti, prodotto vademecum e opuscoli informativi.

Lo stato d’eccezione, è ormai la regola che giustifica le Guantanamo occidentali, le leggi emergenziali sull’immigrazione, e la restrizione di ogni spazio di libertà: “Nessun confine per le/i cittadine/i del mondo!”.

Ambiente, il bene comune

I modelli di sviluppo dominanti hanno creato delle vere e proprie fratture tra Nord e Sud del mondo e l’erosione della qualità della vita. Essi ci pongono con inedita chiarezza di fronte alla loro insostenibilità sociale ed ambientale.

Il tema dei beni comuni è strategico per immaginare l’alternativa di società: è a partire da qui infatti che si può ripensare un modello economico e sociale alternativo ed autonomo.

Un nuovo senso comune chiede che l’ambiente e la salute non vengano più monetizzati, privatizzati ed esprime una nuova fiducia nel pubblico. Lo hanno testimoniato, con una nuova radicalità e consapevolezza, le innumerevoli lotte ambientali (Scanzano Jonico come il ponte sullo stretto, il Mose come Acerra e la Val Susa) che sui territori hanno svelato, in termini politici, la contraddizione di fondo tra la produzione quantitativa e la qualità della vita e dell’ambiente, delle relazioni umane e sociali.

Questo elemento nuovo è il risultato e alla stesso tempo il presupposto del rideclinarsi del movimento dei movimenti a livello territoriale: è l’uscita dalla crisi di una sinistra che si era impantanata nell’opzione dello sviluppo sostenibile.

Ora la necessità è quella di intercettare queste istanze, delle quali noi stessi siamo stat* protagonist*, e trasformarle in un programma che ponga la centralità strategica dei beni comuni, riconoscendo i beni ambientali, naturali e culturali come patrimonio inalienabile dell’umanità, come garanzia sul futuro.

Considerare come beni comuni l’acqua, l’aria, lo spazio, l’energia, la biodiversità, il territorio e il paesaggio, la risorse agroalimentari, i beni artistici e culturali, la conoscenza, le scoperte scientifiche, determinerebbe grandi cambiamenti nelle attività economiche e sociali.

In tempi in cui il copyright recinta il sapere, l’acqua viene privatizzata e il controllo delle risorse naturali motiva la guerra preventiva, dobbiamo affermare con forza che i beni comuni non possono essere mercificati, brevettati, sottoposti a sfruttamento intensivo e puntare sulle fonti energetiche alternative, con la consapevolezza della limitatezza delle risorse naturali. Ciò è parte del nostro ragionamento sulla nuova cittadinanza, che necessità di nuove politiche pubbliche, di democrazia partecipata per la gestione dei servizi connessi ai beni comuni, a discapito delle forme privatistiche di mercato, che stanno determinando un progressivo smantellamento del welfare, come dimostra la direttiva Bolkenstein.

Infine eventi come la mucca pazza, l'influenza aviaria dei polli, ci segnalano come nel ragionamento sulla difesa di beni comuni dell'ambiente sia necessaria e non rimandabile una riflessione ancora tutta da fare sugli allevamenti e sui diritti degli animali.

Nord: modernizzazione senza modernità

La crisi economica del nord Italia ha colpito grande, media e piccola impresa. I distretti, punto di forza e qualificato del sistema produttivo nazionale, con i processi di automazione vengono delocalizzati nei paesi in cui il costo del lavoro è più basso. Migliaia di ore di cassintegrazione, precarietà sempre più diffusa, laboratori di iperflessibilità mettono in luce un mondo a cui la sinistra tradizionale non sa dare risposte. Tav, centri fieristici, Mose sono la modernizzazione senza modernità, opere che devastano l’ambiente e distruggono città e comunità. L’insicurezza sociale, la precarietà vengono tradotte dalle destre in controllo e repressione. Nel corso delle Olimpiadi il centro della città è stato “pulito” da qualsiasi dissenso e diversità. A Torino come a Genova e a Milano i migranti sono obiettivo di una caccia all’uomo con esiti sempre più tragici. Un nord in crisi e alla ricerca di una nuova identità è lo spazio dentro cui le e i Gc devono ripensarsi. Dobbiamo promuovere con altre\i percorsi di inchiesta per la conoscenza e la costruzione di coscienza. Indagare con le reti contro la precarietà la condizione di una generazione: conoscenza e coscienza per uscire dalla invisibilità.

SUD RIBELLE

:::Sud:::

Sul sud si è scritto, si è ragionato come della periferia di un impero, come di un nord mancato, di un qualcosa che avrebbe dovuto essere e non è stato.

Troppo a lungo lo si è analizzato sulla base di categorie culturali dominanti, guardato con le lenti dello sviluppo atlantico, “industrialista”, quello della velocità e dell’ossessione produttiva.

Da qui l’esigenza per il sud di rompere la convinzione che la direzione della storia sia solo nord ovest, di pensarsi in autonomia, riconsiderando le proprie risorse culturali e territoriali. Il Mezzogiorno lo pensiamo centro dell’Europa mediterranea. In questa prospettiva il Mediterraneo diventa braccio di mare che collega le differenze, mare-ponte, antidoto a un regionalismo soffocante. Mare di frontiera, che appartiene a tutt*, incrocio di culture e storie. Intersezione di deserti e modernità, Luogo di passaggio, di transito.

Non rinunciamo al sogno che da quel mare possa sparire la cattiva coscienza di diritti negati e che i suoi fondali, testimoni di morte, non debbano più dividere il privilegio dalla necessità.

Conosciamo anche il sud sospettoso e arroccato, un sud che si uccide, dopo aver disonorato la sua bellezza. Il sud che non rispetta i beni comuni. Il sud di sofferenza, delle migrazioni forzate per un lavoro che non c’è, del sud che nutre il braccio armato del neocolonialismo di guerra. Sono nostri compagni di scuola i militari morti in Iraq, quelli per cui le missioni sono a volte l’unica possibilità per immaginarsi un futuro.

Il sud è anche quello dei quartieri di Bari, Napoli, Reggio Calabria e Palermo senza comunità e senza servizi, senza identità e senza pietà, dove la sofferenza si alimenta di assuefazione alla violenza che la precarietà ha acuito ed esasperato.

Ma a sud una giovane generazione ha deciso di incominciare un viaggio, quello di una scommessa di trasformazione, di rinnovamento radicale. E il mezzogiorno è stato scenario di conflitti contro rigassificatori, inceneritori, discariche, contro l’abusivismo. Da Scanzano, a Melfi, a Acerra, a Punta Perotti di Bari, al Parco Corvaglia di Lecce è emersa una cittadinanza attiva e plurale: le donne e gli uomini che volevano cambiare la propria terra sono diventat* tessuto di democrazia e partecipazione, hanno liberato energie intellettuali e passioni civili. Su un muro del Salento, durante le scorse elezioni regionali, c’era scritto: “Mai nessuna epoca ha meglio propagato, pur annebbiandosi con inevitabili confusioni, la sensazione che tutto si giochi adesso” (R. Vaneigem). Era nell’aria: con quelle elezioni, in Puglia, poteva incominciare un pezzo di storia nuova. Si era già esternato un bisogno di decidere oltre la delega affidata ai partiti, una voglia di colmare l’abissale distanza tra palazzi e bisogni diffusi. Vendola era la denominazione corrente di una straordinaria avventura collettiva irriducibile ad una persona singola, che potrebbe rivivere in Sicilia con la vittoria di Rita Borsellino.


:::Antimafia sociale:::

“la mafia è una montagna di merda” P. Impastato

Una nuova vita del sud non può nascere che dalla fine delle mafie. La criminalità organizzata è stata derubricata dall’agenda politica e, dopo la stagione della primavera palermitan,a la società civile è tornata nel silenzio. Negli ultimi anni la criminalità organizzata, in tutte le sue ramificazioni territoriali, ha di fatto modificato la sua costituzione; un’operazione necessaria per continuare a mantenere un controllo diretto sul territorio assecondando i mutamenti della struttura produttiva. Il passaggio che ha fatto compiere il salto qualitativo in questa direzione è la deterritorializzazione dei suoi interessi criminali e delle sue ricchezze economiche. Vere e proprie holding del crimine in Sicilia come in Calabria hanno saputo collocarsi nella finanziarizzazione dell’economia.

Ancora una volta le istituzioni preposte alla lotta alle mafie non sono state in grado di rispondere alla loro intraprendenza. Oggi la speranza è riposta in quei ragazzi e ragazze che ai tempi delle stragi erano bambini ma che oggi trovano il coraggio di rialzare la testa e scendere in piazza a Locri all’indomani dell’omicidio di Fortugno. Così come i ragazzi del comitato ‘Addio Pizzo’ hanno tappezzato Palermo con manifesti listati a lutto con su scritto: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità” invitando a sostenere i commercianti che denunciano gli estorsori. I Forum Sociali Antimafia a Cinisi, le carovane, riuniscono migliaia di giovani che discutono del rilancio della lotta alle mafie. Queste esperienze ci raccontano di ragazze e ragazzi che frappongono il proprio corpo al potere mafioso. L’antimafia sociale ricolloca il fenomeno mafioso nella sua dimensione e lì agisce. Colpendo l’abusivismo edilizio, la privatizzazione dei servizi, la difesa di un’informazione libera, solo per citarne alcuni. L’antimafia non è solo l’attività delle procure e l’indagine di polizia, ma una presa di coscienza collettiva. E’ dovere politico delle e dei giovani comunist* impegnarsi con le associazioni, prima fra tutte Libera, nella lotta per la confisca e la riutilizzo a fini sociali dei patrimoni mafiosi. Per questo crediamo che la riscossa possa cominciare da quei giovani costretti ad emigrare, molti sperano un giorno di poter tornare in città e paesi senza più mafia.

CONTROLLO E REPRESSIONE

"La conoscenza è soltanto conoscenza. Ma il controllo della conoscenza, questa è la politica." B. Sterling

Il cosiddetto crollo delle ideologie, la globalizzazione, il primato del mercato su stato e politica hanno progressivamente eroso i poteri degli stati nazionali, per i quali l’esercizio del monopolio della forza fisica appare oggi come principale funzione residua insieme all’amministrazione della giustizia, o meglio della somministrazione della sanzione. E’ per questo che oggi il loro potere è indissolubilmente legato alla proliferazione di paure urbane a cui rispondere con sicurezza/repressione. Il termine ‘sicurezza’ non è più associato, nel senso comune, a dispositivi atti a garantire il benessere sociale, ma ad una sicurezza militare (la difesa nazionale da terrorismo e minacce esterne) ed una sicurezza poliziesca (la difesa individuale da criminalità e da tutte quelle che la ‘chirurgia sociale’ recinta come sacche di rischio). La criminalizzazione della miseria e la costruzione del nemico pubblico sono oggi strumenti indispensabili al potere per la sua riproduzione. Per questo il neoliberismo è indissolubilmente legato al controllo e all’esclusione sociale. Esso costruisce paura intorno agli ultimi, ai poveri, ai tossicodipendenti, agli emarginati e ai migranti e si occupa di relegarli in luoghi sicuri, le carceri nelle sue varie specificazioni (CPT, istituzioni coatte ecc.).

In Italia il governo Berlusconi ha contribuito notevolmente ad alimentare ansie e paure sociali cui rispondere con provvedimenti fortemente repressivi. La legge Bossi-Fini, la Fini-Giovanardi, la legge sulla legittima difesa, sono solo alcuni di questi. Ad essi si aggiunge un’ondata repressiva volta a mettere sotto accusa una generazione intera. Tantissimi sono stati i procedimenti giudiziari a carico di attivist* del movimento. Tanti gli episodi sconcertanti, dall’omicidio di Dax a quello di Federico Aldovrandi, così come le morti che quasi quotidianamente si susseguono all’interno delle carceri.

:::antiproibizionismo:::

Giusto o sbagliato non può essere reato!

In questi anni siamo stati protagonisti di un nuovo movimento antiproibizionista, come GC abbiamo partecipato ad esperienze collettive come Confinizero, MDMA, Million Marijuana March. Crediamo che una nuova normativa in materia di droghe debba assolutamente passare attraverso la non punibilità dell’uso delle sostanze. Occorre distinguere nettamente consumatori e narcomafie. Casi come quello di Giuseppe Ales a Pantelleria, suicidatosi per la vergogna di essere stato arrestato per due germogli di marijuana, non devono più accadere. Deve essere rilanciata la centralità dell’intervento pubblico, bisogna avviare campagne informative con percorsi partecipati nelle scuole, nei posti di lavoro e in tutti i luoghi di aggregazione giovanile. Occorre abrogare immediatamente la legge Fini-Giovanardi, ma superare anche l’impostazione proibizionistica della Jervolino-Vassalli, con la legalizzazione delle droghe leggere e l’autocoltivazione della marijuana, con particolare attenzione all’uso terapeutico. Riteniamo necessario che il nuovo Governo convochi immediatamente l’assemblea nazionale sulle droghe, senza aspettare i quattro anni, e che avvii un vero percorso partecipato con gli operatori, gli esperti, i movimenti per riscrivere dal basso una nuova normativa in materia di droghe.

NUOVE DESTRE

“Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, dal fondo brutalmente egoista di una società”. (P. P. Pasolini)

Le nuove destre con l’avvento della globalizzazione neoliberista sono diventate un fenomeno in continua trasformazione e crescita. Il pensiero unico ha messo in serio pericolo comunità, culture e tradizioni, il timore di una perdita dei diritti sociali è diventata perdita dell’identità. È questo il motivo per cui il protezionismo economico ha sedotto anche parte della piccola impresa e per altro verso la concorrenza della manodopera immigrata induce larghi strati di proletariato urbano e contadino verso un razzismo più o meno velato.

In Europa come in Italia è in atto una ricomposizione tra filoni di pensiero nazionalisti, conservatori, cattolici e populisti è congeniale alla formazioni di destra che da tempo sono al Governo. In Europa come in Italia, formazioni politiche di ultra destra come l’FPOE in Austria, il Partito del popolo in Danimarca, il Partito del progresso in Norvegia stringono alleanze di governo con la destra moderata. Nelle recenti elezioni politiche poi Berlusconi ha costruito un’alleanza con il MS Fiamma Tricolore, Forza Nuova, Alternativa sociale, Fronte Nazionale ha di fatto sdoganato formazioni in contrasto palese con la Costituzione. Nei governi locali queste formazioni costruiscono il consenso attraverso campagne sull’ordine e la sicurezza. Immigrazione, prostituzione, nomadismo e omosessualità, catalizzano le paure delle giovani generazioni che vivono in condizioni di precarietà.

Le periferie, gli stadi, i movimenti dei disoccupati, ma anche le scuole, sono i luoghi prescelti per il reclutamento attraverso parole d’ordine semplici ma efficaci: identità, tradizione, fede, patria. Il numero degli aderenti è in crescita e la composizione nelle grandi città è una mescolanza di criminalità e gruppi ultras. Interi circuiti di centri sociali, bar, negozi d’abbigliamento, assicurano ingenti fonti di finanziamento. Negli ultimi anni c’è stata una forte ripresa delle azioni squadriste contro immigrati, ma anche imboscate contro compagne e compagni dei Gc e dei centri sociali. L’omicidio di Dax a Milano è la tragica conseguenza della commistione tra violenza criminale e intolleranza. Bisogna resistere alle aggressioni costruendo nuovi spazi di socialità e riconquistando quelli persi questo è il nostro antifascismo.

Contro queste pericolose tendenze eversive dobbiamo riscoprire e diffondere i valori della Resistenza, tanto più oggi che per ragioni anagrafiche le/i partigian* , testimoni diretti di questo straordinario movimento, non possono rappresentarlo con la stessa forza di ieri. Molto preoccupante è la comparsa di un nuovo antisemitismo che va diffondendosi in Europa. Negazionismo d’antan e antisionismo acritico privo di senso storico ne sono i segnali che si aggiungono ad un generale atteggiamento ostile contro tutto ciò che ebraico. Aggressioni a singoli e atti vandalici contro sinagoghe e cimiteri ebraici sono ulteriori segni di un rigurgito violento.

L’antifascismo ci ha segnato che la shoah è una memoria collettiva. Condanniamo fermamente questi atti che putroppo, a volte rinvengono anche a sinistra.

Cultura, Comunicazione, Creatività e libero accesso ai saperi

Lo sviluppo nella società dell’informazione e della comunicazione del lavoratore cognitivo, d’intelletto, ha assunto, specie per le nuove generazione, un carattere pressoché di massa. Questo lavoratore, precario, flessibile e creativo è da tempo il campo di sperimentazione delle nuove forme di sfruttamento della conoscenza.

Da Seattle ad oggi molte sono state le forme di autorganizzazione che questi cognitari hanno messo in campo: gli intermittenti dello spettacolo, i ricercatori precari, gli studenti, i mediattivisti e i promotori del copyleft e dei creative commons.

Queste esperienze svelano la debolezza del modello competitivo dominante fino ad invalidare i principi basilari della globalizzazione economica, come la proprietà privata. Si pensi alla campagna sui creative commons, a quella sull’open source e, più semplicemente alle migliaia di giovani che scaricano ogni giorno film, musica, software, con la naturalità di chi pensa che la cultura, l’arte e la conoscenza siano di pubblico dominio.

Pensiamo che lo sviluppo e la promozione di spazi di autorganizzazione sociale e cretiva (case editrici underground, mediattivismo, spazi pubblici autogestiti, radio comunitarie, librerie associative, esperienze di cooperazione internazionale dal basso, videomaker) parla di noi, della nostra condizione e della nostra vita.

Per questo creare e costruire dibattito e proposte sull’accesso (inteso come produzione e fruizione insieme) a saperi, conoscenze, arti e linguaggi, è il metodo che oggi individuiamo come strategico per il nostro agire politico futuro.

 

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