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III CONFERENZA
NAZIONALE DEI GIOVANI COMUNISTI
Documento
IL CUORE DELL’OPPOSIZIONE
Presentato da Peppe D’Alesio e Filippo
Benedetti
Premessa: chi siamo, perché questo
documento.
L’esecutivo nazionale dei GC si era congedato dalla scorsa conferenza di
Marina di Massa dichiarando il proposito di “Rivoluzionare il presente e
costruire un altro mondo possibile” sulla scia del movimento
antiglobalizzazione. A distanza di quattro anni, ci ritroviamo al governo
della settima potenza capitalistica mondiale, alleati di gente come
Mastella, Dini, Treu, Rutelli, Bonino, Montezemolo (e la lista potrebbe
continuare): in sostanza dei più fedeli rappresentanti di quel potere e di
quel dominio capitalistico che un tempo si dichiarava di voler combattere.
Questo documento è il frutto della riflessione di numerosi Giovani
Comunisti che alla luce della loro esperienza quotidiana sui territori
esprimono un profondo dissenso al nuovo corso governista e riformista del
Prc. Pensiamo che la prospettiva anticapitalista, che il partito ha
abbandonato e sacrificato sull’altare delle compatibilità di governo, vada
raccolta e rilanciata dai GC.
Al contempo non ci riconosciamo nelle mozioni di minoranza ufficiali:
queste, che all’indomani del congresso promettevano fuoco e fiamme, ora si
adeguano in maniera supina al nuovo corso, accontentandosi del “diritto di
tribuna” loro concesso negli organismi dirigenti. Proprio nel momento in
cui maggiormente si rende necessaria la presenza di un’opposizione di
classe dentro il Prc e nella società, le vecchie mozioni congressuali
preferiscono il ruolo più comodo di “minoranza”, pur di non disturbare il
manovratore.
L’epoca storica in cui viviamo ci mostra ogni giorno come il diritto al
profitto sia l’unico e intoccabile principio su cui si basa il dominio
capitalista.
Pensiamo che chiunque aspiri al superamento di questo sistema sociale
debba partire da una sola, granitica convinzione: c’è bisogno di
opposizione.
Se questa convinzione viene meno nel nostro partito, è allora da esso che
bisogna cominciare, costruendo al suo interno una vera opposizione
politica alla deriva governista.
Un’opposizione coerente e non di bandiera, intransigente e non di mera
facciata.
O con i padroni o con le classi oppresse: a differenza di quanto affermano
alcune “minoranze”, non esistono soluzioni intermedie. Questo il senso
profondo della nostra netta contrarietà alle tesi dell’Esecutivo Nazionale
uscente. Questa la ragione della presentazione di un nostro documento.
1.Fermiamo la svolta governista
In questi anni una nuova generazione è scesa in campo ai quattro angoli
del pianeta per lottare contro un potere capitalista che, nel nome dei
profitti e delle rendite finanziarie, sfrutta, affama, depreda risorse,
aggredisce e massacra intere popolazioni.
L’Italia è stataattraversata da un’ondata di mobilitazioni contro
l’arroganza del governo Berlusconi, portatore dei più biechi interessi
padronali. Praticamente ogni settore delle classi subalterne è sceso in
piazza: dagli studenti ai ricercatori precari, dai lavoratori a tempo
determinato ai metalmeccanici, fino ad arrivare alle mobilitazioni in
difesa della salute e del territorio, come dimostra la straordinaria e
prolungata lotta del popolo della Val di Susa contro il progetto dell’alta
velocità.
L’esecutivo nazionale ha fatto leva su questi eventi per sostenere che
occorreva “cambiar pelle per aprirci ai movimenti”, che bisognava
“riformare il partito per renderlo più permeabile alle spinte provenienti
dalla società”.
Oggi scopriamo che quello del movimento non era che un’alibi.
Il cambio di pelle, la riforma profonda delle strutture, dei valori e
della cultura della nostra organizzazione ci sono stati, eccome: ma il
fine non era quello di aprirci ai movimenti, bensì di accreditare il Prc
come forza di governo affidabile al fine di conquistare la fiducia dei
salotti buoni della politica borghese.
Non a caso, sono stati proprio gli organi di stampa padronali (ad esempio
il Corriere della Sera) i primi a salutare con enfasi ed entusiasmo la
serie impressionante di pubbliche “abiure” condotte dal gruppo dirigente
del Prc e dei GC in questi mesi: dal pacifismo e la non-violenza gandhiana
assunte come valore assoluto al rifiuto della categoria di “imperialismo”,
dalla presa di distanza dai movimenti di resistenza e di liberazione
nazionale in Iraq e in Palestina alla riabilitazione della religione e del
cattolicesimo, dall’esaltazione della farsa delle primarie, alla messa in
discussione della natura di classe del partito, fino al ripudio del
leninismo e quindi del marxismo.
Il VI Congresso nazionale, svoltosi lo scorso anno, ha accelerato questo
processo, dando vita alla cosiddetta Sinistra Europea, ovvero ad un
soggetto politico interclassista che rompe di fatto i legami con il
movimento operaio e la sinistra comunista.
L’ingresso al governo con l’Unione di Prodi rappresenta l’approdo
definitivo di questa lenta ed inesorabile capitolazione sugli altari della
governabilità. La “mutazione genetica” sembra non avere più fine. Nel
corso degli ultimi 12 mesi siamo passati da un ipotesi di accordo
elettorale col centrosinistra all’ingresso organico nella coalizione,
dall’accettazione del metodo delle primarie in stile USA per incoronare
Prodi a capo della coalizione alla condivisione in toto del programma
dell’Unione e alla rinuncia a presentare un nostro programma elettorale.
Il nuovo corso del Prc stà determinando confusione e disorientamento nel
nostro corpo militante. Tanti giovani compagni, che con generosità e
convinzione si sono resi protagonisti del ciclo di mobilitazioni di questi
ultimi anni, si ritrovano ora in un partito che si appresta a diventare la
controparte di quelle stesse lotte.
Alla luce di ciò i GC, dimostratisi in questi anni un prezioso serbatoio
di forze vive e militanti, non possono e non devono rendersi complici del
nuovo corso governista.
2.Verso una nuova stagione di lotte
Le elezioni del 9-10 Aprile ci consegnano uno scenario per certi versi
inaspettato: l’Unione di centrosinistra, di cui siamo parte integrante,
conquista una vittoria sul filo di lana, di gran lunga al di sotto delle
aspettative e delle previsioni benevole dei sondaggi; il Prc, pur nel
quadro di un risultato complessivo soddisfacente, non riesce ad
intercettare il voto giovanile e di movimento, come dimostra il notevole
divario tra i voti del senato e quelli della camera; di converso, Silvio
Berlusconi mantiene pressoché intatto il proprio bacino elettorale. Cinque
anni di massacro sociale, leggi ad personam, aggressioni imperialiste,
politiche di miseria, precarietà e repressione, di attacco alle
istituzioni in chiave reazionaria, non sono bastate ad erodere il consenso
di massa della destra. Il berlusconismo, fenomeno che ha caratterizzato
l’ultimo decennio della politica italiana, è ben lungi dall’essere
sconfitto, e si ripresenta, all’indomani delle elezioni, più che mai
aggressivo e arrogante.
La tenuta elettorale della Cdl si spiega in parte col fatto che il
centrosinistra si è dimostrato poco credibile finanche sul terreno più
elementare, quello dell’opposizione al governo delle destre e alle sue
derive plebiscitarie e fascistoidi: ha conferito a Berlusconi e ai suoi
una legittimità “democratica” che fino a qualche tempo fa sarebbe apparsa
inimmaginabile (basterebbe pensare alle continue prese di posizione di DS,
Margherita e dello stesso Bertinotti contro una cacciata “prematura” del
governo); ne ha accettato le peggiori misure antipopolari, come dimostra
il consenso “bipartizan” alle privatizzazioni, alle politiche di
precarizzazione del lavoro, all’ipotesi di scippo del TFR (caldeggiato
dagli stessi sindacati confederali), alla guerra imperialista in
Afghanistan, all’attacco congiunto a diritti civili come la 194 o ancora
l’ostracismo nei confronti dei Pacs, la criminalizzazione delle lotte
sociali, ecc.
Questo “eccesso di prudenza” non deve sorprendere: la condotta del
Centrosinistra trova una sua spiegazione logica nel fatto che la
coalizione guidata da Prodi fin dal 1996 ha rappresentato il più
affidabile, tenace e credibile comitato d’affari della grande borghesia
italiana ed europea.
La classe lavoratrice assiste a questo scontro tra due frazioni della
classe dominante priva di un proprio riferimento politico. La tesi di una
presunta natura socialdemocratica dei DS, sostenuta apertamente da alcune
minoranze interne ai GC, risulta, alla prova dei fatti, del tutto
superata.
I DS, infatti, da almeno un lustro hanno portato a compimento la svolta
verso un partito organicamente liberale: l’iscrizione nelle loro fila di
eminenti esponenti di Confindustria (De Benedetti su tutti) è più che
sufficiente a chiarire la questione. La nascita del partito democratico
rappresenta oggi la consacrazione del sodalizio di ferro tra Ds,
Confindustria e grande capitale.
Più che nei programmi scritti, è nei fatti che emerge in maniera quanto
mai limpida il carattere di classe dell’Ulivo e dell’Unione.
A detta di Prodi e dei suoi seguaci, essi confermeranno la presenza
militare italiana in Afghanistan, Kosovo e Somalia; in Iraq, dietro la
foglia di fico di un ancora ipotetico ritiro, l’aggressione proseguirà
sotto le insegne dell’ONU o di sedicenti “truppe di ricostruzione”; le
norme precarizzanti della legge 30, coerentemente con lo spirito del
pacchetto Treu, non verranno minimamente intaccate; lo stesso discorso
vale per la riforma Moratti, per la Bossi-Fini sull’immigrazione e per il
progetto dell’alta velocità (TAV) nella Val di Susa.
D’altronde, le lotte sociali di questi anni non si sono limitate ad una
semplice opposizione al governo delle destre, ma sono spesso andate oltre,
investendo con le loro contestazioni gli stessi apparati del
centrosinistra.L’esempio bolognese è in questo senso paradigmatico: nella
capitale emiliana un nuovo movimento di giovani e studenti ha rotto il
clima piu che ventennale di pace sociale per opporsi alle politiche
securitarie, repressive e razziste del sindaco-sceriffo Cofferati, il
quale non a caso ha ricevuto le lodi della Lega e delle destre. Anche il
già citato movimento No-Tav in Piemonte ha trovato come sua controparte
non solo il governo centrale, ma anche in primo luogo la giunta ulivista
piemontese di Mercedes Bresso; il movimento contro la privatizzazione
dell’acqua a Napoli è nato a seguito di una delibera della giunta comunale
di Rosa Russo Jervolino; il movimento contro l’inceneritore di Acerra si è
opposto ad un progetto di inceneritore portato avanti da Antonio Bassolino…
e gli esempi potrebbero proseguire.
E’ chiaro quindi che il governo di centro-sinistra sarà anti-operaio,
amico dei padroni e della precarietà, razzista e guerrafondaio.
Mentre Prodi si affanna a ripetere gli appelli all’unità e alla concordia
tra le classi, risulta sempre piùevidente come gli interessi dei
lavoratori siano incompatibili con quelli dei padroni.
I GC sono quindi chiamati ad una scelta di coerenza: collocarsi fin da
subito all’opposizione del governo dell’Unione, chiedere al partito tutto
l’uscita immediata dall’esecutivo di Prodi, contribuire alla nascita in
Italia di un blocco autonomo di classe, alternativo al bipolarismo
borghese sia sul piano nazionale che su quello locale.
Un tale percorso non costiuisce il frutto di un ripiegamento settari, nè
può fondarsi sulla “purezza della dottrina”, come pensano (sbagliando)
alcune minoranze del Prc, ma al contrario si propone di dar vita a
un’ampia aggregazione di tutte le forze comuniste, delle avanguardie
sindacali e dei movimenti anticapitalisti: un fronte largo e di massa, una
“casa comune” che sappia offrire una sponda reale al movimento e alle
lotte sociali, che sappia dar voce (per dirne una) a quei 10 milioni di
cittadini che votarono Si all’estensione dell’articolo 18, in antitesi sia
alla destra che alla sinistra borghese.
3.GC e movimento: la fine della disobbedienza
La scorsa conferenza nazionale fu per intero attraversata dal dibattito e
dal confronto sulla disobbedienza.
L’Esecutivo Nazionale, nel corso di tutto il suo mandato, ha tentato
ostinatamente di traghettare la nostra organizzazione all’interno del
“laboratorio della Disobbedienza”, nel tentativo di determinare una
sostanziale identificazione tra GC e disobbedienti; esso ha perseguito
tale scelta con una spregiudicatezza tale da renderla prioritaria su tutto
e ignorare qualsiasi terreno di intervento politico che non fosse
riconducibile a tali pratiche.
A distanza di quattro anni, questa esperienza viene considerata “esaurita”
proprio da coloro che con maggior convinzione la sostennero: in sostanza,
siamo dinanzi a un fallimento della disobbedienza su tutti i fronti.
Da tempo, infatti, è in atto un processo di disintegrazione di quest’area
politica in svariate fazioni perennemente in lotta tra loro. Questa
diaspora non è il frutto di un confronto e di una dialettica tra diverse
opzioni politiche, bensì di una frenetica concorrenza tra le varie
parrocchie “disobbedienti” per salvaguardare o conquistare spazi di potere
presso le istituzioni borghesi: non a caso esse sostengono quasi ovunque
le amministrazioni locali di centrosinistra, assumendo al loro interno
incarichi di primaria importanza
Il radicalismo di facciata delle pratiche disobbedienti (azioni
simboliche, gesti esemplari, scontri mimati con la polizia, pratiche di
movimento coreografiche e folkloristiche) ha sempre fatto il paio con una
linea politica moderata e accondiscendente al potere costituito.
Questo stato di cose non poteva non avere ricadute nefaste sul corpo
militante dei GC: tantissimi compagni escono oramai stremati da anni di
movimentiamo senza sbocco, concentrato in azioni effimere che si sono
esaurite in breve tempo senza lasciare tracce. Nel frattempo, proprio
quando il movimento ha fatto irruzione sui luoghi di lavoro, nelle scuole,
nelle università e sui territori, i Disobbedienti si sono ritrovati ai
margini di queste lotte, del tutto estranei ai contesti sociali in cui
queste sono nate.
E’ necessario compiere un bilancio franco e trasparente del percorso
finora svolto: invece di rifugiarsi, come fa l’Esecutivo Nazionale, in
concettuose interpretazioni sociologiche o astrusi giri di parole
bisognerebbe prendere atto del fallimento della disobbedienza e invertire
la rotta del nostro intervento nei movimenti.
4.Il Ritorno in campo della classe operaia
La crisi economica continua ad essere tale soltanto per i lavoratori e per
le loro famiglie. Secondo Mediobanca le imprese nel 2004 hanno aumentato i
loro profitti del 65% rispetto all’anno precedente; di converso
l’incidenza dei salari sul PIL, che fino a dieci anni era pari al 43%,
oggi risulta ridotta al 30% della ricchezza nazionale prodotta. Queste
cifre trovano la loro più cruda conferma nei livelli salariali dei
metalmeccanici: questi, a parità di potere d’acquisto, figurano al
penultimo posto in Europa (solo gli operai greci stanno peggio!).
La lotta degli operai Fiat a Termini Imerese, gli scioperi ad oltranza
degli autoferrotranvieri partiti a Milano e poi estesisi in tutta Italia,
la massiccia mobilitazione dei dipendenti dell’Alitalia sono solo alcune,
emblematiche testimonianze della ripresa del conflitto sui luoghi di
lavoro.
In quest’ottica, la straordinaria mobilitazione dei lavoratori di Melfi
nella primavera del 2004 ha rappresentato un vero e proprio spartiacque:
oltre venti giorni di sciopero a oltranza, settimane intere di blocchi
stradali, picchetti, cortei, proprio in quel sito produttivo che da sempre
veniva considerato dai padroni come il tempio della precarietà e della
nuova disciplina d’azienda, quindi al riparo da qualsiasi conflitto.
Le recenti lotte operaie vedono in prima fila proprio quella giovane
classe operaia, nata e cresciuta in un contesto di precarietà permanente,
la stessa che da più parti, anche in ambienti della sinistra, veniva
considerate priva di coscienza di classe e quindi renitente a qualsiasi
forma di conflitto.
Questo nuovo scenario pone i GC di fronte a nuovi compiti e nuove
responsabilità: non basta essere presenti ai picchetti e agli scioperi,
come pure abbiamo fatto: occorre un programma d’intervento che prefiguri
una direzione alternativa di queste lotte e le sottragga alle
strumentalizzazioni e all’opportunismo del centrosinistra e delle
burocrazie sindacali.
5.Tornare sui luoghi di lavoro
Le forme aggregative dei GC attuali sono lontane dalle esigenze della
giovane classe lavoratrice.
Ne è prova la crisi di radicamento tra i giovani operai, tra le nuove leve
del precariato, tra i giovani disoccupati del Sud, ma soprattutto la quasi
totale assenza di questi settori sociali negli organismi dirigenti, sia
nazionali che locali.
Lo stato di crisi dei circoli di fabbrica, e il bassissimo tasso di
lavoratori iscritti ai GC è lo specchio di una struttura che negli ultimi
anni ha rinunciato a sviluppare un intervento sistematico e costante nei
luoghi di lavoro. Bisogna invertire questa logica.
I giovani proletari, sottoposti al perenne ricatto della precarietà e dei
licenziamenti facili, sono coloro che pagano maggiormente il prezzo delle
ristrutturazioni padronali. Ne consegue che a costoro va dedicata
un’attenzione prioritaria. Una struttura giovanile comunista è tale se
trova i mezzi e le forme adeguate a costruire un rapporto con la classe di
riferimento,.
Bisogna tornare a costruire campagne di massa su tematiche politiche,
economiche e sociali che coinvolgano i giovani lavoratori; tornare a
organizzare volantinaggi e momenti di controinformazione nei pressi dei
luoghi di lavoro; sviluppare inchieste e monitoraggi per conoscere a fondo
(e quindi combattere) le dinamiche di sfruttamento sui nostri territori;
utilizzare linguaggi e formule comunicative che siano facilmente
comprensibili dai giovani lavoratori.
Il sindacato, che per decenni era stato il principale veicolo di
protagonismo e partecipazione della classe lavoratrice, negli ultimi tempi
è divenuto il principale strumento di passività, delega, rassegnazione.
Oggi una nuova generazione rialza la testa e riprende a lottare per
difendere i diritti, e si trova a scontrarsi, prima ancora che con i
padroni, proprio con le burocrazie sindacali. La vicenda del recente
rinnovo contrattuale dei metalmeccanici ne è una fresca testimonianza: in
molti dei principali stabilimenti gli operai hanno respinto con forza
l’accordo truffa siglato da Fiom-Film e Uilm e in alcune fabbriche hanno
dato vita a momenti di discussione e di lotta, e ciò malgrado il continuo
boicottaggio da parte dei confederali (un’esempio su tutti quello della
Fiat di Pomigliano d’Arco, dove i lavoratori dello Slai-Cobas hanno pagato
col licenziamento la loro opposizione all’accordo).
Questo stato di cose ci impone la necessita’ di intraprendere un lavoro di
coagulo dei settori più combattivi del lavoro dipendente, quelli che
costituiscono l'ossatura delle lotte e delle manifestazioni.
Sia nel sindacato confederale che in quello extraconfederale esistono
pezzi importanti della cultura e della pratica antagonista: un patrimonio
di esperienze e di storia, di lotte e conquiste che non si può mantenere
frammentato; esso va unificato attraverso un processo di riaggregazione e
di coordinamento. Occorre lavorare fin da ora alla costituzione di
coordinamenti dei lavoratori comunisti in tutti i luoghi di lavoro, che
sappiano riunire i lavoratori e gli Rsu più combattivi, trasversalmente
alle sigle sindacali e alle categorie di appartenenza, sulla base di una
comune piattaforma classista e anticoncertativa. Non si tratta di una
proposta idealistica o calata dall’alto: simili esperienze stanno gia’
nascendo in diverse citta’ italiane: si tratta quindi di alimentarle e
rafforzarle.
6.Lotta alla precarietà e lotta di classe sono una cosa sola
La precarietà non rappresenta una nuova categoria, ne determina una nuova
classe sociale: essa non è altro che la forma attuale dello sfruttamento
salariato, la quale ci rimanda agli albori del capitalismo. Nessuna novità
epocale, quindi, come vorrebbe far credere qualche sociologo
“progressista” in vena di dissertazioni mentali.
Una trafila di provvedimenti legislativi compiuta da tutti i governi
europei nel corso degli anni ’90 con la connivenza delle burocrazie
sindacali (in Italia Cgil- Cisl- Uil) ha fatto si che i rapporti di lavoro
precari divenissero norma: in Italia tale processo è stato inaugurato con
la legge 223 del 91, che ha sancito la libertà di licenziamento collettivo
(nota come mobilità), è proseguito col Pacchetto Treu, viatico del lavoro
interinale, e il decreto Bassanini sulla precarietà nel pubblico impiego
all’epoca dei governi ulivisti, ed è culminato con la famigerata legge 30
di Maroni nel 2003 e col tentativo di attacco all’articolo 18 dello
Statuto dei lavoratori. Tutto ciò in un contesto in cui i governi
continuano ad incentivare lo smembramento e la distruzione dei vecchi
insediamenti industriali attraverso esternalizzazioni e cessioni di ramo
d’azienda: in tal modo per i padroni è più facile imporre condizioni di
lavoro schiavistiche.
Ad oggi si contano più di cinquanta figure contrattuali: nello scorso anno
circa il 60% delle nuove assunzioni è stato con contratti tempo
determinato (a termine, interinale, part-time, job on call, co.co.pro,
staff leasing, ecc.). A queste va aggiunta la galassia di lavoratori al
nero, i quali non figurano in nessuna statistica ufficiale: secondo una
recente indagine dell’Ires-Cgil nello scorso anno ben 6 milioni di
lavoratori (in buona parte immigrati) hanno prestato la propria manodopera
privi di qualsiasi contratto.
La precarizzazione del lavoro, unita alla crisi, porta alla
proletarizzazione di fette sempre più larghe del lavoro dipendente: la
diffusione dei contratti atipici nel pubblico impiego ne è la
testimonianza più diretta.
La vera novità della nostra epoca non è rappresentata dall’esistenza in sè
del precariato, ma dall’irrompere della lotta di classe nei luoghi della
precarietà: le mobilitazioni dei lavoratori della Tim a Bologna, dei
dipendenti dei call center dell’Atesia e di quelli di Auchan a Roma, dei
lavoratori delle cooperative sociali a Napoli, la diffusione di vertenze
tra i cosiddetti “atipici” rappresentano la smentita più clamorosa di chi,
anche nella nostra organizzazione, si è lasciato ammaliare dalle tesi
“suggestive” di Rifkin e Revelli sulla fine del lavoro salariato e
l'estinzione della classe operaia.
Nella nostra organizzazione si parla troppo di precarietà senza una reale
cognizione di causa: il precario diviene spesso un feticcio nel nome del
quale giustificare scelte e pratiche opportunistiche. Ecco così che si
contrappone il mito del precario allegro, gioioso e spensierato
all’operaio “novecentesco, quindi superato”; si oppone l’idea delle
moltitudini in movimento alla tanto vetusta e deprecata lotta di classe,
si rifiutano in maniera altezzosa gli scioperi come strumento di
conflitto, preferendogli i meeting e le street parade…Questo “nuovismo”
esistenzialista, oltre a fondarsi su argomentazioni del tutto fantasiose,
si è dimostrato completamente inefficace sul piano degli effetti pratici:
nessuna legge ingiusta è mai stata abrogata a colpi di danza, mai nessuna
“moltitudine di invisibili” è stata capace di vincere una vertenza o
fermare un solo licenziamento! I fatti ci dicono che le forme di
organizzazione “tradizionale” della classe operaia, che i vertici dei GC
sembrano ansiosi di voler superare, sono in realta’ le uniche che pagano.
Dobbiamo quindi lavorare all’organizzazione dei precari partendo dalla
materialità della loro condizione oggettiva. Sostenere le singole lotte e
vertenze territoriali, promuovere coordinamenti nazionali di lavoratori
precari, stimolare l’unità dei precari con i lavoratori a tempo
indeterminato, ma soprattutto lottare a livello politico per l’abolizione
di tutte le leggi precarizzanti, in primo luogo del Pacchetto Treu e della
Legge 30.
7.Il movimento francese ci indica la strada
La Francia si è dimostrata ancora una volta una utile e preziosa scuola di
lotta di classe, un esempio cui tutti gli sfruttati del continente devono
guardare con attenzione. Nelle scorse settimane milioni di precari e
studenti hanno invaso le principali piazze transalpine per esprimere la
loro opposizione ai CPE (contratti di primo impiego) con cui il governo di
destra di De Villepin intendeva garantire ai padroni la più completa
libertà di licenziamento per i nuovi assunti.
Dopo più di un mese di manifestazioni, blocchi stradali, occupazioni,
scontri di piazza, quella legge è stata ritirata. In sintesi, lo
straordinario movimento delle masse francesi ha vinto!
L’esperienza francese è gravida di insegnamenti per i comunisti e più in
generale per le classi oppresse italiane. Essa innanzitutto ci dimostra
come solo con la lotta è possibile difendersi dall’attacco di governi e
padronato: gli studenti e i precari francesi hanno scelto di non delegare
alle aule parlamentari e alla sinistra moderata la difesa dei propri
interessi.
Allo stesso tempo questa lotta svela in maniera chiara come gli equilibri
all’interno della società capitalistica siano il frutto non del colore dei
governi in carica, bensì dalla forza e dal conflitto che ciascuna delle
classi è capace di mettere in campo. Per essere più chiari, in Francia il
movimento di questi mesi, grazie alla lotta, è riuscito ad ottenere da un
governo di destra il ritiro di una legge che in molti paesi europei i
governi di centrosinistra sono riusciti ad approvare grazie alla
concertazione e al coinvolgimento dei partiti operai nei loro esecutivi
(vedi Pacchetto Treu).
Gli eventi francesi smentiscono in maniera clamorosa la tesi del
condizionamento “da sinistra” dei governi borghesi: in sostanza, con la
lotta è possibile strappare conquiste anche al peggiore dei governi; al
contrario, la pace sociale e la complicità della sinistra di classe coi
governi dei padroni preparano il terreno alle peggiori sconfitte.
I GC e tutto il Prc, alla luce della vittoria degli studenti e dei precari
in Francia farebbero bene a riconsiderare le loro scelte e la loro
collocazione sulla scena politica italiana: una rivolta contro la
precarietà può esplodere anche nel nostro paese, e la nostra
organizzazione è chiamata fin da ora a decidere da quale parte della
barricata intende schierarsi.
8.Un nuovo movimento studentesco
L’istruzione, e con essa l’intero panorama della cultura e della
formazione, hanno perso in questi anni quel valore sociale e pubblico
conquistato con le dure lotte del movimento studentesco lungo tutto il
dopoguerra.
Da una recente inchiesta dell'ISTAT, secondo cui la percentuale di
"studenti-lavoratori" (a tempo pieno, part time o al nero) ha oramai
superato (52%) quella degli studenti a tempo pieno, risulta chiara l'idea
di come la maggioranza degli universitari si trovi in una condizione di
sostanziale autosostentamento, costretta a offrire la propria manodopera
(spesso sottopagata) per pagarsi gli studi a fronte di una totale mancanza
di copertura statale.
All’indomani di dieci anni di riforme, scuola e università si sono
trasformate in vere e proprie succursali delle imprese: la diminuzione
progressiva della spesa pubblica è stato il principale strumento per
spingere le stesse nella braccia dei privati, i quali possono così
modellare a piacimento quella massa studentesca da essi non a caso
ribattezzata “manodopera cognitiva”.
Contro queste politiche di precarietà e selezione di classe è tornata a
levarsi forte la voce del movimento studentesco. Dopo anni di passività e
rassegnazione, nello scorso autunno abbiamo assistito ad una ripresa del
protagonismo nelle scuole e negli atenei: la straordinaria manifestazione
dei duecentomila a Roma fuori al parlamento è il segno di un’inversione di
rotta epocale.
La mobilitazione in molte città è partita dalla forte opposizione alla
riforma Moratti, ma non si è limitata a questo. In molti istituti e
facoltà la ripresa del confronto e della partecipazione ha ben presto
generato tra gli studenti la consapevolezza che l’attacco all’istruzione
pubblica affonda le sue radici nelle riforme Berlinguer e Zecchino, che
per prime hanno spalancato le porte all’ingresso dei privati in scuole e
università, quindi alla mercificazione dei saperi.
I GC sono apparsi in molti casi i grandi assenti nel movimento
studentesco, e anche quando sono stati presenti alle mobilitazioni, ne
hanno avallato le tendenze piu deteriori. In questi anni, infatti,
l’Esecutivo Nazionale ha seminato tra gli studenti l’illusione di poter
“riformare la riforma” attraverso l’organizzazione di seminari e corsi
alternativi con tanto di crediti formativi in palio; ha alimentato una
contrapposizione artificiosa tra diritto ai “saperi” e diritto allo
studio; ha esplicitamente invitato i compagni ad abbandonare i collettivi
per puntare sui “Laboratori”, cioè su ambiti di mera discussione
seminariale.
La ripresa delle mobilitazioni nelle facoltà ha invece mostrato quanto
prezioso sia il ruolo dei collettivi studenteschi. Le lotte condotte in
questi anni dai Collettivi (come ad esempio a Napoli, Roma, Pisa, Venezia
e Catania) contro la guerra, in difesa del diritto allo studio e contro le
riforme aziendaliste, sono l’esempio di come sia possibile promuovere e
organizzare, anche all’interno della scuola e dell’università “riformate”,
momenti di lotta e di resistenza all’attuale assetto classista della
cultura italiana.
I collettivi studenteschi devono quindi essere considerati una risorsa
preziosa, non certo un fardello: compito dei GC dev’essere quello di
promuoverne di nuovi là dove sono inesistenti; ridare vita ad un vero
coordinamento nazionale dei collettivi studenteschi medi ed universitari,
sviluppare e massimizzare il lavoro che numerosi compagni svolgono ogni
giorno nelle Scuole e negli Atenei.
9.Al fianco dei proletari immigrati
I migranti costituiscono oggi il principale serbatoio di forza lavoro a
basso costo nelle mani di una classe dominante che ne gestisce l’esistenza
a proprio uso e consumo. Per questa ragione, essi fanno parte a pieno
titolo del nuovo proletariato del XXI secolo.
La legge “Bossi-Fini” ha costruito un impianto legislativo basato sulla
repressione e sul ricatto padronale, attraverso la chiusura delle
frontiere, i flussi programmati e il controllo poliziesco.
Questa legge è perfettamente in linea con gli accordi di Shengen, che
mirano alla costruzione di una “fortezza-Europa” in cui sono liberi di
circolare solo capitali e merci.
La clandestinità si erge così a norma di sistema gettando migliaia di
lavoratori nel mercato del lavoro nero. Il migrante clandestino, in quanto
tale, vive in uno stato di illegalità che lo espone alla repressione delle
forze dell’ordine e alla propaganda xenofoba e razzista.
La Bossi-Fini è una diretta emanazione della Turco-Napolitano. Questa
legge, promossa e varata dall’allora governo Prodi con la nostra
complicità contiene già le principali norme di regolamentazione dei flussi
e le condizioni necessarie per ottenere il permesso di soggiorno, ma
soprattutto è la legge che ha istituito i centri di permanenza temporanea
(CPT), veri e propri lager in cui la “permanenza temporanea” è detentiva e
non vi è garanzia nemmeno dei diritti inalienabili sanciti dalle
convenzioni internazionali (come dimostrano le condizioni scandalose in
cui versano gli immigrati nordafricani rinchiusi nel CPT di Lampedusa). La
legge Bossi-Fini non fa altro che partire da queste norme per renderle
ancora più repressive: entri in Italia perché servi al padrone, vieni
licenziato quando non servi più e automaticamente diventi clandestino,
quindi un criminale!
E’, quindi, necessario che i lavoratori immigrati si autorganizzino e
lottino in un fronte unitario con i lavoratori italiani per
l’emancipazione delle classi sfruttate.
Come GC dobbiamo individuare una piattaforma nella quale possano
riconoscersi tutti i lavoratori, che superi i meccanismi padronali della
guerra fra poveri e abbia il coraggio di affermare chiaramente quali sono
i veri nemici di classe.
Per garantire pieni diritti agli immigrati è necessaria una sanatoria
generalizzata, la chiusura di tutti i campi lager, il diritto di
cittadinanza, il permesso di soggiorno rilasciato dai comuni e non dalle
questure. Bisogna in sintesi cancellare la Turco-Napolitano.
Difendere diritti dei proletari immigrati, lavorare alla loro
sindacalizzazione e battersi contro precarietà e lavoro nero e equivale a
difendere i diritti di tutti i lavoratori.
10.Per l’unità delle lotte sociali attorno a una comune piattaforma
Alla luce di quanto detto, risulta evidente come la contraddizione
capitale-lavoro rivesta oggi più che mai una centralità assoluta: essa
infatti influenza e determina ogni altro aspetto della vita sociale e
rappresenta quindi la madre di ogni altra contraddizione prodotta dal
sistema capitalistico.
Il nostro intervento nei movimenti, per essere efficace, ha bisogno di un
programma, di una piattaforma di rivendicazioni che unisca attorno ad una
prospettiva comune ciò che in questi anni le manifestazioni hanno unito
nelle piazze, con l’obiettivo di aprire finalmente un varco per
un’alternativa reale, quindi di classe, ai governi borghesi e alle loro
politiche.
Riteniamo che una piattaforma che risponda a queste esigenze non possa che
fondarsi su un nucleo di obiettivi unificanti:
·Estensione dello statuto dei lavoratori a tutti i lavoratori (anche alle
imprese con meno di 16 dipendenti)
·Soppressione della legge Bossi-Fini sull’immigrazione e di tutte le leggi
pregresse (es. la Turco-Napolitano del 1998)
·Ripristino della “scala mobile” (indicizzazione dei salari in base
all’inflazione reale)
·Riduzione a 35 ore dell’orario di lavoro settimanale, senza contropartite
fiscali e di flessibilità, con forti aumenti salariali, senza
annualizzazioni e con l’abolizione per legge dello straordinario
·Assunzione a tempo indeterminato di tutti i lavoratori precari e
abolizione della famigerata legge 30, del “Pacchetto Treu” e di tutte le
leggi precarizzanti
·Salario garantito a tutti i disoccupati equiparato alla C.I.G
·Abrogazione delle riforme Moratti di scuola e università e di tutte le
precedenti riforme aziendalistiche (es. Berlinguer, Zecchino, ecc)
·Nazionalizzazione senza indennizzo e consegna nelle mani dei lavoratori
di tutte quelle imprese che evadono, inquinano, corrompono, licenziano
·Ritiro dell’Italia dalla NATO, ritiro delle truppe italiane da tutte le
missioni militari imperialiste, tagli drastici alle spese militari e
riconversione delle stesse in capitoli di spesa sociale
11.Una risposta di classe alla questione meridionale
Le lotte di questi anni, da Scanzano a Melfi a Locri, dalle manifestazioni
contro il Ponte sullo Stretto a quelle contro l’inceneritore ad Acerra, i
movimenti dei disoccupati e degli sfrattati a Napoli, sono la riprova di
come il nostro paese sia ancora attraversato da un profondo dualismo fra
un Nord evoluto e un Sud immerso nella miseria e nel sottosviluppo. Locri,
attraversata da una sola strada e due binari, è un esempio calzante . Ma
essa è solo la punta dell’iceberg.
Il territorio meridionale è stato per anni depauperato dai continui flussi
migratori a cui i giovani sono obbligati per trovare una più decente
occupazione al nord. Oggi non è diverso. I dati dell’Istituto Svimez,
specializzato sulle tematiche del Mezzogiorno, ci dicono che nel 2002 i
nuovi emigranti dal Meridione sono stati 180 mila e oltre 200 mila nel
2003. Il fenomeno riguarda oggi giovani, magari diplomati e laureati, ed i
nuovi disoccupati, lavoratori espulsi dal ciclo produttivo con le
ristrutturazioni degli ultimi venti anni.
Il meridione è in sostanza ridotto a semplice serbatoio di manovalanza ed
elettorale per i ceti dirigenti. In alcune regioni la disoccupazione
giovanile raggiunge cifre da capogiro (con punte del 60% in Campania e
Calabria). A nulla sono serviti i vari piani di sviluppo territoriali, o i
contratti d’area, in quanto i fondi stanziati o non sono mai stati
utilizzati dalla classe politica locale, e quindi nel tempo sono andati
persi, oppure sono divenuti preda dei poteri mafiosi. Proprio questi
ultimi rappresentano una piaga del territorio meridionale: esse opprimono
e violentano la cultura di interi territori, in complicità con le forze
politiche, degli apparati dello Stato e talvolta della massoneria deviata.
La criminalità vive all’ombra dello stato e si sostituisce ad esso
offrendo “soluzioni immediate” alle emergenze che lo Stato non sa e non
vuole risolvere. La disoccupazione diviene prima fonte del sostentamento
mafioso e del suo radicamento sul territorio.
I governi nazionali e locali, attraverso il ridimensionamento
dell’apparato industriale e del peso della classe operaia hanno prodotto
un’ulteriore disarticolazione del tessuto sociale e favorito i nuovi
disegni del capitale affaristico. L’obiettivo evidente del padronato e
delle politiche governative è l’accentuazione del doppio “regime
salariale” tra Nord e Sud del Paese.
A tutto ciò bisogna contrapporre l’idea di piani di sviluppo basati sul
rilancio dell’industria e sul sostegno a quei cittadini e quei lavoratori
che hanno il coraggio di ribellarsi al potere e alle speculazioni mafiose.
E’ evidente che ovunque ci sarà clientelismo, raccomandazioni, minacce,
ricatti, lavoro nero, la criminalita’ troverà terreno fertile.
A chi, anche nel centrosinistra, continua a raccontare la favola secondo
cui il Sud si risolleverebbe con il turismo o con le grandi opere come il
Ponte sullo Stretto bisogna rispondere che le popolazioni meridionali
hanno bisogno di tutt’altro; vi è bisogno di infrastrutture primarie,
quali strade, autostrade e ferrovie; va rilanciato il diritto allo studio,
per combattere la dispersione scolastica nell’età dell’infanzia e la fuga
degli studenti universitari verso il Nord; infine, il reddito garantito
per tutti i disoccupati al fine di sottrarre milioni di giovani al ricatto
del lavoro nero e della precarietà.
Le lotte delle popolazioni meridionali richiamano la necessità di
organizzare comitati di lotta e di controllo popolare, con la
partecipazione di lavoratori, disoccupati, precari, immigrati e studenti,
al fine di imporre scelte occupazionali, di uso del territorio, di qualità
della vita, in netta controtendenza con quelle dominanti.
Come GC dobbiamo lavorare alla costruzione di una alleanza tra i proletari
del nord e quelli sud: tale obiettivo ha un valore strategico, poiché è
condizione essenziale per portare sul piano nazionale ogni lotta o
vertenza regionale o locale e superare il localismo. La questione
meridionale è oggi più che mai una questione nazionale. Dunque solo con la
ripresa di un conflitto nazionale sarà possibile incidere con maggior
forza sul blocco liberale borghese e padronale responsabile del
sottosviluppo del Sud, e avviare il riscatto sociale del meridione.
12.Difendiamo i diritti delle donne
I governi del centro-sinistra prima e quelli del centro-destra poi hanno
minato alle fondamenta le conquiste ottenute dal movimento femminista
negli anni Settanta. La Legge 40/98 del Governo Prodi, la Legge Bassanini
sulla sussidiarietà – purtroppo assunte e votate dal PRC – l’attacco alla
194/78, l’attuale Legge sulle procreazione medicalmente assistita (PMA)
privano le donne della possibilità di disporre del proprio corpo e del
proprio tempo, rilanciano il criterio della “centralità della famiglia” in
sostituzione del welfare, rappresentano l’ennesimo tentativo di
smantellare il diritto all’interruzione di gravidanza , peraltro,
imponendo ai medici trattamenti rischiosi per le donne stesse. In
sostanza, la seconda repubblica assegna nelle mani del clero reazionario
una vera e propria ipoteca sul corpo della donna.
In questo quadro, incerta è stata la proposta politica del partito che,
rinunciando a costruire una reale opposizione nelle piazze ed
appiattendosi sulle iniziative parlamentari dei DS alla ricerca di
un’inutile quanto vuota unità d’intenti, ha finito per delegare la stessa
consultazione referendaria ai radicali e a qualche associazione
femminista.
I GC possono e devono avviare un serio lavoro di inchiesta e di denuncia
delle condizioni di sfruttamento, sottomissione e repressione di cui
quotidianamente le donne sono vittima.
Questo lavoro va concepito in un’ottica di ricomposizione, fuori da
qualsiasi scorciatoia elitaria, separatista o corporativa: l’emancipazione
delle donne e l’emancipazione delle classi sfruttate rappresentano un
binomio inscindibile.
Ridurre la questione dell’integrazione delle donne ad un problema di
spartizione di "quote" vincolanti negli organismi dirigenti del Partito, è
sbagliato, fuorviante ed anche inutile: la logica delle quote non libera
la nostra struttura dai residui di maschilismo, ma al contrario alimenta
la ghettizzazione delle compagne. Bisogna invece porsi l'obiettivo della
crescita delle compagne, responsabilizzandole negli organismi in base alla
capacità e alla reale rappresentanza che esse hanno sul territorio e nei
luoghi di lavoro.
13.Combattiamo l’offensiva neoclericale
I GC devono avviare una battaglia tutto campo contro ogni forma di
ingerenza della Chiesa Vaticana sui diritti e sulle libertà degli
individui.
Il diritto al riconoscimento delle coppie di fatto (Pacs), oltre che
essere una questione di civiltà e di lotta alle discriminazioni,
rappresenta innanzitutto uno strumento di emancipazione per tutti quei
giovani proletari che a causa della precarietà e del caro-vita non possono
o non vogliono dar vita a sodalizi familiari tradizionalmente intesi.
La battaglia per i Pacs va unita ad un più generale lavoro di massa teso a
smascherare e combattere l’intollerabile invasività del Clero sui temi
civili, etici e morali, in prima luogo l’offensiva del Vaticano sui temi
della sessualità e il tentativo di quest’ultimo e della destra di
introdurre nuove forme di discriminazione verso gay e transessuali.
Tale offensiva ci pone nella necessità di essere in prima fila nelle
campagne in difesa della laicità dello Stato. Queste non possono essere
lasciate nelle mani dei Radicali di Pannella, come anche è stato nel corso
della campagna elettorale. In quest’ottica, diviene centrale riprendere la
battaglia contro il finanziamento alle scuole confessionali e per
l’abolizione dell’ora di religione.
14.Per un antifascismo militante e di classe
Nel corso di questi anni, stiamo assistendo ad un progressivo
riaffacciarsi sulla scena politica di movimenti e gruppi neofascisti. Ciò
anche in conseguenza delle ondate neorevisionistiche portate avanti dal
governo delle destre nel corso di tutto il suo mandato (dalla
riabilitazione dei repubblichini di Salò alla vergognosa
strumentalizzazione della vicenda delle foibe, per giungere alla
teorizzazioni su una presunta superiorità della cultura occidentale e
sulla difesa dell’identità cristiana). Anche su questo terreno i partiti
del centrosinistra hanno gravi responsabilità: nel 1996 fu il diessino
Luciano Violante, allora presidente della camera, a sdoganare per la prima
volta il fascismo, affermando che i partigiani e i loro aguzzini “avevano
entrambi combattuto nel nome della Patria”.
Negli ultimi anni sono andati moltiplicandosi aggressioni, violenze e
intimidazioni ai danni di numerosi giovani compagni (in molti casi giovani
comunisti), assalti e devastazioni a sedi della sinistra e ai centri
sociali, episodi di intolleranza verso gay e immigrati. Questa escalation
ha raggiunto l’apice con l’uccisione per mano fascista di un compagno,
Davide Cesare, a Milano.
Contro il fascismo occorre tenere alta la guardia: bisogna riprendere la
pratica dell’antifascismo militante al fine di garantire l’incolumità
fisica dei compagni e prevenire le azioni fasciste.
Al contempo va tolta agibilità politica ai fascisti: ciò è possibile solo
attraverso una reale presenza sui territori e un’iniziativa costante e
coordinata tra quei settori sociali maggiormente esposti alle sirene
demagogiche dell’estrema destra, quindi in primo luogo tra i disoccupati e
nelle fila del sottoproletariato diffuso. Vanno organizzate campagne di
sensibilizzazione e di memoria storica sui territori e nelle periferie;
costituiti coordinamenti antifascisti aperti a tutte le forze sinceramente
democratiche ovunque se ne ravvisi la necessità; vanno sostenuti
apertamente quei gruppi che anche sulle curve calcistiche, principale
terreno di reclutamento nella galassia neofascista, sviluppano un
antifascismo cosciente e conseguente.
15.Crisi del capitalismo e necessità di un alternativa di sistema
L’economia capitalistica internazionale vive l’onda lunga di una crisi in
atto ormai da più di trent’anni. Oggi, a distanza di soli quindici anni
dal crollo dell’URSS, la tesi di un capitalismo progressivo capace di
superare il ciclo economico di crisi e regressione non poteva trovare
smentita più clamorosa.
Le aree di nuova conquista capitalistica, con il loro livello di degrado e
miseria sociale si dimostrano delle vere e proprie semicolonie. A nulla è
valso l’incremento di produttività attraverso la diffusione di nuove forme
di organizzazione del lavoro (toyotismo), la forte concentrazione di
innovazione tecnologica (informatizzazione, automazione degli impianti
produttivi), la configurazione di nuovi mercati locali.
La stessa globalizzazione economica ha investito non tanto l’economia
reale quanto piuttosto quella finanziaria. L’incapacità di valorizzare il
capitale reale e la tendenza alla “finanziarizzazione” da parte dei
colossi finanziari transnazionali, sono il segno stesso della crisi. L’avidita’
di profitti, propria del capitale, si conferma ancora una volta il
principale ostacolo alla socializzazione della ricchezza prodotta.
Il capitalismo odierno si presenta quindi ai nostri occhi nella sua forma
piu brutale: guerre, miseria, barbarie e sottosviluppo. Il fallimento del
sistema capitalistico in tutte le sue forme, da quelle dispotico
dittatoriali fino alle sue varianti liberaldemocratiche e progressiste,
rendono nuovamente attuale la necessità di una rottura rivoluzionaria su
scala internazionale.
16.Attualità del di imperialismo
Lontano dal risolvere le contraddizioni intercapitalistiche, il crollo
dell’URSS e dei Paesi a “socialismo reale” le ha, in un qualche modo,
inasprite, liberate entro uno scenario internazionale del tutto nuovo. Al
perdurante predominio economico e militare statunitense fa da contraltare
l’emergere di nuove potenze.
La crescita straripante dell’economia cinese nell’ultimo decennio a
seguito del processo di restaurazione capitalistica ha letteralmente
stravolto l’equilibrio del capitalismo mondiale. La ripresa dell’utilizzo
di forme protezionistiche a tutela dell’economia americana contro le
incursioni cinesi (come dimostra il tentativo di acquisizione della
multinazionale petrolifera statunitense Unocal da parte di China Petroleum,
negata dal Congresso Usa in base ai supremi interessi nazionali) ci
dimostra come la Cina rappresenti oggi il più agguerrito concorrente degli
Stati Uniti.
D’altra parte, il processo di scomposizione dei blocchi avanza ovunque: i
principali paesi europei, attraverso la costruzione dell’UE puntano a
strutturarsi come potenza autonoma; la stessa Russia cerca di preservare
il controllo di importanti crocevia delle risorse utilizzando l’arma del
ricatto sulle forniture energetiche (di cui abbiamo avuto prova con la
recente chiusura delle forniture di gas all’Europa) e servendosi degli
ancora imponenti arsenali militari per contrastare l’avanzata degli
interessi USA sui territori ex-sovietici (Ucraina, Georgia, ecc.); infine
emergono nuove potenze regionali con le loro aspirazioni di autonomia: in
Sud America il Brasile punta a ritagliarsi uno spazio egemone attraverso
la creazione del mercato comune “Mercosur” in alternativa al progetto ALCA
sponsorizzato dagli Usa; in Asia si fanno largo India e Pakistan.
Le organizzazioni internazionali vecchie e nuove (ONU, WTO, FMI, BM,
ecc.), di cui il capitale si serve per tentare di “regolare” i conflitti
interimperialisti, non costituiscono una sorta di autogoverno mondiale, ma
riproducono, al loro interno, la competizione tra imperialismi. Questi
organismi non possono annullare le contraddizioni ma solo ritardarne le
più violente manifestazioni.
Alla luce di ciò, la tesi sostenuta da ampi settori della “sinistra
critica” e da ampia parte del gruppo dirigente nazionale del GC secondo
cui la categoria leniniana di imperialismo sarebbe superata in direzione
di un “impero” unipolare a dominazione centralizzata nordamericana, denota
un’incomprensione assoluta della realtà.
17.Vere e false ragioni della guerra
L’11 Settembre e la lotta al terrorismo islamico sono state l’alibi di cui
gli Usa si sono dotati per coprire ideologicamente le imprese militari in
medioriente e per mascherare le reali cause di queste guerre, le quali
sono viceversa da ricercarsi nella lotta per l’accaparramento delle enormi
quantità di risorse energetiche (in primo luogo petrolio e gas naturale)
presenti nei territori del medioriente.
Il gas ed il petrolio rappresentano delle fonti indispensabili per la
sopravvivenza del capitalismo. Il loro controllo assicura posizioni
dominanti nell’economia mondiale. Tale è, in ultima istanza, il movente di
tutti gli interventi militari intrapresi dagli Usa e dai suoi alleati in
questi anni. Cio trova conferma nel National Security Strategy del 2002,
laddove gli Usa dichiarano esplicitamente di voler usare la lotta al
terrorismo “per estendere i benefici della libertà in tutto il pianeta”,
cioè, “libero mercato e libero commercio”.Le “imprese belliche”, in
sostanza costituiscono la valvola di sfogo della crisi e della recessione
che investe da oltre trent’anni i mercati mondiali.
Per nascondere questa cruda verità, i mass media asserviti al potere hanno
tirato fuori le argomentazioni più disparate: prima le guerre umanitarie,
poi la lotta al terrorismo, quindi la caccia alle armi di distruzione di
massa, infine la necessità di “esportare la democrazia”. Tale imponente
armamentario di propaganda bellica è crollato nel giro di poche settimane
pezzo dopo pezzo, come un castello di carta.
La barbarie di Guantanamo, le torture nelle carceri irachene, le prigioni
segrete della Cia in Europa e le bombe al fosforo bianco hanno svelato
agli occhi del mondo intero a quali valori “democratici” si ispira la
guerra imperialista permanente.
18.Iraq, Afghanistan, Palestina: al fianco della resistenza, senza se e
senza ma
Il fenomeno della resistenza armata alle truppe d’occupazione in
medioriente va letto in una chiave internazionalista e di classe, scevra
quindi da giudizi morali e sociologici.
La ribellione delle masse irachene all’occupazione militare euro-americana
cresce ogni giorno di più, e sta trasformando il Paese da base della
riorganizzazione imperialistica a suo maggior fattore di crisi e
instabilita.
Lo stesso accade in Afghanistan, dove il governo fantoccio di Karzai viene
percepito come servitore degli interessi occidentali.
Le migliaia di militari caduti sul territorio iracheno e afghano rievoca
agli strateghi della Casa Bianca lo spettro di un nuovo “pantano”, come fu
per il Vietnam più di trenta anni fa.
Gli esiti della guerra sono legati a doppio filo con la questione
palestinese, da sempre epicentro della crisi mediorientale. In Palestina
una giovane generazione ha ripreso fiducia nella lotta dopo aver
sperimentato sulla propria pelle i frutti dei compromessi al ribasso
operati in questi anni dall’ANP e dai governi burocratizzati e corrotti di
Fatah.
Vista in quest’ottica, la vittoria di Hamas alle recenti elezioni
legislative e’ il frutto di questa nuova domanda di radicalità: la rabbia
contro le violenze e i soprusi perpetrati da Israele trova come sua prima
valvola di sfogo i partiti islamici. Ciò anche in conseguenza delle
difficoltà politiche in cui versano le organizzazioni della sinistra di
classe palestinese, in primis l’FPLP, la quale nel giro di pochi anni ha
subito la decapitazione di quasi tutta la struttura per mezzo di omicidi
ed arresti (ricordiamo qualche mese fa il barbaro sequestro del leader
dell’FPLP Saadat ad opera dell’esercito israeliano).
Al nostro interno bisogna essere chiari: la rabbia contro l’occidente, e
con essa il terrorismo islamico, continuerà a crescere ed alimentarsi fin
quando i paesi occidentali continueranno ad apparire agli occhi di milioni
di uomini e donne del mondo arabo come i principali complici e
fiancheggiatori delle spedizioni militari imperialiste di Iraq e
Afghanistan, e soprattutto della più illegittima e sanguinaria occupazione
che la storia degli ultimi decenni abbia conosciuto: l’occupazione
sionista del territorio palestinese.
E’ per questa ragione che i comunisti e tutti i sinceri democratici non
possono e non devono esitare neanche un minuto nello schierarsi al fianco
della resistenza irachena, afgana, palestinese, e per il fallimento, anche
militare, dei piani di aggressione occidentali e sionisti.
Ogni atteggiamento di equidistanza tra invasori ed invasi, tra aggressori
e aggrediti finirebbe per tradursi in uno sterile ed ipocrita pacifismo di
facciata.
Da questo punto di vista, gli attacchi armati contro le truppe di
occupazione americane, inglesi e italiane non solo sono legittimi secondo
lo stesso diritto internazionale borghese, ma diventano giusti alla luce
degli interessi materiali delle classi subalterne e dei popoli oppressi.
D’altronde, appare quanto mai superficiale e strumentale equiparare la
resistenza irachena al fenomeno dei kamikaze. La realtà ci parla di uno
scenario ben più complesso e articolato: molte città irachene sono
attraversate da ondate di scioperi contro le condizioni di fame a cui è
ridotta la classe lavoratrice di quel paese a causa dell’occupazione; più
volte le truppe angloamericane sono state utilizzate per reprimere queste
lotte e arrestare i leaders sindacali e i militanti della sinistra di
classe irachena. La resistenza, quindi, non e’ qualcosa di estraneo alla
lotta di classe, ma al contrario la contiene.
“Senza giustizia nessuna pace”: la storica parola d’ordine del movimento
antimperialista risulta essere quantomai attuale.
19.I Giovani Comunisti e il movimento contro la guerra
Dopo aver riempito le piazze di tutto il mondo nel biennio 2002-2004, il
movimento pacifista si trova ora in una fase di stallo che è dovuta
all’incapacità di far vivere la parola d’ordine del no alla guerra e del
ritiro immediato delle truppe nel contesto più ampio delle lotte sociali
che in questi anni hanno attraversato i luoghi di lavoro e di studio.
La scarsa territorializzazione è anche il frutto delle scelte operate
dalle direzioni del movimento pacifista: queste concentrano tutte le loro
attività nell’organizzazione di grandi eventi isolati, cui fanno seguito
periodi di silenzio quasi assoluto.
Nell’ultimo periodo l’influenza esercitata sul movimento dalla sinistra
moderata nei confronti è andata sempre più aumentando: l’ambiguità delle
parole d’ordine e dei contenuti delle ultime manifestazioni e dello stesso
corteo dello scorso 18 Marzo a Roma ne è una prova evidente. Il recuperato
clima di “unità nazionale”, creato dai mass-media intorno alle vicende
relative agli attacchi ed ai rapimenti subiti da militari e cittadini
italiani in Iraq, inizia a sortire i suoi effetti…
Questo quadro è stato oggettivamente favorito dalla condotta di
Rifondazione e dell’esecutivo GC, i quali hanno fatto proprie le parole
d’ordine della sinistra moderata contrapponendosi alle istanze poste dai
settori più radicali del movimento.
E’ del tutto inaccettabile che la segreteria del partito si dichiari
disponibile a negoziare il ritiro dei militari italiani sul suolo iracheno
per permettere agli Usa di proseguire l’occupazione, ed è ancor più
inaccettabile che esso si dichiari disposto a rifinanziare la missione di
guerra in Afghanistan. Se tale ipotesi si verificasse il Prc diverrebbe di
fatto compartecipe dei massacri imperialisti in medioriente e si porrebbe
di fatto fuori dal movimento pacifista.
I GC sono chiamati da subito a dar vita a una pressione dal basso che
costringa i nostri parlamentari a votare contro ogni ipotesi di
finanziamento delle missioni militari.
20.Sosteniamo i movimenti antimperialisti
Gli eventi sucedutisi in questi anni nell’America Latina sono la
testimonianza di come una nuova rivolta stia incendiando quello che gli
Stati Uniti hanno sempre considerato il loro cortile di casa. Cuba
continua orgogliosamente a resistere nonostante decenni di embargo ad
opera del capitalismo occidentale; le Farc proseguono la loro lotta contro
i disegni Usa di sfruttamento e di rapina delle risorse; al contempo si
affacciano sul territorio latinoamericano nuovi movimenti di liberazione
popolare: in Venezuela e in Bolivia la rivolta dei contadini e dei
lavoratori contro il furto e il saccheggio delle risorse porta al potere
governi come quelli di Chavez e Morales, le cui politiche si sono segnate
da un chiaro profilo antimperialista; in Brasile e in Cile un’ondata di
contestazioni operaie e studentesche si contrappone alle politiche
liberali dei governi di Lula e della Bachelet; in Argentina l’eco
dell’insurrezione di massa di tre anni fa è tutt’altro che sopita.
Tali eventi, pur animati da tendenze contradditorie, vanno salutati con
favore e guardati con interesse. I GC, sulla base di un rinnovato impegno
internazionalista ed antimperialista devono promuovere momenti di
dibattito e di controinformazione; in secondo luogo va garantita una
partecipazione democratica e di massa ad eventi di grande rilevanza
internazionale, come nel caso del Festival Mondiale della gioventù.
21.L’UE non è un interlocutore, ma una controparte
La nascita dell’UE risponde all’obiettivo del capitale europeo di
conquistare quegli spazi lasciati vacanti dal declino del Giappone e
dall’apertura dei mercati dell’Est Europeo e dei Balcani.
I costi sociali del processo di integrazione economico-monetaria sono
stati altissimi. Fin dalla sua nascita, è risultato chiaro a milioni di
proletari dell’intero continente il vero volto dell’UE: quello di
un’Europa dei banchieri e delle multinazionali. La storia recente
dell’Unione non fa che confermare questo quadro: gli accordi di Maastricht
(‘93), Shengen (’96), Amsterdam (‘97) e Nizza (2000), l’unificazione
monetaria portata a compimento con l’introduzione dell’Euro, la strategia
di indirizzo economico definita a Lisbona nel 2002 poggiano tutte su un
unico comune denominatore: consolidare e riprodurre il dominio di classe
della borghesia nei confronti del proletariato europeo attraverso la
precarizzazione e lo smantellamento dei diritti sociali. Il progetto di
Costituzione europea, firmata dai capi di Stato e di governo a Roma nel
2004 ma non ancora entrata in vigore a seguito della sonora bocciatura nei
referendum popolari svoltisi in Francia e in Olanda, si muove esattamente
in questa direzione.
Non è un caso che gran parte di questo lavoro sia stato assegnato proprio
a Romano Prodi: l’attuale presidente del consiglio è infatti uno dei
rappresentanti più affidabili del grande capitale finanziario e bancario
europeo.
La Direttiva Bolkestein sui servizi e quella sugli orari di lavoro sono la
dimostrazione lampante di quanto affermiamo: esse si prefiggono
l’obiettivo di deregolamentare e liberalizzare interamente i rapporti di
lavoro attraverso una selvaggia competizione al ribasso dei salari e
l’allungamento considerevole dell’orario di lavoro settimanale.
L’offensiva padronale tuttavia non si limita ai temi del lavoro, ma è
parte di una più ampia strategia, tesa a uniformare l’intero settore
dell’istruzione e della formazione ai diktat della flessibilità e della
competizione selvaggia (il cosiddetto “Spazio europeo dell’istruzione e
della formazione” definito a Lisbona in seguito al processo di Bologna e
della Sorbona).
Sul versante internazionale, l’UE persegue l’obiettivo dell’autonomia
economica e militare USA costituendosi a sua volta come polo imperialista.
Il ruolo da essa assunto nella spartizione del bottino in ex-Jugoslavia
successivo all’aggressione Nato del ’99, che ha visto l’Italia in prima
fila, la definizione di una politica repressiva comune attraverso la
cosiddetta “Black List”, le numerose attività militari rese operative
all’estero, la creazione di uno stato maggiore militare europeo e di
un’agenzia europea per gli armamenti e il sostegno all’industria militare
dimostrano chiaramente la natura dell’UE quale nuova frontiera
imperialista di sfruttamento delle classi subalterne e oppressione dei
popoli dei paesi dipendenti.
La stessa partecipazione di Paesi membri dell’UE alle imprese militari
americane, come nel caso delle aggressioni tuttora in corso ad Iraq e
Afghanistan non rappresenta, come potrebbe sembrare, un atto di
“asservimento”; al contrario, essa risponde all’esigenza degli europei di
compartecipare alla spartizione del bottino, per affermare, passo dopo
passo, un peso politico-economico-militare sempre maggiore.
Risulta quindi chiaro come l’Ue non possa in alcun modo essere vista dalle
classi sfruttate come un’interlocutore, ne tantomeno come un possibile
alleato. Attribuire all’Europa il ruolo di contrappeso democratico (cosiddeta
Europa Sociale) allo strapotere Usa è del tutto illusorio.
22.Contro l’imperialismo di casa nostra
I prossimi mesi devono vedere i giovani comunisti in prima fila nella
lotta contro tutte le direttive antioperaie e precarizzanti. La nostra
organizzazione ha avuto finora un ruolo del tutto marginale nelle
iniziative che anche sui nostri territori si sono sviluppate contro la
direttiva Bolkestein: l’Esecutivo nazionale ha preferito delegare il
lavoro politico ad associazioni quali Attac: queste, essendo formate quasi
per intero da elites di intellettuali e ceto politico, sono spesso lontane
anni-luce dalle lotte reali e dai bisogni materiali dei lavoratori.
Bisogna viceversa investire in prime persona alla riuscita delle scadenze
che già si preannunciano nel prossimo autunno, quando la direttiva tornerà
al vaglio della Commissione.
Allo stesso modo va rilanciata un’opposizione a tutto campo contro il
progetto di Costituzione Europea: come giovani comunisti dobbiamo lavorare
con ogni mezzo al boicottaggio della Costituzione, se necessario
pretendendo l’indizione di un referendum popolare anche in Italia. Bisogna
smascherare il falso pacifismo della UE, denunciando gli interessi e i
crimini commessi dell’imperialismo europeo nel nome dei profitti nei
Balcani, nell’Est Europa e in Africa.
Infine, bisogna dar vita a forme di coordinamento delle lotte e delle
vertenze a livello europeo. Laddove il perimetro dello scontro di classe
diviene continentale, è evidente che le mobilitazioni dei soggetti
sfruttati devono adeguarsi a questa nuova dimensione: forme di lotta e di
resistenza locale e isolate le une dalle altre non possono che portare
inevitabilmente alla sconfitta.
23.Un’idea diversa di organizzazione giovanile
I GC durante l’ultimo decennio hanno assunto nel partito uno spazio e
un’importanza sempre maggiore. Questo investimento sui giovani ha sempre
fatto il paio con l’autonomia della struttura dal resto del partito.
Tuttavia quest’autonomia è sempre stata soltanto formale.
Sin dalla loro nascita i GC hanno mutuato nel loro agire politico le
stesse pratiche e le stesse modalità di gestione proprie del bertinottismo,
a tal punto che negli ultimi anni la struttura giovanile e’ divenuta il
“laboratorio di sperimentazione” di quelle svolte politiche e
organizzative da attuarsi successivamente nel partito tutto.
L’autonomia organizzativa ha dunque rappresentato un facile espediente per
vincolare i giovani alla “linea ufficiale” e sottrarli al dibattito
politico vero, cioè al confronto tra le varie opzioni politiche che si è
via via configurato nel partito “adulto” (alzi la mano chi non ha
assistito almeno una volta al richiamo di qualche esponente nazionale o
locale dei giovani “a non riproporre nei GC il dibattito tra mozioni di
tipo congressuale…”).
Nel corso dei quattro anni che ci separano dall’ultima conferenza sì è
presentata una sola occasione per un vero confronto tra i compagni:
l’assemblea nazionale tenutasi a Genova nel 2004.
E’ stato proprio quest’appuntamento a mettere palesemente a nudo i limiti
e le contraddizioni che attraversa la nostra struttura: dibattito in
plenaria ridotto ai minimi termini e senza il benché minimo potere
decisionale, spezzettamento della discussione in gruppi tematici privi di
un piano di lavoro e finalizzati unicamente ad autocelebrare i fasti
dell’intervento (vero o presunto) in questo o quel movimento: il tutto
accompagnato dall’operato dell’Esecutivo Nazionale teso a relegare il
dissenso ai margini del dibattito e all’occorrenza neutralizzandolo con
metodi burocratici.
Questo il momento più alto di democrazia e di dibattito nel corso di
quattro anni!
La crisi di partecipazione attiva emerge anche dall’organizzazione dei
campeggi dei GC.
Il campeggio annuale, che nei primi anni aveva rappresentato un prezioso
momento di confronto e socializzazione delle esperienze di lavoro e di
lotta, si è via via tramutato in una kermesse-passerella di personaggi e
volti noti della sinistra, di fronte alla quale i giovani compagni perdono
il ruolo di protagonisti per divenire meri spettatori di dibattiti
blindati e “workshop” eterodiretti dall’alto.
Alla luce di ciò, pensiamo che questa Conferenza debba introdurre dei
segnali inequivocabili di un cambiamento di rotta nella direzione di un
rilancio del radicamento e della partecipazione dal basso: va assunto a
chiare lettere l’impegno da parte del prossimo coordinamento nazionale a
costruire dei gruppi di lavoro nazionali permanenti e orizzontali, aperti
alla partecipazione di tutte le compagne e i compagni; in secondo luogo,
occorre rendere operativi gli strumenti dell’attivo locale e
dell’assemblea nazionale. Quest’ultima dev’essere convocata almeno una
volta all’anno ed in tutti i casi in cui la fase politica lo richiede, in
primis quando la nostra organizzazione è impegnata in un lavoro di massa,
nei movimenti e nelle lotte.
24.Democrazia interna, ruolo della militanza e importanza della formazione
Da sempre le organizzazioni comuniste si sono distinte all’interno del
panorama della sinistra per un’attenzione particolare alla crescita e alla
formazione critica e teorica, pratica e militante, dei compagni più
giovani.
Un partito è davvero tale se è capace di offrire ai compagni gli strumenti
di conoscenza e le chiavi di lettura utili a spiegare la realtà sociale
che ci circonda, a comprendere le dinamiche di funzionamento del sistema
capitalistico e le sue contraddizioni, a conoscere le condizioni materiali
di vita delle classi sfruttate.
Nei GC (come più in generale nel Prc) quest’attenzione è del tutto
assente, e ciò rappresenta uno dei limiti più gravi della nostra
struttura.
Questa dinamica produce al nostro interno una separazione profonda: da un
lato il nucleo ristretto di dirigenti, funzionari, parlamentari e
istituzionali a vario titolo che fungono da “depositari” della linea
“teorica” e delle sue implicazioni politiche e programmatiche; dall’altro
la massa larga di iscritti che viene spinta alla militanza solo in base a
un generico volontarismo. Il “turn-over” galoppante, diffuso da anni nei
GC, non è che la conseguenza di questo modello organizzativo.
Troppe volte in questi anni i compagni hanno appreso dalle colonne dei
giornali borghesi dichiarazioni di autorevoli dirigenti del partito tese a
liquidare in blocco esperienze storiche e figure di primo piano del
movimento operaio e rivoluzionario: da Lenin alla Rivoluzione d’Ottobre,
passando per Cuba e per l’intera esperienza del socialismo realizzato del
secolo scorso, per arrivare al superamento tout-court dell’esperienza del
movimento operaio novecentesco e al ripudio di qualsiasi forma di
resistenza armata ai soprusi del potere capitalista.
Viene da chiedersi: quanto si conosce di queste esperienze all’interno dei
GC? Si è forse mai avviata su questi temi una discussione e un confronto
partendo dai circoli e coinvolgendo sul serio i giovani iscritti e
militanti? Come si può non considerare che sortite di questo tipo, per di
più a mezzo stampa, generano confusione e disorientamento nelle nostre
fila, nella misura in cui presentano la storia dei comunisti e del
comunismo come un’elenco di colpe da cui redimersi?
Quest’ondata revisionista, che ha fatto breccia anche nel nostro partito,
va fermata e respinta con decisione. Riteniamo che la nostra storia di
comunisti vada innanzitutto conosciuta a fondo e resa patrimonio di tutti
i compagni, e in secondo luogo vada difesa, rivendicata e preservata dalle
mistificazioni ideologiche compiute dall’avversario di classe, poiché è e
resta la nostra storia.
Nell’ultimo periodo abbiamo assistito con frequenza a fenomeni poco
edificanti per una struttura politica che si richiama al comunismo: troppo
spesso decisioni di enorme rilevanza politica vengono assunte nel chiuso
degli Esecutivi e calate-imposte dall’alto a tutto il resto dei compagni;
troppe volte gli organismi che dovrebbero essere sovrani, ossia gli attivi
degli iscritti e i coordinamenti provinciali, sono stati ridotti al
silenzio per mesi e mesi, e sostituiti con forme blande di
“assemblearismo” prive di qualsiasi potere decisionale. Si è in sostanza
diffusa in alcuni settori dei GC l’idea secondo cui “non c’è tempo per
discutere perché c’è da lavorare nella pratica”, perchè “il movimento
prevale su tutto il resto”. E’ vero l’opposto: teoria e pratica sono
inscindibili, in quanto solo attraverso momenti di confronto democratico e
orizzontale è possibile costruire un’azione cosciente e consapevole nella
società; solo attraverso un bilancio puntuale dei percorsi svolti è
possibile correggere gli errori ed evitare che questi vengano commessi di
nuovo.
Risulta quindi indispensabile ed urgente la ripresa di un lavoro di
formazione teorica e politica ai vari livelli della nostra struttura.
Formazione significa innanzitutto memoria storica e coscienza delle nostre
radici, della teoria marxista e del movimento comunista.
Ma la formazione va intesa anche come guida per l’azione quotidiana,
pratica, militante.
Offrire al maggior numero possibile di compagni gli strumenti per scrivere
un volantino; per intervenire in un’assemblea; per sostenere e difendere
pubblicamente le nostre posizioni politiche; per organizzare uno sciopero,
un corteo, un picchetto, un’occupazione, una trattativa politica o
sindacale; per intervenire attivamente nell’arena dello scontro politico e
rendersi protagonisti di un lavoro quotidiano teso al rovesciamento di
questo sistema e alla trasformazione della società: questo è ciò che
intendiamo per formazione militante.
Una struttura giovanile in un partito comunista ha una ragion d’essere
solo se è capace di recepire il senso di ribellione proprio delle giovani
generazioni e offrirgli una prospettiva di classe e rivoluzionaria.
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