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III CONFERENZA
NAZIONALE DEI GIOVANI COMUNISTI
Documento
GIOVANI COMUNISTI, RIVOLUZIONARI DEL
XXI SECOLO
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Gli avvenimenti in Francia ci danno una nuova dimostrazione del carattere
dell'epoca che stiamo attraversando, un periodo di accumulo di
contraddizioni e di crescente tensione tra le classi. A livello
internazionale la crisi del capitalismo si riflette nelle difficoltà della
principale potenza imperialista, gli Us
. Il continuo aumento delle spese militari e le continue minacce di
intervento armato che rivolgono in giro per il mondo sono tutto fuorchè
segnali di forza. In Iraq sono impantanati in una guerra che non possono
vincere e proprio per questo stanno lavorando attivamente per dividere
quel paese in una guerra civile su basi religiose ed etniche. E proprio
nel cortile di casa degli Usa, l’America Latina, torna ad affacciarsi la
possibilità di un cambiamento in senso socialista della società. In tutto
il continente assistiamo all’ascesa della lotta di classe, basti pensare
all’insurrezione boliviana della scorsa estate o al processo
rivoluzionario in Venezuela dove irrompe il dibattito sul socialismo del
XXI secolo.
L'Italia non è rimasta certo estranea a un simile contesto, e a maggior
ragione non lo sarà nei prossimi anni. Ciò che è successo in Francia può
ripetersi su scala persino maggiore nel nostro paese. Le lotte a cui
abbiamo assistito fino ad oggi (Melfi, autoferrotranvieri, no-Tav ecc.) si
riproporranno in futuro su grande scala. La domanda non è se ci siano o
meno le potenzialità per lo scoppio di movimenti di massa nei prossimi
anni, ma semmai se i comunisti saranno attrezzati per intervenirvi. O
meglio ancora: con quale strategia, con quali tattiche e con quali
programmi simili movimenti potranno giungere ad una vittoria?
In quest'ottica giova poco alla nostra discussione e allo sviluppo stesso
dei movimenti, la continua retorica di cui si ammanta il nostro gruppo
dirigente. Da anni il vanto dei compagni della maggioranza è quello di
“essere interni al movimento”. Si può essere interni ad un movimento con
le posizioni più sbagliate, si può addirittura fracassare la propria
organizzazione con una tattica errata. O ancora si può scambiare un
movimento con il “ceto politico” che pretende di rappresentarlo,
esattamente come è successo alla nostra organizzazione con i
Disobbedienti.
Ciò che rimane della Disobbedienza, la proposta chiave dell’attuale gruppo
dirigente alla scorsa conferenza nazionale, è sotto gli occhi di tutti: il
Laboratorio dei Disobbedienti è imploso su se stesso e il movimento
disobbediente si è diviso in un arcipelago di fazioni rivali. Proprio per
questo non torneremo sulla questione approfonditamente. Sia sufficiente
prendere atto dei danni provocati da quella linea. Invece di orientare la
nostra organizzazione nei movimenti reali che pure si sono sviluppati in
questi anni, la Disobbedienza ci ha portati sul terreno sterile dei gesti
simbolici, d’immagine mediatica. Se un simbolo può essere importante, sono
le masse a conferirgli forza. E la lotta di massa è stata in fondo alle
nostre preoccupazioni. È ridicolo sentire la critica del nostro gruppo
dirigente al concetto di “avanguardia rivoluzionaria”, quando proprio la
Disobbedienza univa gesti “avanguardisti” nella forma ad un contenuto
spesso moderato nella sostanza politica: “espropri” simbolici nei
supermercati uniti ad un silenzio vergognoso sulle misere richieste
salariali avanzate dai vertici sindacali nei rinnovi contrattuali,
silicone alle porte delle agenzie interinali invece di un intervento nelle
lotte e nei processi di sindacalizzazione dei precari che si sono
sviluppati in aziende come la Tim, l’Atesia o l’Abacus. Tutta la
Disobbedienza era intrisa da uno spirito di “sostituzione” dell’azione di
massa con quella di sparuti gruppi di militanti, nel nome della visibilità
mass-mediatica.
Non è casuale quindi che la nostra organizzazione esca dal ciclo di
mobilitazioni avvenute sotto il governo Berlusconi indebolita piuttosto
che rafforzata. In diverse federazioni la struttura sembra quella di
un’organizzazione che inizia oggi la propria attività, invece che una che
esiste formalmente da dieci anni. I coordinamenti provinciali eletti nel
2002 spesso si sono riuniti raramente, se non addirittura sono stati
“rifondati” dopo aver cessato d’esistere. In realtà significative come
Milano o Alessandria abbiamo subito l’uscita dal partito del gruppo di
maggioranza dei Gc a favore della Disobbedienza. Al normale ricambio
anagrafico di un’organizzazione giovanile, la nostra struttura somma il
ricambio politico, causato dagli errori della direzione. La teoria,
sbandierata dal gruppo dirigente all’ultima conferenza, del “saper fare”
ha in realtà indebolito la capacità dei nostri militanti di “saper
discutere, analizzare e fare”, inaridendo il dibattito politico interno e
ostacolando la formazione di militanti rivoluzionari politicamente
formati. La realtà, al di là del mero dato del tesseramento, è che i Gc
sono entrati nel proprio decimo anno di vita al punto minimo del proprio
radicamento nelle scuole, aziende ed università. Questo stato di cose deve
essere ribaltato. Discutere come è il compito centrale di questa
conferenza.
1. L’Unione non ferma la destra
La risicata vittoria elettorale dell’Unione apre un capitolo nuovo nella
lotta di classe. L’Unione ha fondato la propria esistenza sull’esigenza di
fermare la destra. Cos’altro poteva giustificare una coalizione che andava
da un partito come il nostro, organizzatore di un referendum per
l’estensione dell’articolo 18, ad uno come quello della Bonino,
organizzatore del referendum per la sua totale abrogazione? Alla prova
decisiva il centrosinistra si è dimostrato assolutamente inadeguato anche
a simile obiettivo: se a stento ha sconfitto la destra elettoralmente, a
maggior ragione non la potrà fermare a livello sociale.
La necessità di battere Berlusconi ha finora rappresentato un’arma a
doppio taglio. È stata la molla che ha spinto milioni di persone alle urne
e contemporaneamente lo scudo con cui i dirigenti dell’Unione hanno potuto
giustificare il proprio moderatismo. In realtà questo moderatismo si è
rivelato la causa principale della rimonta berlusconiana. Per cinque anni
questi stessi dirigenti si sono guardati bene dall’avanzare la proposta
della caduta del governo nel corso delle profonde mobilitazioni che si
sono sviluppate. Temendo più lo sviluppo di una lotta di massa che il
permanere della destra, hanno permesso più volte al governo Berlusconi di
passare la nottata rimandando la sua caduta alle elezioni. Ma proprio su
questo terreno Berlusconi ha impostato una campagna elettorale aggressiva,
tesa a mobilitare i settori più arretrati della società con elementi di
demagogia e populismo, mentre Prodi con la propria moderazione buonista si
preoccupava di non spaventare i poteri forti di questo paese. È una grande
ironia della sorte che il nostro partito abbia messo da parte durante la
campagna elettorale la propria proposta di abolizione dell’Ici sulla prima
casa per non spaventare i moderati, mentre Berlusconi vi si aggrappava
demagogicamente all’ultima ora per recuperare consensi. È così che la
rabbia accumulata nella società ha potuto ritrovare in parte
un’espressione a destra.
La condizione della classe operaia e dei settori oppressi di questo paese
è letteralmente crollata nel corso degli ultimi 20 anni, con
un’accelerazione particolare nell’ultimo decennio. La grossa parte dei
peggioramenti si concentra sulle spalle dei giovani. Se nel 1982 il 52%
della ricchezza prodotta nel paese andava al reddito dipendente, oggi
questa quota è ridotta ad un misero 40%. Al 54% più povero della
popolazione va appena il 12% del reddito mentre il 2% più ricco ne assorbe
il 26%. Una situazione che trova espressione in una crescente
polarizzazione politica. Ma mentre le oscillazioni verso destra vengono
sistematicamente coltivate e stimolate, quelle verso sinistra vengono al
contrario inibite e prevenute dai dirigenti stessi delle organizzazioni
del movimento operaio.
I limiti dell’Unione non nascono da qualche errore di marketing, ma dalla
natura di classe di questa coalizione, composta da una parte da partiti
che si appoggiano sul movimento operaio organizzato e dall’altra da forze
politiche legate direttamente a settori confindustriali. Se per milioni di
persone le politiche di Berlusconi hanno impersonificato il peggioramento
verticale delle proprie condizioni di vita, è anche vero che simili
politiche non nascono semplicemente dalla sua testa malata ma
dall’esigenza complessiva della borghesia di questo paese di difendere i
propri margini di profitto. L’Unione è irrimediabilmente attraversata
dalla contraddizione tra questa esigenza e le aspettative di cambiamento
che hanno spinto milioni di persone a votarla.
Nato debole, il governo dell’Unione userà ancora di più questa debolezza
come alibi: la necessità di non perdere l’appoggio dei parlamentari più
moderati o addirittura di cercare la sponda dei settori centristi della
casa della Libertà verrà utilizzata sistematicamente come freno alle
aspirazioni delle masse di questo paese. Ma sarà impossibile trattenere
all’infinito la richiesta di un reale cambiamento. Tanto più verrà
utilizzato questo freno, tanto più i lavoratori inizieranno a considerare
l’alleanza col centro liberale una zavorra intollerabile. È facendo leva
su simile contraddizione che i comunisti potranno porsi l’obiettivo di
rompere la gabbia dell’Unione. Tanto più tarderemo a preparare una rottura
da sinistra dell’Unione, tanto più alto sarà il rischio di renderci
complici di un pericoloso ritorno della destra: uscito moralmente
galvanizzato dalle elezioni Berlusconi potrà dispiegare a pieno la propria
demagogia contro il governo dell’Unione. Solo preparando la rottura con
Prodi si può sconfiggere quella che è stata definita la “legge del
pendolo”.
Le ragioni dei movimenti, dei lavoratori, dei giovani, degli immigrati non
possono trovare spazio, se non per misure cosmetiche e marginali,
nell’azione di un governo nel quale l’egemonia del centro borghese si farà
sentire ad ogni passo. La debolezza dell’Unione e l’obiettiva
contraddizione rappresentata dalla presenza del Prc e delle altre forze
della sinistra all’interno del governo rende inevitabile l’esplodere di
nuove contraddizioni. Già nelle prossime settimane si discueterà in
parlamento di questioni brucianti quali il rifinanziamento delle missioni
militari, il Documento di programmazione economica e finanziaria, temi sui
quali esistono obiettivamente forti divergenze nell’Unione e soprattutto
fra il governo e le posizioni che per anni abbiamo difeso nelle lotte.
Alla lunga, è forte il rischio che i poteri forti del paese puntino a
risolvere la contraddizione emarginando il Prc e le altre forze della
sinistra (nonché la Cgil, già oggi nel mirino in quanto, a loro dire,
troppo “conservatrice”) attraverso forme di accordo con le forze centriste
del Polo. Come Giovani comunisti dobbiamo non solo difendere la completa
autonomia d’intervento e programmatica della nostra organizzazione, ma
anche proporci di stimolare un dibattito indispensabile in tutto il Prc,
ponendo il problema della rottura col centro borghese, della riconquista
dell’indipendenza politica del Prc oggi gravemente compromessa
dall’abbraccio con Prodi. Dobbiamo porre la prospettiva di una rottura col
centro borghese e di una reale alternativa a sinistra. Non farlo
significherà semplicemente che tale rottura potrebbe arrivare su
iniziativa dell’avversario, con l’aggravante che il nostro partito avrà
dilapidato la propria autorità politica tentando di abbellire la politica
del governo Prodi.
2. Sconfiggere fascismo e xenofobia
Come dimostrano le prese di posizione di Confindustria o del Corriere
della Sera, buona parte del padronato concentra ora tutte le proprie
pressioni sul centrosinistra. Dopo aver tentato per cinque anni la carta
dell’attacco frontale alle condizioni dei lavoratori, si vedono costretti
ad appoggiarsi sulle direzioni del movimento operaio per continuare la
propria politica. Dietro a questo cambio di cavallo, tuttavia, non si
nasconde alcuna “scelta strategica”. Mentre con una mano spremono le
organizzazioni dei lavoratori e i partiti di sinistra, dall’altra
preparano l’alternativa a destra attraverso una campagna reazionaria
all’interno della società fatta di xenofobia, razzismo, integralismo
cattolico e familismo. Tanto più le organizzazioni di sinistra
accetteranno di gestire la crisi, tanto più lasceranno spazio a simile
demagogia. Ciò che oggi a stento è stata “un’Unione” per fermare la destra
sul terreno elettorale, si trasformerà in una delle principali cause di un
suo ritorno in grande stile.
Nella continua campagna oscurantista ben rappresentata dal manifesto “In
difesa dell’occidente” di Pera, i gruppi dell’estrema destra si comportano
per ora come semplici truppe ausiliarie. Al momento non hanno la forza per
vivere di luce propria e devono limitarsi al ruolo di provocatori. Questo
non li rende meno pericolosi, come dimostra l’aumento delle aggressioni a
danni di immigrati, centri sociali e compagni dei Gc e del partito (ultima
in ordine cronologico quella al coordinatore dei Giovani Comunisti di
Pavia). La manifestazione iper-minoritaria vista a Milano l’11 marzo da
parte di vari gruppi autonomi non può essere la risposta, ma neppure lo
può essere un richiamo alla “legalità costituzionale” o alla difesa delle
“istituzioni democratiche”. Agli occhi di migliaia di giovani quest’ultime
non sono altro che sinonimo di povertà, repressione, abbandono delle
periferie, mancanza di prospettive di lavoro o di studio. È proprio con la
loro demagogia di ribelli anti-istituzionali che l’estrema destra punta a
farsi strada tra il disagio giovanile.
Da sempre i fascisti arretrano di fronte allo sviluppo di una
mobilitazione di massa. La risposta alle loro provocazioni deve essere
fatta coinvolgendo la massa dei giovani e dei lavoratori, collegando il
ruolo dei fascisti agli attacchi più generali alle condizioni di vita
delle classi oppresse. Solo con una campagna che chieda a collettivi
studenteschi, sindacati e partiti di sinistra di dar vita ad una
mobilitazione di massa in risposta ad ogni aggressione fascista possiamo
ricacciare queste carogne nel luogo che gli spetta. Se quindi organizzare
lo scontro fisico con i gruppi di fascisti non può essere una risposta
alla loro esistenza, nemmeno può essere eluso il problema dell’autodifesa.
Anche su questo terreno difendiamo l’esistenza di “servizi d’ordine”
legati alle strutture di massa del movimento studentesco e dei lavoratori,
eletti nelle assemblee o comunque collegati a collettivi studenteschi e
sindacati, che garantiscano l’agibilità politica per le forze della
sinistra.
3. Sviluppare l’intervento fra gli immigrati
La nauseante campagna razzista che trova nella Lega la propria punta di
lancia, ma che è ripresa da qualsiasi mezzo di comunicazione borghese,
deve farci porre la lotta al razzismo al centro della nostra attenzione. E
mai come oggi questa lotta può e deve basarsi sul coinvolgimento degli
immigrati stessi nella militanza politica e sindacale organizzata. Gli
immigrati ormai da tempo rappresentano una parte fondamentale del
proletariato di questo paese. Mentre il veleno del razzismo sparso a
larghe mani dalla borghesia cerca di isolarli, la fabbrica e il cantiere
li uniscono inscindibilmente al resto della classe. La doppia oppressione
a cui sono sottoposti, come immigrati e lavoratori salariati, li rende
contemporaneamente più difficili da mobilitare e allo stesso tempo
estremamente combattivi una volta che si mettono in moto.
Dobbiamo sviluppare ampie campagne antirazziste all’interno di luoghi di
studio e di lavoro e dei quartieri, collegando il razzismo all’oppressione
più generale a cui sono sottoposti i giovani italiani. Una campagna
sviluppata con materiale in più lingue e che non può limitarsi alla
richiesta di abolizione della Bossi-Fini e della Turco-Napolitano, ma deve
richiedere la liberalizzazione degli ingressi nel nostro paese, il diritto
alla cittadinanza ed al voto dopo un anno di residenza. Uno dei terreni
decisivi per questo impegno è rappresentato dalla lotta contro i Centri di
Permanenza Temporanea: da pochi mesi è stato aperto un altro di questi
veri e propri lager a Gradisca d’Isonzo, nonostante la mobilitazione
animata da quanti si sono opposti a tale apertura. Tale mobilitazione non
è riuscita ad essere efficace per varie ragioni, ma ad essa, nonostante la
generosità di quanti vi hanno partecipato, è mancato soprattutto il
contributo decisivo degli immigrati che lavorano e risiedono in
Friuli-Venezia Giulia, i quali sono rimasti ai margini di una lotta tutta
imperniata attorno all’esigenza di conquistare l’attenzione mediatica.
Rifondazione Comunista, in questo contesto, non ha saputo far altro che
accodarsi ai tentativi di escogitare modalità “rumorose” di disobbedienza
simbolica all’apertura del centro: non un solo tentativo significativo è
stato fatto per coinvolgere il movimento sindacale nella lotta e per
costringerne i dirigenti a convocare uno sciopero contro l’internamento
degli immigrati. L’esigenza, poi, di conservare i difficili equilibri
della Giunta regionale presieduta dall’industriale Illy, ha impedito al
partito di formulare con chiarezza la propria totale contrarietà alla
logica che sta alla base dei CPT e delle leggi restrittive
sull’immigrazione, tanto che persino sul terreno della contestazione delle
irregolarità procedurali i principali rappresentanti di Rifondazione sono
stati esitanti.
Differente dev’essere il nostro approccio alle lotte in difesa degli
immigrati e dei loro diritti, come un gruppo di Giovani Comunisti ha
recentemente dimostrato a Sassuolo, un piccolo centro del modenese
diventato noto alle cronache nazionali per il pestaggio da parte dei
carabinieri di un giovane marocchino. Questa piccola cittadina si è
trovata non casualmente ad essere simbolo dello scontro tra razzismo e
movimento operaio. Giusto qualche mese prima, a seguito dello sgombero
indiscriminato di 60 famiglie di lavoratori immigrati dal palazzo in cui
alloggiavano, nella zona si era sviluppato un movimento unitario tra
lavoratori italiani e immigrati. Un movimento promosso e reso possibile da
un gruppo di Giovani Comunisti sulla base di alcune condizioni politiche:
l’assoluta autonomia dalla linea sciagurata di accordi col centrosinistra
del partito (a Sassuolo la giunta che sgomberava gli immigrati era di
sinistra e l’assessore alla casa, poi dimessosi, addirittura un compagno
di Rifondazione) e il radicamento degli stessi Gc nei luoghi di lavoro
come attivisti sindacali che ha permesso di intercettare la richiesta di
mobilitazione dei lavoratori immigrati coinvolti nello sgombero.
4. Crisi industriale e intervento nei luoghi di lavoro
Il declino del capitalismo italiano è fotografato dalla perdita di quote
di mercato e dall’aumento del debito pubblico. Non si tratta di prendere
atto di questa situazione per invitare la “patria” ad una reazione, sul
modello degli appelli fatti da Prodi. Si tratta di analizzarla per capire
il contesto in cui si svilupperà la mobilitazione sociale nel nostro
paese. L’ideologia che sta alla base dell’Unione, penetrata fin dentro il
nostro partito, sottintende che proprio il declino dell’economia italiana
crei una disponibilità tra i settori “sani” della borghesia (quali siano
questi settori rimane un mistero) ad una via di sviluppo basata su
innovazione tecnologica, di prodotto e diritti dei lavoratori.
Nei luoghi di lavoro la rabbia viene accumulandosi sospinta da
straordinari, aumento dei ritmi di lavoro, infortuni, precarietà e paghe
da fame. Quanto possa essere profonda questa rabbia è stato dimostrato da
episodi come la lotta degli autoferrotranvieri, Melfi o la recente
mobilitazione del contratto dei metalmeccanici. Ma questa situazione cozza
con il nostro livello d’intervento nei luoghi di lavoro, dove la presenza
organizzata dei Gc rimane pressochè nulla. Tendiamo a rapportarci al
movimento operaio attraverso il dialogo con le sue direzioni, ci
compiacciamo dell’adesione della direzione Fiom alle iniziative “del
movimento” quando il nostro obiettivo dovrebbe essere collegarci alla
classe prima di tutto con la presenza dentro e fuori dalle aziende e con
l’organizzazione di un’opposizione all’interno del sindacato.
Solo dal 2002 al 2005 gli occupati nella grande industria sono diminuiti
dell’8%. Emerge da questo dato l’inarrestabile movimento dei capitali
verso settori più redditizi, verso il settore finanziario, la speculazione
edilizia o la mano d’opera a basso costo. L’Unione si ripromette di
invertire questo processo “invogliando” i capitali a percorrere altre
strade attraverso politiche mirate di sgravi fiscali e formazione della
mano d’opera. Si tratta di puro fumo negli occhi. Gli industriali
accetteranno volentieri simili regali: intascheranno i soldi e
continueranno a fare ciò che vogliono. Quale vantaggio fiscale potrebbe
convincere un padrone a rimanere in un settore dove i margini di profitto
sono negativi mentre mentre ad esempio il costo dei terreni è aumentato
anche del 400% in alcune zone? Anche per quanto riguarda i “corsi di
formazione” già oggi non solo altro che regali alle imprese. Nel 2003 dei
3,2 miliardi di euro speso per le attività formative l’80% è stata
elargita direttamente ai datori di lavoro mentre il restante 20% è andato
a privati che promuovono formazione (altre imprese, in pratica).
La battaglia contro la crisi industriale richiede innanzitutto forme di
lotta adeguate. Non a caso emergono forme di occupazione, sotto il nome di
“assemblee permanenti”, come si è visto alla Delphi di Livorno o alla Star
di Parma. Di fronte alle chiusure sono queste le uniche forme di lotta che
possno garantire la difesa dallo smantellamento delle aziende o dei
reparti. Al tempo stesso, anche la lotta più dura richiede un programma
adeguato. Di fronte alle chiusure dobbiamo ispirarci all’esempio che viene
dal movimento operaio latinoamericano, dove le lotte e il dibattito
avanzano attorno ai seguenti assi: occupazione degli stabilimenti,
produzione senza padroni, controllo operaio, nazionalizzazioni. È questa
una delle lezioni più preziose che ci viene dall’esperienza argentina,
brasiliana, venezuelana, boliviana. Solo una prospettiva anticapitalista
può dare uno sbocco alla lotta contro la desertificazione industriale e il
declino sociale che ne consegue.
5. Quale battaglia contro la precarietà?
Il nostro scarso livello d’intervento nei luoghi di lavoro è anche il
risultato del proliferare di teorie, fuori e dentro la nostra
organizzazione, sulla scomparsa della classe, la fine della centralità del
conflitto tra capitale e lavoro, le moltitudini e chi più ne ha più ne
metta. Teorie sbagliate prima di tutto dal punto di vista politico dato
che la centralità del conflitto tra capitale e lavoro per i marxisti non
si soppesa algebricamente in base a quanti sono i lavoratori. Sbagliate
anche da un punto di vista statistico dato che l’ultimo rapporto di Banca
Italia ci informa che gli operai in Italia sono ad una delle punte
massime. Se si prende in considerazione solo il settore metalmeccanico,
tutt’oggi produce il 50% del valore aggiunto di tutte le esportazioni
italiane.
Non solo negli ultimi anni non sono scomparse le industrie, ma semmai si
sono massificati e proletarizzati settori che fino a vent’anni fa erano
predominio della piccola proprietà. Grosse catene di ristorazione,
call-center, ipermercati: si tratta di luoghi di lavoro che possono
iniziare a sindacalizzarsi in maniera esplosiva, dove la presenza di
scarse tradizioni sindacali rende più difficile iniziare un intervento
politico ma può permettere di poterlo iniziare direttamente su basi
avanzate.
I nuovi “voli” teorici dei nostri massimi dirigenti si concentrano ora
sulle frontiere della “precarietà intellettuale”. Se questo termine può
significare qualcosa, significa semplicemente che anche settori lavorativi
un tempo al riparo da attacchi sono oggi eguagliati a qualsiasi altro
lavoro. Ma questo lungi dal creare un nuovo “tipo” di contraddizione,
comporta al contrario un livellamento di tutti i settori lavorativi: dalla
cassiera di un supermercato arrivando al ricercatore universitario,
passando dall’impiegato di banca fino all’operaio metalmeccanico. La
precarietà riguarda la metà dei neoassunti sotto i 29 anni: nel 2004 sono
stati il 46,4% e nel 2005 il 50%.
Sul terreno della lotta alla precarietà l’Unione cerca di riportare
l’orologio della lotta di classe indietro di dieci anni, al 1996, quando
l’introduzione del Pacchetto Treu venne indorata con l’idea della
“flessibilità regolamentata”. Già oggi i dirigenti dell’Unione iniziano a
distinguere tra “flessibilità” e “precarietà”, creando una divisione
fittizia tra un presunto precariato giusto e regolare e quello selvaggio
introdotto dalla legge 30. Ma si tratta di meri giochi linguistici.
La flessibilità è per sua stessa natura non regolamentabile: sotto la
scure del ricatto del rinnovo contrattuale un lavoratore precario non è in
condizione di pretendere il rispetto di alcun diritto, mentre la presenza
anche di una piccola percentuale di precari ricattabili indebolisce la
capacità di mobilitazione di tutta la classe. Su questo terreno l’unica
proposta che possiamo avanzare è l’immediata trasformazione per legge di
tutti i contratti precari in contratti a tempo indeterminato, con il
ritiro della Legge 30, del Pacchetto Treu e la conversione attraverso la
loro nazionalizzazione di tutte le agenzie interinali in uffici di
collocamento pubblici.
Sulla base di un queste rivendicazioni possiamo creare o stimolare la
crescita di comitati e coordinamenti di lavoratori precari che si
propongano di organizzare le vertenze unendo la capacità di organizzare i
precari all’indispensabile costruzione di un solido legame con l’insieme
dei lavoratori, contro ogni idea “separatista” che sarebbe deleteria.
Va inoltre superata la concezione che ha dominato la nostra organizzazione
fino ad oggi che affida la lotta al precariato a grosse scadenze annuali,
come la May Day Parade, o alla creazione di reti di precari tutte tese a
svolgere iniziative d’immagine. Se fino a qualche anno fa l’idea delle
grandi “parate” o delle iniziative d’immagine poteva essere giustificata
con la necessità di far uscire il precariato dall’invisibilità, questo
problema ci pare completamente superato. Non si tratta di affermare
l’esistenza della piaga della precarietà. Si tratta di eliminarla. Anche
su questo terreno l’unica via è quella di un paziente e sistematico
intervento fuori e dentro i luoghi di lavoro.
6. Questione meridionale: una vecchia contraddizione su nuove basi
L'economia meridionale arretra su ogni terreno: nel 2004 il Pil del sud
del paese è cresciuto dello 0,8% contro l'1,4 del nord. Sono naturalmente
i giovani a pagare il prezzo maggiore: solo nel 2004 sono in 78.000 coloro
sotto i 29 anni ad aver perso il posto di lavoro.
Se la quota di disoccupati è nel contempo diminuita rispetto alla
popolazione complessiva passando dal 16% al 15% è solo per la ripresa in
grande stile dell'emigrazione: 107.000 persone hanno dovuto emigrare nel
2004. Sono cifre che si avvicinano a quelle registrate negli anni '50 e
'60. Se allora la tragedia di dover emigrare era alleviata dalla
possibilità di poter mandare soldi a casa, oggi non si verifica nulla di
tutto questo. Anche al nord i salari da fame uniti agli affitti
vertiginosi permettono appena di arrivare alla fine del mese. Indebolito
dai flussi migratori ma privo delle rimesse di denaro che ne derivano, il
reddito meridionale crolla con rapidità maggiore che nel resto del paese.
Torna così a porsi la questione meridionale. Torna tuttavia in condizioni
nuove e potenzialmente ancora più esplosive. La creazione di poli
industriali, come Melfi o Gioia Tauro, non ha alleviato l’arretratezza
meridionale ma ha creato in compenso un giovane e combattivo proletariato
che può diventare rapidamente un punto di riferimento per tutti i settori
oppressi della società. Le lotte di Melfi, Acerra, Scanzano, si sono poste
all’avangurdia nelle mobilitazioni di questi anni.
Lo stato dell’economia meridionale costituisce anche una completa
sconfessione degli incentivi agli investimenti. Le imprese hanno ricevuto
in regalo accordi territoriali, sgravi, finanziamenti, condoni, senza che
questo scalfisse minimamente la situazione occupazionale. Tutt’oggi la
disoccupazione riguarda il 33% dei giovani e il lavoro sommerso un
lavoratore su quattro. La richiesta di un salario garantito per i
disoccupati, equivalente indicativamente al 70% del salario di un terzo
livello metalmeccanico, è centrale per sottrarre migliaia di giovani al
ricatto di lavori sottopagati, in nero o alla stessa influenza della
criminalità organizzata. Questa rivendicazione non è in contrapposizione
con la lotta per un aumento dell’occupazione attraverso la riduzione
d’orario a parità di salario. Al contrario ne è il completamento. Solo dei
disoccupati sottratti alla lotta per la sopravvivenza e un movimento
operaio sottratto alla concorrenza salariale al ribasso con i disoccupati
sono in grado di intraprendere una lotta per un’occupazione piena e di
qualità.
Le recenti mobilitazioni seguite all’assassinio Fortugno in Calabria
dimostrano quali siano le possibilità di sviluppo di una lotta di massa
contro la mafia. È necessario intervenire in questo processo con un nostro
punto di vista indipendente. Mafia, ‘ndrangheta e camorra non sono mai
state e a maggior ragione non sono oggi degli elementi esterni al
capitalismo o slegati dall’apparato statale. Il capitale di origine
mafiosa è assolutamente indistinguibile dal resto dell’economia.
Difendiamo la necessità di confiscare tutti i capitali e le aziende legate
alla criminalità organizzata. Ma applicata coerentemente simile
rivendicazione non significa altro che la confisca, la nazionalizzazione
per porli sotto il controllo operaio, dei principali settori
dell’economia.
7. Per una struttura studentesca nazionale
Il movimento studentesco era l’unico terreno dove i Gc avevano raggiunto
nel proprio passato un certo livello di radicamento. E proprio per questo
si tratta anche del terreno dove la Disobbedienza ha fatto più danni,
smantellando completamente la rete di collettivi studenteschi che, seppur
con metodi criticabili, avevamo costruito in diverse zone d’Italia.
Nello scorso autunno abbiamo assistito ad un accenno di mobilitazioni in
scuole ed università. Un accenno tuttavia significativo delle potenzialità
e dei limiti del movimento studentesco in Italia. Non sono state
mobilitazioni determinate solo ed esclusivamente dagli ultimi affondi
della riforma Moratti, ma dallo stato di sfascio in cui si trova
l’istruzione pubblica. Non esiste un solo capitolo dell’istruzione che non
sia stato peggiorato come risultato di quasi 20 anni di continui attacchi
alla scuola pubblica: condizione salariale e contrattuale dei docenti,
tempo pieno, ritmi di studio, costi ecc. La selezione di classe che
colpisce i settori più svantaggiati della società continua ad operare,
avvalendosi di strumenti nuovi. Oltre all’abbandono scolastico, i percorsi
professionalizzanti spingono i figli dei ceti meno abbienti a ritagliarsi
un percorso di studi che sempre di più si rivela un semplice avviamento al
lavoro. All’università aumenta il numero dei laureati, ma solo perché il
vero sbarramento viene spostato alla laurea specialistica. Se si riduce il
tempo con cui si consegue la laurea triennale, aumenta il periodo
necessario per trovare un’occupazione a causa della necessità di
continuare con laurea specialistica e vari master.
In compenso il numero degli studenti-lavoratori è in costante aumento: tra
il 1998 al 2004 aumentano dal 47 al 68% gli studenti costretti a lavorare
per mantenersi agli studi. L’Autonomia Scolastica e Universitaria hanno
poi aperto completamente la strada alla differenziazione tra scuole e
atenei di serie A e di serie B, con l’entrata in grande stile dei privati
all’interno dei percorsi formativi.
Nei progetti elaborati dall’Unione, questo processo è destinato ad essere
intensificato: il programma sottoscritto, infatti, afferma l’esigenza di
“sostenere l'innovazione istituzionale del sistema, orientando con chiare
regole di governo l'autonomia responsabile degli atenei e degli enti di
ricerca” e di “stimolare l'interazione pubblico/privato attraverso
strutture di ricerca legate alle imprese (...) approntando incentivi
fiscali e laboratori comuni tra università e imprese”. Fra le intenzioni
delle principali forze della coalizione c’è il progetto di procedere nella
direzione della trasformazione degli atenei in fondazioni: la battaglia
contro l’ulteriore trasformazione in senso privatistico del sistema
formativo in Italia dovrà rappresentare per i Giovani Comunisti un impegno
prioritario nella prossima fase, da sviluppare senza alcun cedimento alle
illusioni concertative che segnarono il rapporto della nostra
organizzazione giovanile col ministro Berlinguer fra il 1996 e il 1998.
Depurata dai suoi elementi accessori, d’altra parte, il nucleo della
riforma Moratti è difficilmente distinguibile dalle precedenti leggi del
centrosinistra. Se l’Unione ha timidamente promesso di rivedere le leggi
vergogna del Governo Berlusconi, per quanto riguarda l’università la legge
vergogna non è né più né meno che quella lasciata dal centrosinistra nel
2001: la riforma Zecchino.
Di fronte a simile scenario dobbiamo lottare contro l’idea che l’Autonomia
Scolastica sia un meccanismo riformabile o utilizzabile per i fini del
movimento studentesco attraverso un processo di “autoriforma”. Dobbiamo
lottare per il ritiro di tutte le controriforme scolastiche approvate
dagli anni ’90 in poi, per un raddoppio dei finanziamenti all’istruzione
pubblica e per l’abolizione di qualsiasi forma di finanziamento alle
scuole private. Oltre a questi punti generali, è necessario articolare la
nostra parola d’ordine di una “scuola pubblica democratica, gratuita, di
massa e di qualità!” con una serie di rivendicazioni che entrino nello
specifico delle problematiche concrete causate dalla controriforma alle
condizioni degli studenti. Un programma che parta dalle condizioni
materiali degli studenti stessi e che contenga ad esempio richieste come
- il tetto di 20 alunni per classe contro il sovraffollamento
- la concessione a tutti gli studenti di libri gratuiti in usufrutto
- la gratuità dell’iscrizione a scuole e università, dei mezzi di
trasporto per gli studenti
- un piano di edilizia scolastica per l’ammodernamento di tutti gli
istituti e per la costruzione di alloggi universitari,
- l’erogazione di borse di studio per tutte le famiglie sotto il reddito
medio che ne facessero richiesta
- l’apertura pomeridiana degli istituti per ripetizioni gratuite e gestite
da docenti pubblici
- la retribuzione di qualsiasi stage e tirocinio secondo le norme
contrattuali
- la lotta all’autoritarismo con l’introduzione dell’eleggibilità e
revocabilità della figura del preside ecc.ecc.
Il limite principale del movimento studentesco italiano, però, continua ad
essere l’assenza di una struttura studentesca nazionale in grado di
unificare su scala nazionale e sulla base di un coerente programma di
difesa dell’istruzione pubblica le potenziali mobilitazioni studentesche.
Fino a che permane quest’assenza il rischio è che le singole mobilitazioni
scoppino isolatamente o peggio che rimangano chiuse nel proprio
particolarismo. Inoltre, questo vuoto crea spazi per organizzazioni come
l’Uds o l’Udu che, pur utilizzando in alcuni casi una fraseologia
radicale, nella realtà hanno un approccio estremamente moderato,
proponendo, in ultima analisi, la via concertativa come mezzo risolutivo.
Non si lavora così per generalizzare e rendere efficaci le mobilitazioni,
ma le si relega ad elementi di semplice pressione, con la conseguenza di
limitarne pesantemente le possibilità di sviluppo. Questa tendenza sarà
ancor più enfatizzata con la presenza del centro-sinistra al governo.
Come in natura, anche nella lotta politica, il vuoto non esiste; in
mancanza di un’alternativa credibile queste organizzazioni possono
attrarre elementi sinceramente combattivi che, in realtà, poco hanno da
spartire con le posizioni di chi dirige quelle organizzazioni. E’ compito
dei comunisti far emergere queste contraddizioni attraverso un approccio
chiaro ma non settario, in particolare su una questione: nessun governo
“amico” risolverà i problemi degli studenti, l’unica strada per fare ciò è
quella della mobilitazione di massa.
L’alternativa che mettiamo in campo non può essere semplicemente la
costruzione di collettivi studenteschi (cosa che peraltro sarebbe un passo
in avanti rispetto all’attuale nostro livello di intervento), ma si tratta
di formarli e collegarli sulla base di un programma dettagliato e radicale
(accennato in precedenza) le cui bussole siano il rifiuto di qualsiasi
forma di privatizzazione dell’istruzione e la lotta intransigente contro
la selezione di classe.
Spesso elogiamo le capacità di mobilitazione del movimento studentesco in
altri paesi europei, ma poche volte ne studiamo le dinamiche. In Spagna le
attuali conquiste nel campo dell’istruzione sono il risultato delle
mobilitazioni promosse dal Sindicato de Estudiantes nel corso degli anni
’80 e ’90. Il Sindicato è stato anche il principale punto di riferimento
nelle mobilitazioni di massa che si sono sviluppate contro la Lou, la
legge di controriforma dell’istruzione del precedente Governo Aznar. È una
struttura nazionale con congressi annuali e che grazie alla presenza e al
radicamento negli istituti di grossa parte della Spagna è in grado di
porre in discussione democraticamente tra la maggioranza degli studenti
spagnoli ogni rivendicazione, ogni passo necessario per intraprendere o
proseguire una lotta.
La costruzione di un’organizzazione studentesca non è in contrapposizione
ma anzi è complementare alla lotta per la nascita di strutture
democratiche di movimento in grado di rappresentare la volontà della massa
di studenti coinvolti in una lotta, a patto che simili strutture siano di
massa e democratiche di nome e di fatto. Anche in Italia dobbiamo lottare
per l’affermazione della tradizione del coordinamento democratico sul
modello francese, cioè di una democrazia basata sulle assemblee e sui
delegati eletti, in grado di rappresentare la volontà degli studenti in
lotta. Durante l’occupazione delle università e delle scuole francesi
tutto veniva deciso in assemblea, ogni decisione era sottoposta ad un
breve dibattito e votata democraticamente tra la massa degli studenti.
Ogni assemblea eleggeva poi delegati in grado di rappresentarne la volontà
ad un livello provinciale e nazionale. In questo modo tutte le
organizzazioni coinvolte nella lotta erano costrette ad avanzare le
proprie proposte in assemblea e solo questo meccanismo ne verificava la
reale rappresentatività. Basta paragonare tutto questo con la frenesia con
cui i compagni del gruppo dirigente dei Gc hanno difeso in autunno,
all’interno delle poche occupazioni di ateneo italiane, l’idea che non
fosse necessario votare nulla in assemblea perché “votare è
antidemocratico” (vorremmo sapere allora che cos’è democratico!).
Solo metodi democratici di coordinamento e organizzazione possono
coinvolgere nelle decisioni e nella lotta l’intera massa degli studenti,
senza che esse siano solamente in mano al “ceto politico”. Questa è una
delle differenze fondamentali che ha permesso che in Francia una
mobilitazione partita da qualche centinaio di studenti diventasse di
massa, si generalizzasse e proseguisse fino alla vittoria, mentre in
Italia, dopo una prima breve fiammata, le mobilitazioni, non riuscendo a
coinvolgere la massa degli studenti, sono rientrate senza riuscire ad
incidere. E’ necessario trarre le corrette lezioni da quest’esperienza,
ricominciando a lavorare per far fare un salto di qualità alle prossime
mobilitazioni.
8. Contro l’oscurantismo e il proibizionismo!
Gli attacchi alle condizioni di vita delle giovani generazioni trovano la
propria cornice naturale in una ritrovata aggressività della destra e
della Chiesa sul terreno delle libertà democratiche e dei diritti civili.
Il familismo è l’ideologia naturale di una società che, non riuscendo a
garantire un pieno sviluppo dell’individuo sul terreno economico, deve
negarne la necessità anche sul terreno ideologico. Così come irregimentare
la donna, ad esempio, è funzionale a scaricare sul lavoro domestico ciò
che viene tolto allo stato sociale, negare la possibilità di una vita al
di fuori dei “sacri vincoli familiari” fornisce una giustificazione agli
ostacoli materiali che già oggi impediscono ad un giovane la vita al di
fuori della famiglia.
Anche la questione della casa è in questo momento un probema gravissimo
per i giovani proletari. L’impossibilità di un precario ad accedere ad un
mutuo scava sempre di più un solco tra ricchi e poveri. La definitiva
liberalizzazione degli affitti, risultato di una legge approvata dal
precedente Governo di centrosinistra, ne ha fatto lievitare i costi a
limiti impensabili. Non solo per uno studente ma anche per un giovane
lavoratore, in mancanza degli aiuti familiari, l’affitto di una stanza
diventa una via pressochè obbligata. Nel contempo la speculazione mette le
mani su un numero crescente di appartamenti sfitti con cui mantenere alto
il costo delle case o garantirsi una larga entrata dagli affitti in nero.
Siamo per la requisizione, salvo comprovata necessità, di tutti gli
appartamenti sfitti, per l’imposizione di affitti calmierati e per la
ripresa di piani di edilizia popolare per la concessione a vita di
appartamenti con affitti che non superino il 10% delle entrate.
In questo quadro è anche la questione dell’oppressione femminile a
ripresentarsi nella forma più odiosa, come ha dimostrato l’offensiva
reazionaria recente scatenata per difendere la legge sulla Procreazione
Medicalmente Assistita: nel contesto della battaglia referendaria,
tuttavia, abbiamo potuto renderci conto di come la subalternità
(culturale, non solo politica) delle sinistre al centro moderato impedisca
persino di mettere in campo un impegno serio contro l’aggressività
reazionaria dello schieramento clericale, confermata anche nel corso del
dibattito attuale sui patti di convivenza e sulle unioni civili. Da questo
punto di vista, i problemi rischiano di moltiplicarsi: l’approvazione
della legge 40, sostenuta pure da forze importanti dell’Unione, non
prelude a possibili attacchi futuri alla normativa che legalizza l’aborto:
la legge 194 è stata permanentemente in discussione, infatti, fin dalla
sua promulgazione, ed oggi essa è ulteriormente compromessa dall’amalgama
tra il progressivo disimpegno pubblico in ordine all’assistenza sanitaria
e un’antica e ben radicata connivenza tra istituzioni ospedaliere e
organizzazioni cattoliche. La situazione risulta ora aggravata dalla
impossibile convivenza giuridica tra la legge 40 e la 194, minata già da
tempo dai sistematici tentativi di cancellare, dal contesto delle
relazioni sociali, ogni traccia di autodeterminazione femminile.
Per evitare che l’Unione si riveli un dispositivo efficace ad ingabbiare
le disponibilità alla mobilitazione pure sul terreno della lotta
democratica per i diritti civili, ci batteremo affinché i Giovani
Comunisti s’impegnino ad intrecciare la difesa e il rilancio dei diritti
delle donne non tanto con la presunta sensibilità dei settori
dell’opinione pubblica borghese più o meno illuminata, quanto con le lotte
di massa che il proletariato ha ripreso ad opporre al dominio delle classi
dominanti, nella convinzione che lotta per la cancellazione (non per la
correzione) delle leggi reazionarie contro le donne (così come contro
tutte le minoranze oppresse dai meccanismi di funzionamento di questa
società) non potrà prescindere dal protagonismo di massa delle giovani,
delle lavoratrici e dell’intero movimento operaio.
In un contesto di crisi sociale, l’aumento della repressione da parte
dello Stato non si riversa solo sulle libertà politiche ma su ogni aspetto
generale della vita. Così la recente campagna della destra contro le
droghe raggiunge il picco massimo di ipocrisia in una società che ha nel
consumo di massa delle droghe legali, come ad esempio gli psicofarmaci,
uno dei suoi principali strumenti di controllo. Dobbiamo batterci per la
decriminalizzazione del consumo. Allo stesso tempo non accettiamo l’uso
strumentale che il gruppo dirigente ha fatto fino ad oggi di questa
battaglia. La questione della droga va inserita all’interno dell’attività
complessiva di un’organizzazione giovanile rivoluzionaria. Non può
diventare la leva con cui trasformare invece la nostra organizzazione in
un gruppo giovanilistico.
9. Democrazia e strutturazione dei Gc
Il dissesto organizzativo dei Giovani Comunisti è inscindibilmente legato
alla linea politica applicata in questi anni. Non crediamo che esista una
ricetta che possa risolvere le falle della nostra organizzazione senza un
contemporaneo cambiamento della linea politica. Per noi un’organizzazione
comunista è composta prima di tutto da idee, metodi e programmi e solo in
secondo luogo da un apparato organizzativo. Come formare e controllare
simile apparato non è però argomento di secondaria importanza.
Esiste nei Giovani comunisti un obiettivo problema di trasparenza e
democrazia. Non esiste alcuna discussione su questioni quali
autofinanziamento, apparato, ecc. Tutti questi argomenti devono essere
posti in un dibattito democratico a partire dal Coordinamento nazionale.
Va rotta una prassi negativa che ha visto sistematici rinvii delle
conferenze nazionali dei Gc. La vecchia norma statutaria imponeva una
conferenza ogni due anni, poi passati a tre con le modifiche allo statuto
approvate al congresso di Venezia; siamo, nei fatti, a quattro anni di
distanza dalla scorsa conferenza nazionale (luglio 2002)… Proponiamo di
tornare alla scadenza biennale, e in ogni caso a una effettivo rispetto
delle norme.
Lo stesso valga per il coordinamento nazionale, che dovrebbe riunirsi ogni
due mesi, a scadenze certe, abbandonando una gestione discrezionale da
parte della maggioranza delle scadenze del dibattito.
Ad ogni coordinamento nazionale dovrebbero seguire attivi provinciali o di
circolo dei Gc che riportino il dibattito, le decisioni, le informazioni.
Anche se il partito sostiene finanziariamente i Gc, essendo questi interni
allo stesso Prc, questo non significa che non dobbiamo sviluppare serie
forme di autofinanziamento, sia centrali che locali, unico mezzo per
garantire la nostra reale autonomia politica, tanto più in una situazione
nella quale il peso della presenza istituzionale è schiacciante nel
garantire le entrate del partito, con tutte le conseguenze negative che
vediamo moltiplicarsi sia al centro che in periferie: corsa alle
candidature agli incarichi, logiche di “cordata”, ecc.
Le strutture dei Gc devono sviluppare una effettiva vita democratica e una
partecipazione militante. I coordinamenti provinciali devono porsi
l’obiettivo di riunirsi regolarmente per discutere sia del proprio
intervento che di argomenti politici, internazionali, per fare formazione
politica. Al tempo stesso riteniamo utile riproporre l’ipotesi di
strutturare i Gc anche a livello di circolo, laddove questo sia
praticabile ed efficace, con l’obiettivo di allargare la partecipazione a
tutti gli iscritti.
Proponiamo di avviare un confronto con Liberazione al fine di aprire
maggiori spazi per le riflessioni e gli interventi provenienti dai Gc, non
solo quelli, peraltro sporadici, dell’Esecutivo nazionale, e di valutare
ulteriori possibilità, come ad esempio la pubblicazione, a scadenze
regolari, di un inserto legato alle tematiche giovanili che possa anche
essere diffuso in maniera militante.
10. Pace, guerra, nonviolenza: i giovani comunisti e la prospettiva
rivoluzionaria
Il movimento contro la guerra, dopo le grandi manifestazioni del
2002-2003, è entrato obiettivamente in una fase di ripiegamento,
testimoniato non solo dai numeri delle mobilitazioni, assai minori, ma
soprattutto da una crisi di orientamento politico.
L’opzione del pacifismo assoluto, che in molti casi confina con la pura
testimonianza individuale, rende impossibile una lettura coerente e
un’azione efficace di fronte ai conflitti in corso (Iraq, Palestina,
Aghanistan…) e a quelli che si preparano (Iran, Siria, Libano…). L’aver
oscurato e delegittimato i concetti di imperialismo, resistenza, lotta di
classe, l’aver ridotto l’intera analisi dei processi internazionali nel
“binomio” (del tutto artificiale) guerra-terrorismo ha contribuito
grandemente a questa crisi politica. Questo è tanto più vero a fronte di
una martellante campagna mediatica trasversale, tesa a presentare,
purtroppo con un certo successo, un vero e proprio “mondo alla rovescia”.
Così, ad esempio, Israele, che rifiuta da decenni ogni forma di “legalità
internazionale”, che costruisce il muro dell’Apartheid, che alla faccia a
qualsiasi trattato di “non proliferazione” possiede centinaia di testate
atomiche senza accettare di sottoporsi ad alcun controllo, diventa la
vittima minacciata di annientamento e non uno Stato armato fino ai denti
che nega anche diritti più elementari a un popolo oppresso. In tempi di
“esportazione della democrazia” questo esempio si potrebbe moltiplicare
milioni di volte.
La realtà è che a dispetto di tutte le belle parole, degli appelli alla
pace, al dialogo e alla comprensione, il mondo viene sprofondato in una
spirale di conflitti senza soluzione, ognuno dei quali porta in sé i germi
della guerra successiva.
Di fronte a questa situazione, non si può negare il diritto di un popolo
oppresso a lottare contro il proprio oppressore anche con l’uso della
forza. Né ci si può limitare a “riconoscere” tale diritto in astratto,
salvo poi bollare come “terrorismo” ogni manifestazione di resistenza.
Questo non significa appoggiare qualsiasi mezzo di lotta, né tantomeno
mettere sullo stesso piano forze reazionarie quali Al Qaeda o altre forze
fondamentaliste (che peraltro in Iraq costituscono solo una minima parte
delle forze che si oppongono all’occupazione) con movimenti di liberazione
di ben altra natura.
Nella nostra epoca la lotta per la liberazione nazionale assume una
prospettiva credibile se si lega a un programma di emancipazione sociale,
di lotta contro l’imperialismo, contro il capitalismo e contro quelle
classi dominanti locali corrotte e marce che in particolare nel mondo
arabo da mezzo secolo strumentalizzano la causa palestinese mentre dietro
le quinte si accordano con le potenze imperialiste per mantenere i propri
privilegi. La rivendicazione del ritiro delle truppe italiane che
partecipano alle missioni di occupazione rimane per noi pienamente valida
non solo per l’Iraq, ma anche per quelle missioni targate Onu (Afghanistan
e Balcani) che l’Ulivo ha invece a suo tempo sostenuto e che tutt’ora
sostiene.
L’esperienza di oltre un secolo dimostra che la vera violenza viene
innanzitutto dalla classe dominante, che non esita a gettare la maschera
democratica e a usare l’oppressione più spietata se questo è necessario
per difendere il proprio potere. Ancora recentemente, il tentativo di
colpo di Stato in Venezuela (aprile 2002) o il tentativo, fallito, di
annegare nel sangue l’insurrezione del popolo boliviano, hanno confermato
questa lezione. In entrambi i casi, la reazione è stata sconfitta non
dagli appelli alla pace e al dialogo, ma dalla determinazione delle masse,
dei lavoratori, dei contadini, dei minatori, che non hanno esitato a usare
anche la forza per mettere la reazione in condizioni di non nuocere.
La nostra risposta alla violenza della guerra e alla “silenziosa” violenza
quotidiana di questo sistema sociale, si ispira a quegli esempi: una lotta
coraggiosa, intransigente per l’affermazione della prospettiva socialista
e rivoluzionaria, l’unica che può davvero sradicare dal mondo
l’oppressione e con essa la violenza e la guerra.
Nonostante la più che decennale campagna ideologica contro il comunismo, i
proclami sulla “fine della storia”, il “pensiero unico” e le abiure di
tanta parte della sinistra, il nuovo secolo vede riaprirsi la speranza
rivoluzionaria. Di fronte a un sistema che sprofonda in contraddizioni
sempre più stridenti sul piano sociale, economico, ambientale, abbiamo il
risveglio di grandi movimenti di massa e la ricerca di alternative a
questa società.
La rivoluzione non torna solo di prepotente attualità, ma diventa sempre
di più una necessità. Non a caso la parola d’ordine della trasformazione
socialista della società torna a far capolino non solo da questo o quello
scritto ma nella vita concreta delle masse in America Latina, con
l’apertura di un dibattito di massa in Venezuela sulla costruzione del
socialismo del secolo XXI. Proprio la situazione in America Latina deve
essere posta costantemente al centro delle nostre discussioni e della
nostra azione, con continue campagne internazionaliste sul modello di
quello fatto dalla campagna internazionale “Giù le mani dal Venezuela”.
La nostra generazione è la prima dopo mezzo secolo a veder peggiorare le
proprie condizioni di vita rispetto alle generazioni precedenti. La
necessità di una rottura rivoluzionaria tornerà ad affacciarsi nella testa
di migliaia di persone. Un’organizzazione giovanile comunista può avere un
futuro solo se si colloca all’interno di questo processo, condividendo
l’evoluzione di migliaia di giovani nel nostro paese e proponendo la
prospettiva comunista e rivoluzionaria.
Primi firmatari: Jacopo Estevan Renda, Elisabetta Rossi,
Dario Salvetti (coord. Nazionale Giovani Comunisti)
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