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Verso il VI Congresso di Rifondazione Comunista

IL NOSTRO NUOVO COMUNISMO

Documento dell’area de l’ernesto di Savona sull’analisi della società capitalistica moderna e le risposte dei comunisti
 

Il neocapitalismo finanziario

Il capitalismo in cui oggi ci troviamo a vivere ha sviluppato nuovi metodi di concentrazione delle ricchezze: non esiste solamente più una fase di accumulazione volta alla perpetuazione delle strutture produttive, ma si vede chiaramente come la finanziarizzazione del capitale sia oggi l’aspetto più “liberista”, in senso deteriore, dell’anarchia merceologica.

Il capitale finanziario è l’arma di ricatto più forte perché è veloce: le transazioni finanziarie avvengono con la telematica e i capitali si spostano da un polo continentale ad un altro con una rapidità con la quale è impossibile trasportare un impianto produttivo. Questo aspetto del capitalismo vorace, che chiamiamo “liberismo, e tutto imperniato sulla sostanziazione del denaro come merce di scambio, va combattuto a livelli certamente più alti di quelli rappresentati dagli Stati nazione. Per questo è necessario adoperarsi all’edificazione di una sinistra comunista, di classe, su base europea, capace di portare avanti la lotta per un nuovo movimento operaio, per una rigenerazione della coscienza critica “in sé e per sé” del proletariato moderno.
 

Rifondazione Comunista e il contesto sociale dei movimenti

Il ruolo dei movimenti, in questo contesto, è stato decisamente importante e ha permesso di ampliare proprio quella criticità sociale che, altrimenti, sarebbe stata ancora una volta sopita, inespressa e non valorizzata. Anche noi come comunisti, come Partito Comunista, abbiamo partecipato attivamente alla crescita sociale del movimento, in tutte le sue più peculiari affermazioni: ambientalismo, operaismo, lotta al precariato, lotta alle moderne povertà, altermondialismo (che non è di per sé anticapitalismo, per sua spontanea definizione nell’articolazione stessa di sé medesimo), lotta per la pace, affermazione dei diritti sociali e dei popoli. Tuttavia la presenza di Rifondazione Comunista nel movimento è stata per lungo tempo impiegata non come ricchezza per il Partito medesimo, ma come assunto quasi dogmatico. Fuori dal movimento non vi era speranza di lotta, dentro la lotta diveniva nel suo essere tale. Abbiamo visto chiaramente che non è stato così e che la forma “partito” resta essenziale per lo sviluppo incessante di tradizionali come di nuove lotte politiche e sociali.

Per questo rilanciamo il ruolo di Rifondazione Comunista con il movimento, ma altresì va perseguita quella necessaria autonomia dei comunisti da tutte le altre sensibilità politico-sociali che, non essendo anticapitaliste, sono comunque da sempre dedite o al temperamento dei danni del capitalismo o alla sua accettazione come modello perfettibile di vita.
 

Lotta per la pace e sostegno alla Resistenza irachena e palestinese

Truppe occupanti americane in IraqIl nuovo millennio si è aperto con la tragedia della formalizzazione della guerra come prosecuzione immediata della politica che non sa rispondere alle contraddizioni del cosiddetto “sistema”. Laddove per “sistema” si intende comunque sempre la struttura economica di una qualsiasi comunità di popolo. In questo frangente, gli Stati Uniti d’America hanno creato un nuovo assetto mondiale sotto la loro influenza globale: la guerra all’Afghanistan, sotto l’ipocrita maschera della restituzione della libertà d’espressione e di dignità alle donne e non solo, ha definito il controllo del mercato oppiaceo della zona orientale, la totale “supervisione” degli USA sulla costruzione di gasdotti e di altre importantissime infrastrutture dalle più remote zone delle ex repubbliche sovietiche mussulmane sino all’Oceano Indiano. La guerra in Iraq, con un ennesimo pretesto liberatorio, ma supportata da una quantità di falsificazioni necessarie allo scatenamento del conflitto, ha quindi permesso al governo di Bush di ottenere l’egemonia politica e militare in tutto il medioriente. Questa cornice bellica ha coinvolto i più disparati governi d’Europa, siano essi stati a guida socialdemocratico-laburista, sia a guida conservatrice. Si sono cancellate tutte quelle peculiarità di laicismo che l’Iraq possedeva, pur sotto un regime di autocrazia, e il pericolo di un’esplosione di conflitti religiosi per la creazione di uno stato islamico a Bagdad è ormai un dato di fatto.

Ma il carattere imperialistico dell’invasione americana, quindi l’impossessamento di quanto vi è di prezioso nel territorio iracheno (a cominciare, ovviamente, dalle capienti risorse petrolifere), e la violazione morale di una cultura di un intero popolo, hanno sviluppato una importante Resistenza armata agli eserciti occupanti.

Questa Resistenza, che molto spesso viene opportunisticamente identificata con gli efferati episodi di rapimenti e sgozzamenti ad opera di frange estremiste legate a gruppi fondamentalisti, è la sola speranza che il popolo iracheno possiede di potersi riappropriare del proprio Stato liberamente, senza l’interposizione del governo fantoccio di Allawi.

Dobbiamo sostenere la Resistenza irachena come fenomeno di resistenza non solo ad una invasione armata, ma di più a quell’imperialismo che sembra il soggetto incontrastato dello scenario di guerra mondiale in cui viviamo. Così, parimenti, i comunisti devono dare il loro più convinto sostegno alla causa palestinese, per la liberazione di un popolo che si vorrebbe relegare dietro ad un muro che non può avere altra sorte se non il repentino abbattimento e la riconduzione ad un dialogo tra le parti, per consentire al Popolo palestinese di dare vita al suo Stato libero.
 

Il ruolo dell’Europa e la Sinistra Europea

Congresso di fondazione della S.E.Il ruolo dell’Europa è stato sino ad oggi contraddittorio e, per questo, marginale. Una mancata unità dei Paesi membri dell’Unione, non ha permesso di contrastare appieno la politica bushista dei neo-cons. Si è così creata una nuova destra d’oltreoceano che ha supportato in tutto e per tutto la politica neocolonialista ed imperiale di George W. Bush, anche innanzi alla carente differenziazione tra i Democratici di Kerry e i Repubblicani in materia di politica estera, se non pure interna.

Se da un lato Francia e Germania hanno unificato la loro voce di contrarietà all’invio di truppe in Iraq, lo scivolamento conservatore di Blair in Gran Bretagna e l’accondiscendenza servile dell’Italia berlusconiana hanno impedito che a Strasburgo si potesse creare una voce sola in tema di pace e di guerra. La svolta spagnola, che con la vittoria di Zapatero ha dato vita al subitaneo ritiro del contingente iberico dall’Iraq, non ha tuttavia creato i presupposti per uno sparigliamento del disordine decisionale europeo.

Anche sulle tematiche del massacro dei palestinesi da parte del governo Sharon, si registrano voci discordanti, con un’Italia impegnata a sembrare super partes, ma in realtà profondamente schierata con Tel Aviv, fedele alleato degli USA.

Noi pensiamo che le forze di sinistra, siano esse comuniste o socialiste, ecologiste o di natura semplicemente progressista, debbano al più presto coordinare tra di loro tutte le iniziative possibili per fare fronte comune rispetto a tutta questa vasta gamma di problematiche internazionali. Il Partito della Sinistra Europea, di cui non abbiamo condiviso il metodo di formazione e composizione dall’atto fondativo, può rappresentare un favorevole volano di unità d’intenti. La valorizzazione dell’unità politica non può che far bene anche ad una, necessariamente contestuale, unità dei lavoratori e di quanti si battono per una liberazione da un qualsiasi potere occlusivo i diritti negati.

Per questo il ruolo del Partito della Sinistra Europea va, a nostro parere, oggi dispiegato verso queste due grandi discriminanti verso le quali non c’è un “se” e non può esservi un “ma”: la lotta alla guerra, per la pace, contro l’imperialismo; la lotta per l’unificazione delle piattaforme rivendicative continentali sul salario sociale, contro precarietà e disoccupazione, contro tutte le moderne forme di nuovo schiavismo lavorativo, riducendo così anche il peso che le economie ipersfruttate dei paesi dell’Est porteranno, e stanno già in parte portando, nell’Unione Europea con il loro futuro ingresso nella moneta unica e nell’insieme dei gangli formati dai vari trattati unionisti.

A questo proposito va sottolineato che la Costituzione europea rappresenta la fondazione di una Europa dedita solamente al proprio splendore monetaristico, al privilegio di classe, e completamente sorda ai bisogni sociali di un insieme di comunità popolari che vedono il peso schiacciante di oltre 20 milioni di disoccupati in un continente che si appresta a divenire il “polo alternativo” al modello americano.

La vera alterità dell’Europa dagli Stati Uniti d’America, e comunque dal più generale accordo del NAFTA, sta in un diverso modello di sviluppo sociale e, quindi, anche economico. Elemento derubricato dall’attuale testo costituzionale firmato solennemente a Roma.
 

Il ruolo del PRC in Italia

Il ruolo di Rifondazione Comunista appare sempre più determinante in un paese come l’Italia dove il liberismo più sfrenato ha determinato la scomparsa degli ultimi brandelli di stato-sociale, e dove la politica personalistica e presidenzialista di Berlusconi ha caratterizzato gli ultimi anni per uno spietato attacco alla Costituzione della Repubblica sia attraverso leggi “ad-personam”, sia con la proposta di riforma costituzionale promossa dalla Lega nord.

Il ruolo del nostro Partito deve essere dunque quello di contribuire alla cacciata di Berlusconi quanto prima possibile per ristabilire le minime condizioni di ripristino della legalità costituzionale e, di seguito, procedere alla ricomposizione della socializzazione della politica cancellando tutte le leggi prodotte da questo governo: dalla Legge Bossi-Fini alla Moratti, dalla Legge 30 a quella sui condoni fiscali, edilizi, al falso in bilancio, ecc.

Sino ad oggi abbiamo assistito ad una passiva condizione delle opposizioni verso lo stillicidio quotidiano del centrodestra contro lo Stato di diritto (con Rutelli che addirittura ripropone il dialogo con la CdL sulle riforme per la Giustizia). L’invenzione necessaria di una “Grande Alleanza Democratica”, la partecipazione ad essa è stata calata dall’alto in tutto il Partito, come del resto molte altre decisioni (accettazione del principio di maggioranza nella coalizione, ad esempio): ma questa sarà materia di discussione circa la democrazia interna al PRC. Ciò che ci interessa sottolineare di seguito è che Rifondazione Comunista può far parte a pieno titolo della GAD, ma questa partecipazione non può non prescindere da elementi di programma definiti con chiarezza estrema. Consequenziale è, a questo proposito, il successivo passo nel caso le elezioni del 2006 vengano vinte dalla GAD: il governo del Paese. Qui si apre un capitolo molto complicato: siamo consapevoli che ci troviamo, per forza di cose, davanti ad un bivio. O contribuire al risanamento morale, sociale e civile (nonché economico) del Paese, o il PRC si può autodestinare ad un ruolo di pura rappresentanza politica residuale. Se è infatti vero che non abbiamo, sia storicamente parlando che ideologicamente, una vocazione governista, è altrettanto vero che possiamo e dobbiamo incidere in modo tale nella realtà politica italiana da cambiare completamente rotta rispetto sia ai governi di centrosinistra del passato, sia all’attuale governo berlusconiano. La riproposizione di un accordo puramente tecnico con le altre forze dell’opposizione, al solo fine di battere Berlusconi e poi rapportarsi di volta in volta a seconda delle scelte intraprese, renderebbe il nostro ruolo a quello di un Partito stampella e sostengo a giudizio sospeso, incapace di modificare le scelte, capace solamente di determinare alcuni assetti parlamentari, ma privo di un reale collegamento con il Paese reale, con le istanze di bisogno della gente.

Del resto, con la nostra presenza e partecipazione ad un futuro governo della GAD, dobbiamo essere consapevoli che giocheremmo un ruolo che sino ad oggi non abbiamo mai giocato. Per questo non si può dare per scontato nulla: neppure l’accordo di coalizione. Le modalità usate sino ad ora per dimostrare il cambiamento di Rifondazione Comunista nei confronti del centrosinistra sono state eccessivamente veloci e, per questo, incomprensibili a moltissimi compagni.

Gli accordismi dell’ultimo momento sono sempre molto pericolosi. Noi ci siamo da sempre battuti per un rapporto di dialogo e convergenza prima di tutto con le altre forze della sinistra di alternativa, sia essi fossero presenti in Parlamento che no. Abbiamo da lungo tempo sostenuto che una sinistra di alternativa forte può meglio rapportarsi con il centro democratico e, da qui, formare una solida alleanza democratica che consenta la vittoria elettorale, ma che prima di tutto consenta un completo rinnovamento programmatico. Per questo pensiamo che non si possa prescindere in alcun modo dalla formulazione di un programma concreto, un programma di Rifondazione Comunista, che venga discusso da tutto il Partito, soprattutto in occasione dell’assise congressuale, e che venga portato poi, nella sua sintesi finale, al tavolo con le altre soggettività politiche e sociali della sinistra italiana per poi giungere al passaggio più elevato di costruzione del programma complessivo della GAD.
 

Unità della sinistra, autonomia dei comunisti

In relazione al rapporto che il PRC può avere con le forze della sinistra di alternativa (Verdi, PdCI, Sinistra DS per il Socialismo, associazioni, ecc.), va osservato che la domanda sociale per una ritrovata unità della sinistra è forse il primo punto di un progetto politico nuovo. Da molte parti si avanzano ipotesi di nuove formazioni, nuove basi ideologiche e critiche rivisitazioni del passato a modello di sdoganamento da “ingombranti” problemi non solo di storicismo.

E’ più volte stato proposto, in diverse occasioni e da diversi partiti politici, che il coordinamento delle forze di sinistra diviene oggi un passaggio obbligato per dare voce a tutti coloro che, da tempo, hanno avvertito la deriva di carattere liberale e centrista della maggioranza dei Democratici di Sinistra. L’esperienza di “Uniti nell’Ulivo”, quindi la proposizione in una unica lista di DS, SDI, Repubblicani Europei e La Margherita, non si è rivelata essere un tentativo di mantenimento dell’unità ulivista o, vieppiù, un semplice accordo elettorale. Il “listone” rappresenta la trasposizione elettorale di un più vasto accordo neocentristra, supportato da adeguate istanze di programma e di intenzioni politiche (a livello parlamentare, ma anche a livello di rapporti con la nuova borghesia italiana).

Fidel Castro e Hugo ChavezA questo proposito di creazione di un partito del nuovo centro democratico, non può non contrapporsi tutta quella variegata area di rivendicazione sociale che si riconosce nelle forze che si sono volontariamente escluse dal “listone” e che hanno scelto di combattere la moderna realtà del capitale globale con istanze di liberazione, solidarietà, pace e giustizia sociale.

In ciò risiedono le battaglie contro le discriminazioni di ogni tipo: razziali, sessuali, di genere, culturali, religiose, ecc.  Sempre in questa vasta area della sinistra di alternativa stanno il pacifismo antimperialista, la difesa dei modelli di politiche di società alternative e per nuove conversioni dell’economia di mercato in transizioni a più umane condizioni socialiste (Cuba, Venezuela, Brasile, ecc.) o, più semplicemente, antiliberiste (Chiapas, progetti partecipativi dal basso, ecc.).

La valorizzazione di tutte queste culture ha dei comuni denominatori: essi sono e non possono non essere che il valore dell’uomo e della collettività, come espressione generale dei bisogni singoli presi nelle loro opportune differenziazioni. Al di là di una analisi accademica o antropologica, ci interessa affermare come la stessa autonomia di noi comunisti del PRC passi per la nostra partecipazione ad una esperienza innovativa come la Sinistra di alternativa italiana: un necessario passaggio verso una più concreta e sostanziale alleanza tra il centro democratico e la sinistra.
 

Capitale, lavoro, movimento operaio

La centralità del conflitto tra capitale e lavoro, ancora una volta, assume in sé la caratteristica di rilievo per il nostro Partito. La teoria della scomparsa del lavoro salariato, e con esso della classe operaia, ha ormai decretato il suo fallimento nell’impossibilità di occultare le diverse e crude forme di retroconduzione delle situazioni lavorative su piani di sfruttamento che ormai non si conoscevano più, almeno nel nostro “civile” mondo occidentale, e più semplicemente in Italia.

Se, alcuni anni fa, i governi dell’Ulivo hanno aperto il viatico ad una deregolamentazione statale sulla scuola, sul lavoro e sulle pensioni, è altrettanto vero che la completa distruzione del sistema pensionistico, quindi la messa in opera di una torsione iperliberista della controriforma Dini, avviene con l’attuale destra al potere. Così succede per il pacchetto Treu sull’escalation del precariato nel mondo del lavoro, con l’introduzione del lavoro in affitto, dei Co.Co.Co. e dei moderni contratti individuali dove il sistema della contrattazione nazionale viene abolito in nome delle “esigenze” imprenditoriali di vedere sempre più frazionato il movimento operaio e sempre meno risolutiva la funzione sindacale complessiva.

Tuttavia, nonostante si sia cercato di indebolire l’edificio sindacale nella sua interezza e nella specificità in quei settori come la FIOM dove la fermezza operaia è stata più marcata e inconciliabile con le richieste padronali, il movimento ha saputo dare valore alle esperienze di lotta di Melfi, di Termini Imerese, di Mirafiori e di molti altri stabilimenti, nonché di ampie frange lavorative non propriamente operistiche nel senso più comune e classico del termine: si pensi alla situazione dell’Alitalia o a quella dei lavoratori degli indotti di molte altre catene produttive.

La rinascita di un movimento operaio nuovo è, dunque, sicuramente il frutto di una esasperazione dei lavoratori verso l’aggressività liberista, ma è anche stata supportata da una grande ondata di protesta e di acquisizione delle istanze operaie da parte del movimento.

Il nostro Partito in tutto questo ha svolto un ruolo determinato (si pensi anche alla importantissima lotta per la salvaguardia dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori) ma non sufficientemente adeguato a ritrovare quel filo conduttore dell’egemonia classista che dovrebbe essere propria di un Partito Comunista.

Ancora una volta si è preferito inserire troppe volte e per troppo tempo l’istanza partitica nel movimento e non affiancarlo, facendo così da conduttore delle lotte ma non da soggetto catalizzante le rivendicazioni sociali dei lavoratori. Una critica propositiva, in merito, non può prescindere da ciò e per questo l’impegno di Rifondazione Comunista deve trovare spazio nel radicamento stesso del Partito nei luoghi di lavoro, in ogni luogo di produzione, anche intellettuale come le scuole dove si avverte spesso una recrudescenza di destra e un invito ad abbracciare il populismo tipico dei settori politici che si infiltrano nei “vuoti socio-politici” lasciati dalla sinistra ed occupati dal protestatario cartello delle destre fasciste cosiddette “sociali”.

La ripresa del movimento operaio e del conflitto di classe si pone, altresì, in un vasto impianto strutturale economico su scala continentale e mondiale. Ne abbiamo già accennato parlando delle problematiche sull’Europa, sui valori costituzionali ad essa legati e sul ruolo che il moderno proletariato industriale e non, può attivare in seno ad un accrescersi delle dimensioni di accumulazione del capitale.

Le differenze nazionali restano: il capitalismo italiano, ad esempio, trascina con sé ancora un retaggio prettamente familistico che tende ad esaurirsi in un differente aspetto finanziario e localistico. Ne è un esempio il Nord-Est così tanto declamato come ricchissima zona dell’Italia che, tuttavia, conserva problemi comunissimi a tante altre parti del Paese.

E’ innegabile la dimensione ulteriore, quella del capitalismo sopranazionale, che si mantiene essenzialmente su un piano speculativo, di interscambio di capitali con altri poli capitalistici di diversi continenti. La sinistra, il mondo del lavoro devono saper cogliere questa sfida e, alle opportune battaglie sociali nazionali, unire principi di lotta sempre più ampi, che uniscano le classi sociali deboli di tutto il continente e che sviluppino la contraddizione irrisolvibile del capitale con il lavoro sino a condurla all’estrema frizione con quanto la circonda, con quanto la condiziona e può condizionarla.
 

Il Partito Comunista

Karl MarxDa questa nostra analisi possiamo far discendere una conclusione che risiede essenzialmente nella necessaria presenza di un Partito Comunista in Italia, in Europa. Una ripresa, così, del conflitto di classe anche su scala planetaria, con la ricostruzione di una Internazionale dei comunisti, senza nessuna pretesa di continuità con un passato che è ormai tale.

Di questo passato dei comunisti e del Comunismo si è detto che andava archiviato, che non poteva esservi più chi volesse dare o ridare vita ad un Partito Comunista basato sui valori e sulle analisi scientifiche del marxismo e del leninismo.

La giusta critica e condanna dello stalinismo come mortificazione del Comunismo e di tutta la sua carica libertaria, non può divenire in estrema sintesi elemento probatorio di condanna per tutto il movimento comunista novecentesco: il così tanto celebrato “secolo breve” ha assistito a grandiose lotte di liberazione, magari dapprima sulle ali dello spirito nazionale e popolare e, in seguito, sull’onda dell’affermazione dei principi di eguaglianza sociale ed economica.

L’esperienza dell’Ottobre sta lì a significare ancora oggi che non fu inutile quell’ “assalto al cielo” e che, anche nei periodi in cui la “spinta propulsiva della rivoluzione” sembrava essere esaurita, l’URSS rappresentò un determinante contrappeso all’imperialismo degli USA. Oggi questo contrappeso non esiste più e possiamo vedere come, a quella che veniva chiamata “guerra fredda”, si sia ben volentieri sostituita una guerra globale purtroppo “calda”, fatta del sangue di milioni di innocenti.

Nell’elaborazione di un “nuovo comunismo”, e nel considerarci noi stessi i “nuovi comunisti”, trova ancora sede la disarticolazione scientifica fatta da Marx in merito al moderno modo produttivo capitalistico, così come non trova smentite l’analisi leninista dell’imperialismo come apice dell’espansione profittale capitalistica: sia essa ricerca del massimo della produttività e del massimo vantaggio da trarre da essa, sia essa semplice ricerca di egemonia politica nel mondo.

Come possiamo vedere ad occhi nudi la guerra americana e inglese contro l’Iraq, ma anche contro la Serbia o l’Afghanistan ha avuto sia connotati economico-strutturali che politico-sovrastrutturali. Il neocolonialismo imperialista definisce così la spartizione delle aree di influenza del mondo e si appresta a fare i conti con i nuovi giganti del mercato mondiale: la Cina, il Giappone, l’India e l’Europa.

Il Comunismo è ancora l’ultima speranza per tutti i popoli del mondo che si rifiutano di divenire schiavi di un’economia che vede poche persone e poche nazioni possedere l’80% e più delle ricchezze del pianeta e il solo 20% restante di questi beni prodotti andare all’ 80% del resto del mondo.

C’è uno sviluppo ineguale da combattere e c’è una società diversa da quella capitalistica da creare. Il superamento del capitalismo non è sintetizzabile nella formula: “un altro mondo è possibile”. Possiamo e dobbiamo concorrere all’alterità da questo mondo capitalistico, ma non ci è concesso di lasciare il passo a qualsiasi altra prospettiva di sviluppo che veda ancora una volta l’economia protagonista indiscussa della vita degli uomini.

Per questo siamo comunisti e per questo lavoriamo alla “rifondazione del Comunismo” anche in Italia.

Savona, 9 novembre 2004

MARCO SFERINI - direzione provinciale Rifondazione Comunista Savona
SIMONE ANSELMO - coordinamento federale GC Savona
MASSIMO COLOMBO - circolo "F. Siccardi" Rifondazione Comunista Albenga