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IL NOSTRO NUOVO COMUNISMO
Documento dell’area de l’ernesto
di Savona sull’analisi della società capitalistica moderna e le risposte
dei comunisti Il neocapitalismo finanziario
Il
capitale finanziario è l’arma di ricatto più forte perché è veloce: le
transazioni finanziarie avvengono con la telematica e i capitali si
spostano da un polo continentale ad un altro con una rapidità con la
quale è impossibile trasportare un impianto produttivo. Questo aspetto
del capitalismo vorace, che chiamiamo “liberismo, e tutto imperniato
sulla sostanziazione del denaro come merce di scambio, va combattuto a
livelli certamente più alti di quelli rappresentati dagli Stati nazione.
Per questo è necessario adoperarsi all’edificazione di una sinistra
comunista, di classe, su base europea, capace di portare avanti la lotta
per un nuovo movimento operaio, per una rigenerazione della coscienza
critica “in sé e per sé” del proletariato moderno. Rifondazione Comunista e il contesto sociale dei movimenti Il ruolo dei movimenti, in questo contesto, è stato decisamente importante e ha permesso di ampliare proprio quella criticità sociale che, altrimenti, sarebbe stata ancora una volta sopita, inespressa e non valorizzata. Anche noi come comunisti, come Partito Comunista, abbiamo partecipato attivamente alla crescita sociale del movimento, in tutte le sue più peculiari affermazioni: ambientalismo, operaismo, lotta al precariato, lotta alle moderne povertà, altermondialismo (che non è di per sé anticapitalismo, per sua spontanea definizione nell’articolazione stessa di sé medesimo), lotta per la pace, affermazione dei diritti sociali e dei popoli. Tuttavia la presenza di Rifondazione Comunista nel movimento è stata per lungo tempo impiegata non come ricchezza per il Partito medesimo, ma come assunto quasi dogmatico. Fuori dal movimento non vi era speranza di lotta, dentro la lotta diveniva nel suo essere tale. Abbiamo visto chiaramente che non è stato così e che la forma “partito” resta essenziale per lo sviluppo incessante di tradizionali come di nuove lotte politiche e sociali. Per
questo rilanciamo il ruolo di Rifondazione Comunista con il movimento,
ma altresì va perseguita quella necessaria autonomia dei comunisti da
tutte le altre sensibilità politico-sociali che, non essendo
anticapitaliste, sono comunque da sempre dedite o al temperamento dei
danni del capitalismo o alla sua accettazione come modello perfettibile
di vita. Lotta per la pace e sostegno alla Resistenza irachena e palestinese
Ma il carattere imperialistico dell’invasione americana, quindi l’impossessamento di quanto vi è di prezioso nel territorio iracheno (a cominciare, ovviamente, dalle capienti risorse petrolifere), e la violazione morale di una cultura di un intero popolo, hanno sviluppato una importante Resistenza armata agli eserciti occupanti. Questa Resistenza, che molto spesso viene opportunisticamente identificata con gli efferati episodi di rapimenti e sgozzamenti ad opera di frange estremiste legate a gruppi fondamentalisti, è la sola speranza che il popolo iracheno possiede di potersi riappropriare del proprio Stato liberamente, senza l’interposizione del governo fantoccio di Allawi.
Dobbiamo sostenere la Resistenza irachena come fenomeno di resistenza
non solo ad una invasione armata, ma di più a quell’imperialismo che
sembra il soggetto incontrastato dello scenario di guerra mondiale in
cui viviamo. Così, parimenti, i comunisti devono dare il loro più
convinto sostegno alla causa palestinese, per la liberazione di un
popolo che si vorrebbe relegare dietro ad un muro che non può avere
altra sorte se non il repentino abbattimento e la riconduzione ad un
dialogo tra le parti, per consentire al Popolo palestinese di dare vita
al suo Stato libero. Il ruolo dell’Europa e la Sinistra Europea
Se da un lato Francia e Germania hanno unificato la loro voce di contrarietà all’invio di truppe in Iraq, lo scivolamento conservatore di Blair in Gran Bretagna e l’accondiscendenza servile dell’Italia berlusconiana hanno impedito che a Strasburgo si potesse creare una voce sola in tema di pace e di guerra. La svolta spagnola, che con la vittoria di Zapatero ha dato vita al subitaneo ritiro del contingente iberico dall’Iraq, non ha tuttavia creato i presupposti per uno sparigliamento del disordine decisionale europeo. Anche sulle tematiche del massacro dei palestinesi da parte del governo Sharon, si registrano voci discordanti, con un’Italia impegnata a sembrare super partes, ma in realtà profondamente schierata con Tel Aviv, fedele alleato degli USA. Noi pensiamo che le forze di sinistra, siano esse comuniste o socialiste, ecologiste o di natura semplicemente progressista, debbano al più presto coordinare tra di loro tutte le iniziative possibili per fare fronte comune rispetto a tutta questa vasta gamma di problematiche internazionali. Il Partito della Sinistra Europea, di cui non abbiamo condiviso il metodo di formazione e composizione dall’atto fondativo, può rappresentare un favorevole volano di unità d’intenti. La valorizzazione dell’unità politica non può che far bene anche ad una, necessariamente contestuale, unità dei lavoratori e di quanti si battono per una liberazione da un qualsiasi potere occlusivo i diritti negati. Per questo il ruolo del Partito della Sinistra Europea va, a nostro parere, oggi dispiegato verso queste due grandi discriminanti verso le quali non c’è un “se” e non può esservi un “ma”: la lotta alla guerra, per la pace, contro l’imperialismo; la lotta per l’unificazione delle piattaforme rivendicative continentali sul salario sociale, contro precarietà e disoccupazione, contro tutte le moderne forme di nuovo schiavismo lavorativo, riducendo così anche il peso che le economie ipersfruttate dei paesi dell’Est porteranno, e stanno già in parte portando, nell’Unione Europea con il loro futuro ingresso nella moneta unica e nell’insieme dei gangli formati dai vari trattati unionisti. A questo proposito va sottolineato che la Costituzione europea rappresenta la fondazione di una Europa dedita solamente al proprio splendore monetaristico, al privilegio di classe, e completamente sorda ai bisogni sociali di un insieme di comunità popolari che vedono il peso schiacciante di oltre 20 milioni di disoccupati in un continente che si appresta a divenire il “polo alternativo” al modello americano. La
vera alterità dell’Europa dagli Stati Uniti d’America, e comunque dal
più generale accordo del NAFTA, sta in un diverso modello di sviluppo
sociale e, quindi, anche economico. Elemento derubricato dall’attuale
testo costituzionale firmato solennemente a Roma. Il ruolo del PRC in Italia Il ruolo di Rifondazione Comunista appare sempre più determinante in un paese come l’Italia dove il liberismo più sfrenato ha determinato la scomparsa degli ultimi brandelli di stato-sociale, e dove la politica personalistica e presidenzialista di Berlusconi ha caratterizzato gli ultimi anni per uno spietato attacco alla Costituzione della Repubblica sia attraverso leggi “ad-personam”, sia con la proposta di riforma costituzionale promossa dalla Lega nord. Il ruolo del nostro Partito deve essere dunque quello di contribuire alla cacciata di Berlusconi quanto prima possibile per ristabilire le minime condizioni di ripristino della legalità costituzionale e, di seguito, procedere alla ricomposizione della socializzazione della politica cancellando tutte le leggi prodotte da questo governo: dalla Legge Bossi-Fini alla Moratti, dalla Legge 30 a quella sui condoni fiscali, edilizi, al falso in bilancio, ecc. Sino ad oggi abbiamo assistito ad una passiva condizione delle opposizioni verso lo stillicidio quotidiano del centrodestra contro lo Stato di diritto (con Rutelli che addirittura ripropone il dialogo con la CdL sulle riforme per la Giustizia). L’invenzione necessaria di una “Grande Alleanza Democratica”, la partecipazione ad essa è stata calata dall’alto in tutto il Partito, come del resto molte altre decisioni (accettazione del principio di maggioranza nella coalizione, ad esempio): ma questa sarà materia di discussione circa la democrazia interna al PRC. Ciò che ci interessa sottolineare di seguito è che Rifondazione Comunista può far parte a pieno titolo della GAD, ma questa partecipazione non può non prescindere da elementi di programma definiti con chiarezza estrema. Consequenziale è, a questo proposito, il successivo passo nel caso le elezioni del 2006 vengano vinte dalla GAD: il governo del Paese. Qui si apre un capitolo molto complicato: siamo consapevoli che ci troviamo, per forza di cose, davanti ad un bivio. O contribuire al risanamento morale, sociale e civile (nonché economico) del Paese, o il PRC si può autodestinare ad un ruolo di pura rappresentanza politica residuale. Se è infatti vero che non abbiamo, sia storicamente parlando che ideologicamente, una vocazione governista, è altrettanto vero che possiamo e dobbiamo incidere in modo tale nella realtà politica italiana da cambiare completamente rotta rispetto sia ai governi di centrosinistra del passato, sia all’attuale governo berlusconiano. La riproposizione di un accordo puramente tecnico con le altre forze dell’opposizione, al solo fine di battere Berlusconi e poi rapportarsi di volta in volta a seconda delle scelte intraprese, renderebbe il nostro ruolo a quello di un Partito stampella e sostengo a giudizio sospeso, incapace di modificare le scelte, capace solamente di determinare alcuni assetti parlamentari, ma privo di un reale collegamento con il Paese reale, con le istanze di bisogno della gente. Del resto, con la nostra presenza e partecipazione ad un futuro governo della GAD, dobbiamo essere consapevoli che giocheremmo un ruolo che sino ad oggi non abbiamo mai giocato. Per questo non si può dare per scontato nulla: neppure l’accordo di coalizione. Le modalità usate sino ad ora per dimostrare il cambiamento di Rifondazione Comunista nei confronti del centrosinistra sono state eccessivamente veloci e, per questo, incomprensibili a moltissimi compagni. Gli
accordismi dell’ultimo momento sono sempre molto pericolosi. Noi ci
siamo da sempre battuti per un rapporto di dialogo e convergenza prima
di tutto con le altre forze della sinistra di alternativa, sia essi
fossero presenti in Parlamento che no. Abbiamo da lungo tempo sostenuto
che una sinistra di alternativa forte può meglio rapportarsi con il
centro democratico e, da qui, formare una solida alleanza democratica
che consenta la vittoria elettorale, ma che prima di tutto consenta un
completo rinnovamento programmatico. Per questo pensiamo che non si
possa prescindere in alcun modo dalla formulazione di un programma
concreto, un programma di Rifondazione Comunista, che venga discusso da
tutto il Partito, soprattutto in occasione dell’assise congressuale, e
che venga portato poi, nella sua sintesi finale, al tavolo con le altre
soggettività politiche e sociali della sinistra italiana per poi
giungere al passaggio più elevato di costruzione del programma
complessivo della GAD. Unità della sinistra, autonomia dei comunisti In relazione al rapporto che il PRC può avere con le forze della sinistra di alternativa (Verdi, PdCI, Sinistra DS per il Socialismo, associazioni, ecc.), va osservato che la domanda sociale per una ritrovata unità della sinistra è forse il primo punto di un progetto politico nuovo. Da molte parti si avanzano ipotesi di nuove formazioni, nuove basi ideologiche e critiche rivisitazioni del passato a modello di sdoganamento da “ingombranti” problemi non solo di storicismo. E’ più volte stato proposto, in diverse occasioni e da diversi partiti politici, che il coordinamento delle forze di sinistra diviene oggi un passaggio obbligato per dare voce a tutti coloro che, da tempo, hanno avvertito la deriva di carattere liberale e centrista della maggioranza dei Democratici di Sinistra. L’esperienza di “Uniti nell’Ulivo”, quindi la proposizione in una unica lista di DS, SDI, Repubblicani Europei e La Margherita, non si è rivelata essere un tentativo di mantenimento dell’unità ulivista o, vieppiù, un semplice accordo elettorale. Il “listone” rappresenta la trasposizione elettorale di un più vasto accordo neocentristra, supportato da adeguate istanze di programma e di intenzioni politiche (a livello parlamentare, ma anche a livello di rapporti con la nuova borghesia italiana).
In ciò risiedono le battaglie contro le discriminazioni di ogni tipo: razziali, sessuali, di genere, culturali, religiose, ecc. Sempre in questa vasta area della sinistra di alternativa stanno il pacifismo antimperialista, la difesa dei modelli di politiche di società alternative e per nuove conversioni dell’economia di mercato in transizioni a più umane condizioni socialiste (Cuba, Venezuela, Brasile, ecc.) o, più semplicemente, antiliberiste (Chiapas, progetti partecipativi dal basso, ecc.). La
valorizzazione di tutte queste culture ha dei comuni denominatori: essi
sono e non possono non essere che il valore dell’uomo e della
collettività, come espressione generale dei bisogni singoli presi nelle
loro opportune differenziazioni. Al di là di una analisi accademica o
antropologica, ci interessa affermare come la stessa autonomia di noi
comunisti del PRC passi per la nostra partecipazione ad una esperienza
innovativa come la Sinistra di alternativa italiana: un necessario
passaggio verso una più concreta e sostanziale alleanza tra il centro
democratico e la sinistra. Capitale, lavoro, movimento operaio La centralità del conflitto tra capitale e lavoro, ancora una volta, assume in sé la caratteristica di rilievo per il nostro Partito. La teoria della scomparsa del lavoro salariato, e con esso della classe operaia, ha ormai decretato il suo fallimento nell’impossibilità di occultare le diverse e crude forme di retroconduzione delle situazioni lavorative su piani di sfruttamento che ormai non si conoscevano più, almeno nel nostro “civile” mondo occidentale, e più semplicemente in Italia. Se, alcuni anni fa, i governi dell’Ulivo hanno aperto il viatico ad una deregolamentazione statale sulla scuola, sul lavoro e sulle pensioni, è altrettanto vero che la completa distruzione del sistema pensionistico, quindi la messa in opera di una torsione iperliberista della controriforma Dini, avviene con l’attuale destra al potere. Così succede per il pacchetto Treu sull’escalation del precariato nel mondo del lavoro, con l’introduzione del lavoro in affitto, dei Co.Co.Co. e dei moderni contratti individuali dove il sistema della contrattazione nazionale viene abolito in nome delle “esigenze” imprenditoriali di vedere sempre più frazionato il movimento operaio e sempre meno risolutiva la funzione sindacale complessiva. Tuttavia, nonostante si sia cercato di indebolire l’edificio sindacale nella sua interezza e nella specificità in quei settori come la FIOM dove la fermezza operaia è stata più marcata e inconciliabile con le richieste padronali, il movimento ha saputo dare valore alle esperienze di lotta di Melfi, di Termini Imerese, di Mirafiori e di molti altri stabilimenti, nonché di ampie frange lavorative non propriamente operistiche nel senso più comune e classico del termine: si pensi alla situazione dell’Alitalia o a quella dei lavoratori degli indotti di molte altre catene produttive. La rinascita di un movimento operaio nuovo è, dunque, sicuramente il frutto di una esasperazione dei lavoratori verso l’aggressività liberista, ma è anche stata supportata da una grande ondata di protesta e di acquisizione delle istanze operaie da parte del movimento. Il nostro Partito in tutto questo ha svolto un ruolo determinato (si pensi anche alla importantissima lotta per la salvaguardia dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori) ma non sufficientemente adeguato a ritrovare quel filo conduttore dell’egemonia classista che dovrebbe essere propria di un Partito Comunista. Ancora una volta si è preferito inserire troppe volte e per troppo tempo l’istanza partitica nel movimento e non affiancarlo, facendo così da conduttore delle lotte ma non da soggetto catalizzante le rivendicazioni sociali dei lavoratori. Una critica propositiva, in merito, non può prescindere da ciò e per questo l’impegno di Rifondazione Comunista deve trovare spazio nel radicamento stesso del Partito nei luoghi di lavoro, in ogni luogo di produzione, anche intellettuale come le scuole dove si avverte spesso una recrudescenza di destra e un invito ad abbracciare il populismo tipico dei settori politici che si infiltrano nei “vuoti socio-politici” lasciati dalla sinistra ed occupati dal protestatario cartello delle destre fasciste cosiddette “sociali”. La ripresa del movimento operaio e del conflitto di classe si pone, altresì, in un vasto impianto strutturale economico su scala continentale e mondiale. Ne abbiamo già accennato parlando delle problematiche sull’Europa, sui valori costituzionali ad essa legati e sul ruolo che il moderno proletariato industriale e non, può attivare in seno ad un accrescersi delle dimensioni di accumulazione del capitale. Le differenze nazionali restano: il capitalismo italiano, ad esempio, trascina con sé ancora un retaggio prettamente familistico che tende ad esaurirsi in un differente aspetto finanziario e localistico. Ne è un esempio il Nord-Est così tanto declamato come ricchissima zona dell’Italia che, tuttavia, conserva problemi comunissimi a tante altre parti del Paese. E’
innegabile la dimensione ulteriore, quella del capitalismo
sopranazionale, che si mantiene essenzialmente su un piano speculativo,
di interscambio di capitali con altri poli capitalistici di diversi
continenti. La sinistra, il mondo del lavoro devono saper cogliere
questa sfida e, alle opportune battaglie sociali nazionali, unire
principi di lotta sempre più ampi, che uniscano le classi sociali deboli
di tutto il continente e che sviluppino la contraddizione irrisolvibile
del capitale con il lavoro sino a condurla all’estrema frizione con
quanto la circonda, con quanto la condiziona e può condizionarla. Il Partito Comunista
Di questo passato dei comunisti e del Comunismo si è detto che andava archiviato, che non poteva esservi più chi volesse dare o ridare vita ad un Partito Comunista basato sui valori e sulle analisi scientifiche del marxismo e del leninismo. La giusta critica e condanna dello stalinismo come mortificazione del Comunismo e di tutta la sua carica libertaria, non può divenire in estrema sintesi elemento probatorio di condanna per tutto il movimento comunista novecentesco: il così tanto celebrato “secolo breve” ha assistito a grandiose lotte di liberazione, magari dapprima sulle ali dello spirito nazionale e popolare e, in seguito, sull’onda dell’affermazione dei principi di eguaglianza sociale ed economica. L’esperienza dell’Ottobre sta lì a significare ancora oggi che non fu inutile quell’ “assalto al cielo” e che, anche nei periodi in cui la “spinta propulsiva della rivoluzione” sembrava essere esaurita, l’URSS rappresentò un determinante contrappeso all’imperialismo degli USA. Oggi questo contrappeso non esiste più e possiamo vedere come, a quella che veniva chiamata “guerra fredda”, si sia ben volentieri sostituita una guerra globale purtroppo “calda”, fatta del sangue di milioni di innocenti. Nell’elaborazione di un “nuovo comunismo”, e nel considerarci noi stessi i “nuovi comunisti”, trova ancora sede la disarticolazione scientifica fatta da Marx in merito al moderno modo produttivo capitalistico, così come non trova smentite l’analisi leninista dell’imperialismo come apice dell’espansione profittale capitalistica: sia essa ricerca del massimo della produttività e del massimo vantaggio da trarre da essa, sia essa semplice ricerca di egemonia politica nel mondo. Come possiamo vedere ad occhi nudi la guerra americana e inglese contro l’Iraq, ma anche contro la Serbia o l’Afghanistan ha avuto sia connotati economico-strutturali che politico-sovrastrutturali. Il neocolonialismo imperialista definisce così la spartizione delle aree di influenza del mondo e si appresta a fare i conti con i nuovi giganti del mercato mondiale: la Cina, il Giappone, l’India e l’Europa. Il Comunismo è ancora l’ultima speranza per tutti i popoli del mondo che si rifiutano di divenire schiavi di un’economia che vede poche persone e poche nazioni possedere l’80% e più delle ricchezze del pianeta e il solo 20% restante di questi beni prodotti andare all’ 80% del resto del mondo. C’è uno sviluppo ineguale da combattere e c’è una società diversa da quella capitalistica da creare. Il superamento del capitalismo non è sintetizzabile nella formula: “un altro mondo è possibile”. Possiamo e dobbiamo concorrere all’alterità da questo mondo capitalistico, ma non ci è concesso di lasciare il passo a qualsiasi altra prospettiva di sviluppo che veda ancora una volta l’economia protagonista indiscussa della vita degli uomini. Per questo siamo comunisti e per questo lavoriamo alla “rifondazione del Comunismo” anche in Italia. Savona, 9 novembre 2004
MARCO SFERINI - direzione provinciale Rifondazione Comunista Savona
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