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VI
CONGRESSO P.R.C.
L’illusione della “grande riforma" Ma, come dicevo, non basta certo accumulare obiezioni, dubbi e critiche. Devo dire che ascoltando la relazione del segretario ieri ho trovato davvero incomprensibile e non accettabile il quadro di riferimento che è stato proposto. Sento parole, riferimenti a un’Italia degli anni ’60, sento parlare di “Grande riforma”, di “borghesia produttiva”, e mi domando come si fa a tracciare un paragone di questo genere. Non sarò forse, per ragioni anagrafiche, il più titolato a parlarne, ma mi pare di poter dire che il centrosinistra degli anni ’60 non fu esattamente un momento di grande avanzata del movimento operaio nel nostro paese. Il partito socialistà vi entrò con una scissione, le speranze che poteva aver suscitato vennero rapidamente deluse e ci volle il riscatto operaio dell’Autunno caldo, del ’68-’69, per vedere veramente avanzare la condizione e le posizioni della classe lavoratrice nel nostro paese. Ma anche a prescindere da questo, come si fa a paragonare quell’Italia e quell’Europa, nel pieno del miracolo economico in cui l’economia cresceva ogni anno del sette, otto, persino dieci per cento, in cui esistevano quei margini per le politiche keynesiane, redistributive, come si fa a paragonare quel quadro con l’Italia e l’Europa di oggi, nel pieno di una stagnazione che in Italia è anche peggiore, oppressi da un debito pubblico che non permette alcuna seria politica redistributiva. A me pare che proprio da un punto di vista di analisi – perché oltre alla polemica ci deve interessare anche il ragionamento – che questo tipo di riferimento confermi quell’antica malattia che troppe volte ha fatto grandi danni nella sinistra, di voler scambiare i propri desideri con la realtà. Ma si dice: sarà l’Europa a darci la cornice di una tale politica di riforme. Ora domando: cosa ci insegna la storia recente dell’Europa fino alla recentissima visita del presidente americano a Bruxelles? A me pare confermare (posso sbagliarmi, ma vorrei allora che mi venisse spiegato) che questa Europa, l’Europa capitalista, compresa quell’Europa di centrosinistra di cui pochi giorni fa vagheggiava Fassino, in questi anni abbia oscillato tra due diverse forme di impotenza. Insomma, o unita, ma dietro gli Stati uniti (come nella vignetta che commentava la visita di Bush, che diceva: “Bush vuole un’Europa unita, che possa obbedire con una voce sola!”); oppure quando nel perseguire propri interessi tenta di assumere posizioni distinte dagli Usa, automaticamente divisa e dunque anche qui condannata ad una diversa forma di impotenza. Anche qui vedo scambiare i propri desideri con la realtà, piegare l’analisi oggettiva di quello che abbiamo davanti a una linea già decisa a priori. E quando accade questo, si può giungere ad affermazioni che io considero davvero impervie come quelle recenti secondo le quali vi sarebbe una differenza fra il primo e il secondo Bush. Se differenza c’è, questa è dovuta solo ed esclusivamente all’impantanamento che la potenza americana vive nella sua avventura militare in Iraq. Impantanati in una guerra che non possono vincere, neppure al prezzo di quei crimini orrendi che anche ieri il segretario ha ricordato nella sua relazione, l’assedio di Falluja, di Ramadi, e tanti altri di cui chissà quando verremo a sapere. Impantanati in un conflitto con una resistenza che ci si dice vede organizzati 200mila militanti nelle sue fila. Tutto semplice, allora, tutto facile? Basta “tifare”, la resistenza irachena come ho sentito dire un po’ rozzamente in qualche congresso? No, non è tutto semplice e facile, affatto. L’occupazione dell’Iraq e i nostri compiti
L’aggressione all’Iraq è stata il perno
della politica mondiale di Bush. Una guerra condotta non solo per
assicurarsi il dominio di certe risorse, non solo per occupare posizioni
strategiche, ma anche e forse soprattutto per riaffermare un dominio
mondiale. Per questo motivo gli Stati Uniti, quale che sia la loro
amministrazione, non possono trovare una facile via d’uscita da questo
intervento. L’Iraq non è la Somalia, dove intervennero qualche anno fa e
dalla quale se ne andarono sostanzialmente sconfitti ma senza che questo
avesse conseguenze particolari. Continueranno fino alle estreme e
peggiori conseguenze. Permettetemi allora di dire che invece di attaccare etichette e di disquisire se la resistenza abbia la “erre” maiuscola o minuscola, credo che dobbiamo preoccuparci del nostro progetto prima ancora di chiedere quale sia il loro, creando le condizioni per tendere la mano, fraternamente, a questo popolo che è stato per l’ennesima volta stuprato e massacrato dalla più forte potenza mondiale, anche attraverso la presenza di tanti lavoratori che da quesi paesi sono venuti in Europa e in Italia e che cercano (lo abbiamo visto nel movimento contro la guerra e anche in tante lotte che si conducono nel nostro paese), quasi spasmodicamente, un legame e un’interlocuzione con il movimento operaio nel nostro paese.
Grandi processi, dunque, come quello
latinoamericano, come quello indiano, di cui non ho tempo di parlare,
processi che in America latina per la prima volta pongono nuovamente
all’ordine del giorno, in Argentina, in Bolivia, in Venezuela, in Perù,
il problema della rivoluzione, sì!, e della presa del potere dopo venti
o trent’anni di dittature o di pseudo democrazie dollarizzate a
sovranità strettamente limitata. Avvenimenti che plasmano la coscienza
delle nuove generazioni, che fanno sì che per la prima volta dopo tanti
anni, anche nel nostro paese esista una disponibilità di migliaia,
decine, centinaia di migliaia di persone, giovani e non solo, a mettere
al centro della propria vita non solo la lotta individuale per
un’esistenza più o meno misera, ma la lotta collettiva per cambiare il
mondo. È solo lì compagni il futuro di Rifondazione comunista, non è nei
sessanta o centomila voti in più che possiamo prendere da un’elezione
all’altra. La forza della classe operaia
Non ci sono state però solo le lotte
oceaniche, le gigantesche manifestazioni. Ci sono stati anche quei punti
di rottura di cui tanto abbiamo parlato: Melfi, Scanzano Ionico, Acerra.
E voglio dire una parola su uno di questi (forse qualche compagno me
l’ha già sentito raccontare in qualche dibattito). Mi riferisco a quanto
accadde poco più di un anno fa, quando ci fu la lotta straordinaria
degli autoferrotranvieri; quegli scioperi cosiddetti selvaggi in cui
finalmente, dopo tanti anni amari questi lavoratori alzavano la testa
sfidando minacce, intimidazioni, ordinanze prefettizie, leggi
antisciopero e sfidando anche quell’isolamento in cui erano stati
lasciati da chi li avrebbe dovuti guidare.
Certo, non basta evocare lotte e scioperi;
dobbiamo discutere anche di strategia, di qual’è la nostra strada. Ieri
il segretario ci ha proposto una sorta di metafora parlando del timone
dell’alleanza, dicendo che c’è una lotta nell’Unione, o come si chiamerà,
per decidere se il timone debba essere in mano a riformisti o a noi. Se
vogliamo restare in questa metafora navale, dico che a me questa
alleanza sembra veramente una di quelle navi di una volta, dove c’è un
capitano, un timoniere, degli ufficiali che stabiliscono la rotta, e una
massa di rematori che siamo noi ma che è anche l’insieme del cosiddetto
popolo della sinistra che fornisce la forza motrice ma non ha alcuna
voce in capitolo. Direi allora che più che discutere chi prende il
timone, il nostro compito è lavorare perché questa massa si rivolti,
butti a mare il capitano, gli ufficiali e guidi la nave verso le sponde
della libertà, compagni! E non semplicemente affiancare il timoniere
lasciando immutata la rotta della nave, gli scopi del viaggio e
soprattutto la triste sorte dell’equipaggio. Fuor di metafora credo che
dobbiamo riprendere, insistere su un lavoro sistematico che metta al
centro della nostra proposta politica l’emancipazione della sinistra di
questo paese da quel legame micidiale che per oltre dieci anni l’ha
incatenata a politiche centriste, a politiche borghesi, a politiche che
hanno mortificato sistematicamente ogni richiesta di reale cambiamento e
noi sappiamo, perché ce lo dice la Puglia ma ce lo ha detto anche il
referendum sull’articolo 18, ce lo dicono persino i recenti risultati
elettorali, che esiste questa richiesta, che quando c’è la possibilità
di esprimersi in libertà, questo popolo di sinistra, la nostra gente e
quella che ci è vicina chiede una diversa piattaforma e un diverso
orientamento. Ma questa richiesta viene sistematicamente smentita dal
meccanismo di questa alleanza. Mi è d’obbligo ringraziare i compagni e le compagne che ci hanno voluto sostenere con il voto, ma anche i tanti che pur non volendo darci quel sostegno hanno dimostrato la loro volontà di inteloquire, di dibattere e io credo di riconoscere la dignità politica delle cose che abbiamo detto, e ci hanno detto “avremo ancora tante cose da dirci” nei prossimi anni, di fronte agli avvenimenti che si prospettano. Io spero che sia questo spirito a prevalere nel partito, nella discussione di questo congresso, nelle decisioni che prenderemo per definire le regole della nostra vita democratica e del nostro dibattito interno nei prossimi mesi ed anni. Vi ringrazio.
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