I COMUNISTI NON SI ADEGUANO
A PRODI. L’OPPOSIZIONE COMUNISTA E DI CLASSE E’ IRRINUNCIABILE
Il VI Congresso del nostro
partito è ormai alle porte. Non sarà un Congresso ordinario. La svolta
impressa dalla maggioranza dirigente del Prc in direzione di una
prospettiva di governo con l’Ulivo mette di fatto in discussione la
stessa ragione sociale del nostro partito, l’esistenza di un’opposizione
di classe e comunista in Italia. "Primarie", "vincolo di maggioranza",
"coalizione democratica" sono oggi le nuove tappe di questa direzione di
marcia.
Noi pensiamo che questa deriva vada fermata, prima che sia troppo tardi.
Non è sufficiente "criticarla" alla stregua di un semplice "errore". Né
sono credibili atteggiamenti tartufeschi che da un lato salutano
positivamente la svolta e dall’altro chiedono un confronto negoziale più
stringente, ipotizzando un sostegno esterno al governo Prodi (come nel
'96-'98). No. Non è più tempo di tatticismi, manovre, diplomatismi. E’
tempo di chiarezza e di un’assunzione di responsabilità.
L’ingresso del Prc in un futuro governo Prodi o nella sua maggioranza
significherebbe di fatto il passaggio di campo del nostro partito dalla
parte della borghesia italiana. Per di più sotto la guida della
principale autorità politica e istituzionale dell’Europa di Maastricht.
Non contano "intenzioni" e "illusioni", conta la realtà obiettiva delle
cose: l’ingresso in un governo d’alternanza e di concertazione sposato
da Montezemolo e dai banchieri si porrebbe in contraddizione frontale
con i movimenti di lotta di questi anni e le loro ragioni. Non si può
stare, allo stesso tempo, dalla parte degli operai di Melfi e in un
governo benedetto dalla Fiat. Questo è il nodo del VI Congresso.
Un anno e mezzo fa, all’inizio
della "svolta", avevamo richiesto con forza un Congresso straordinario
del Prc che desse per tempo la parola e il diritto di decidere la strada
a tutti i compagni del partito. Questa richiesta democratica elementare
è stata respinta da tutte le altre componenti del Prc. E’ stata una
grave responsabilità, che ha consentito alla Segreteria nazionale di
perseguire indisturbata la nuova rotta, mettendo il partito davanti al
fatto compiuto.
Ma ora tutti i compagni e le compagne del partito -al di là di ogni
vecchia divisione di mozione- hanno la possibilità, se lo vogliono, di
porre un argine a questa deriva, di affermare il carattere
irrinunciabile dell’opposizione comunista, di promuovere e sostenere una
proposta alternativa: la proposta di un polo autonomo di classe e
anticapitalistico.
Una proposta che certo rivendica la cacciata di Berlusconi, ma dal
versante dei lavoratori e non dei padroni.
Proprio per questo tale proposta si rivolge non solo ai comunisti ma
all’insieme del movimento operaio, dei movimenti di lotta, ed in
particolare a quella giovane generazione che si è affacciata nelle
mobilitazioni di questi anni: una generazione che non deve essere
piegata, come trent’anni fa, a un compromesso storico con i suoi
avversari, magari nel nome di "un nuovo mondo possibile".
LE CLASSI DOMINANTI CAMBIANO CAVALLO
La crisi strutturale del
berlusconismo spinge le classi dominanti a cambiare cavallo. Non è
un'ipotesi del futuro, ma un processo che si dispiega nel presente.
Passa per la riconquista della Confindustria da parte della grande
impresa "ulivista".
Passa per la ricomposizione di un asse tra grande industria e banche.
Passa attraverso la vasta ricollocazione di tanti potentati locali che
fiutano e alimentano il vento nuovo.
La bandiera di raggruppamento di questi poteri ha un nome preciso: il
ritorno alla concertazione. Che è il metodo con cui le classi dominanti
puntano a coinvolgere le rappresentanze delle classi dominate
nell’attuazione del proprio programma. Un programma che non è affatto
sospinto "a sinistra" dalla cosiddetta crisi del liberismo -come pure si
è detto- ma al contrario è e resta un programma antioperaio e
antipopolare, tanto più sullo sfondo della perdurante crisi
capitalistica internazionale ed europea.
Il metodo della concertazione mira a garantire le migliori condizioni
della sua realizzazione proprio rimuovendo l’opposizione politica e
sociale. E’ la linea che la borghesia italiana ha sperimentato con
successo nella legislatura precedente, colpendo come non mai conquiste e
diritti dei lavoratori ("pacchetto Treu", controriforma Dini sulle
pensioni, record delle privatizzazioni, campi di detenzione per gli
immigrati, guerre all’uranio impoverito nei Balcani,
professionalizzazione dell’esercito…). E’ la linea su cui oggi il grande
padronato reinveste per uscire a proprio vantaggio dalla crisi del
berlusconismo.
IL CENTRO DELL’ULIVO COL
SOSTEGNO DI CONFINDUSTRIA NEL NOME DELLA CONCERTAZIONE
Il centro liberale dell’Ulivo è
il principale punto di riferimento politico di questo progetto. La
costruzione di un soggetto unitario dei "liberali", sostenuto da
Margherita, maggioranza Ds e Sdi ha un preciso significato di classe.
Mira a ricomporre una rappresentanza politica centrale della borghesia
italiana: una rappresentanza di cui la borghesia è orfana dopo il crollo
della Dc e che Forza Italia, per i suoi caratteri aziendalisti, non è
stata in grado di costruire.
Non a caso la nomenclatura delle grandi famiglie industriali e delle
grandi banche rientra oggi quasi totalmente nell’orbita di riferimento
del centro ulivista (da Montezemolo a Tronchetti Provera, da Banca
Intesa a Unicredito, dalla Banca San Paolo a Monte dei Paschi…). Il
programma del centro è il coerente riflesso della sua natura di classe.
Il programma di Bersani, Treu, Letta .come ha testualmente dichiarato
Montezemolo- è "intercambiabile col programma di Confindustria". Ne
sposa sino in fondo sia la domanda di classe (liberalizzazioni,
flessibilità, rigore, europeismo) sia la scelta strategica concertativa
(tentativo di ricoinvolgimento della Cgil), sia la logica bipartisan
dell’alternanza. Quando Rutelli dichiara che un futuro governo
dell’Ulivo non cancellerà le controriforme del Polo in fatto di legge
30, di pensioni e di scuola, non fa una "provocazione". Rivela
semplicemente la verità del programma ulivista: continuare la gestione
delle politiche dominanti con metodi diversi. Del resto il governo
Berlusconi ha forse cancellato il "pacchetto Treu", o la controriforma
Dini, o i centri di detenzione per gli immigrati, varati dai precedenti
governi di centrosinistra? Ha semmai aggravato quelle scelte, in
continuità col loro marchio di classe. E’ la legge dell’alternanza
bipolare che l’Ulivo per primo ha voluto e imposto nel precedente
decennio. La figura di Romano Prodi è l’emblema del progetto del centro.
Da sempre grande amico della Fiat, fiduciario della finanza cattolica,
interlocutore quotidiano della Bce e dei banchieri europei, Prodi
possiede tutte le qualità che il grande capitale gli richiede. Romano
Prodi è già, in sé, il programma dell’Ulivo.
PRODI, PUTELLI, D’ALEMA
CHIEDONO LA SUBORDINAZIONE DEL PRC (IN CAMBIO DI MINISTRI)
Questo progetto di alternanza
richiede tuttavia una condizione decisiva: la subordinazione della
sinistra italiana. Solo questa disponibilità può offrire al nuovo
governo dell’Ulivo una speranza credibile di pace sociale. E solo questa
prospettiva, a sua volta, può rafforzare la credibilità dell’Ulivo
presso i circoli degli industriali e dei banchieri. Per questo il centro
liberale chiede pubblicamente un accordo vincolante sia alla sinistra
sociale, sia alla sinistra politica. Sul versante sociale, il centro
dell’Ulivo lavora alla ricomposizione della frattura tra Cgil e
Confindustria. L’esperienza di Berlusconi col tentativo di isolamento
della Cgil si è rivelata un fallimento per il padronato. Non solo non ha
ammortizzato le lotte ma ha contribuito ad alimentarle. Se Montezemolo
punta sull’Ulivo è perché sa che solo un governo di centrosinistra può
offrire alla Cgil lo spazio di ritorno della concertazione. E solo un
ritorno della Cgil alla concertazione può favorire un recupero di
controllo burocratico dei conflitti. Sul versante politico l’operazione
ulivista è ancora più chiara.
Il centro dell’Ulivo non chiede alla sinistra italiana (sinistra Ds,
Pdci, Prc, Verdi…) un accordo elettorale per battere Berlusconi, chiede
un accordo politico, programmatico, di governo, che vincoli tutta la
sinistra a un patto di legislatura. La ragione è semplice: solo un
coinvolgimento di governo di tutta la sinistra, può
corresponsabilizzarla per cinque anni ai programmi liberali del centro
ulivista. Solo questo pieno coinvolgimento di governo può favorire lo
stesso recupero di una concertazione con la Cgil e una non-belligeranza
dei movimenti. E viceversa: la permanenza di un’ opposizione a sinistra
ostacolerebbe la pacificazione sociale, farebbe da sponda ad antagonismi
e conflitti, terrebbe aperto il varco di una loro radicalizzazione.
Qui sta l’offerta di ministri al nostro partito. Dentro una logica
razionalizzata da Massimo D’Alema: da un lato un centro liberale che
guida il governo, in rappresentanza dei poteri forti e dall’altro un Prc
cui si assegna il ruolo di rappresentanza subalterna delle istanze
sociali e "di pace" in funzione del controllo dei movimenti.
E’ la riedizione aggiornata della classica divisione dei ruoli tra
liberalismo e socialdemocrazia che ha attraversato tante esperienze del
‘900. Si può non vederlo?
L’ESPERIENZA SMENTISCE LA
SVOLTA DI BERTINOTTI (E TUTTI I SUOI ARGOMENTI)
L’accettazione dell’offerta
ministeriale avanzata dall’Ulivo non solo è priva di qualsiasi base di
classe, ma ha visto crollare tutti gli argomenti avanzati a suo
sostegno. Si era detto che la nuova stagione dei movimenti poteva
contaminare il programma dell’Ulivo spostando a sinistra il suo
baricentro. E’ accaduto il contrario. Dopo la più grande stagione dei
movimenti degli ultimi trent'anni (2001-2004) le posizioni del centro
dell’Ulivo di Prodi, Rutelli, D’Alema sono di fatto opposte a tutte le
ragioni dei movimenti. Ed anzi tutta l’operazione di alternanza è
costruita esattamente per rimuovere i movimenti. Si era detto che un
confronto programmatico con l’Ulivo, aperto ai movimenti, poteva
metterne in discussione l’impianto generale. Ma il confronto con l’Ulivo
è un fatto pubblico che dura da anni e che ha investito ogni passaggio
della lotta di classe (dalle politiche sociali, alle guerre…). Eppure
non ha registrato alcuna convergenza di fondo. Continuare a riproporlo
significa rimuoverne l’esito.
Si è detto che è possibile
spostare il programma dell’Ulivo grazie all’invenzione delle "primarie
programmatiche". Ma le "convention" americane non hanno nulla a che
vedere con la democrazia dei lavoratori. Nel concreto le "primarie" si
ridurrebbero ad assemblee di stati maggiori dell’Ulivo con una quota
minoritaria e prestabilita di rappresentanza della sinistra. La loro
unica funzione sarebbe quella di legittimare il programma liberale di
Prodi (e l’ingresso del Prc nella "gabbia" dell’Ulivo). E inoltre: le
vere "primarie" non vi sono forse state quando la maggioranza del popolo
della sinistra ha votato per l’estensione dell’articolo 18 o si è
mobilitato per il ritiro incondizionato delle truppe dall’Irak? Eppure
proprio su questi terreni il centro dell’Ulivo è e resta dall’altra
parte della barricata. La verità è sotto gli occhi di tutti e non può
essere negata. I fatti non solo misurano la distanza incolmabile tra le
rivendicazioni dei movimenti e gli orientamenti del centro ulivista. Ma
ci dicono che quella distanza è dovuta alla rappresentanza politica
obiettiva di ragioni di classe contrapposte. Aggirare questa verità,
magari con la richiesta di una maggiore pressione negoziale (come fa il
gruppo dirigente dell’Ernesto), significa solo negare l’evidenza e
sfuggire alle conclusioni che questa impone. Non può esistere alcun
programma comune di governo tra lavoratori e padroni, tra gli operai di
Melfi e Luca di Montezemolo, tra i giovani noglobal e i banchieri di
Maastricht, tra i pacifisti conseguenti e i sostenitori dell’Europa in
armi, tra i difensori dei popoli oppressi e i sostenitori delle guerre
umanitarie e della ipocrisia dell’Onu.
L’ALTERNANZA PRODI E’ CONTRO
I MOVIMENTI, SU SCALA NAZIONALE E INTERNAZIONALE
La prospettiva di governo con
Ulivo non è solo un’alternativa mancata (come afferma Erre). E’
l’integrazione nel disegno che qui e ora il grande capitale persegue
contro i lavoratori e i movimenti. Già l’esperienza del '96-'98 è stata
sotto questo profilo esemplare. Dopo le grandi mobilitazioni contro il
primo governo Berlusconi nel '94, la maggioranza dirigente del nostro
partito entrò nel '96 nella maggioranza del governo Prodi -così disse-
"in funzione dello sviluppo dei movimenti". Invece per due anni e mezzo
i movimenti registrarono una caduta verticale. E il Prc votò le peggiori
controriforme del capitale contro i lavoratori.
Così oggi, dopo tre anni di movimenti si dichiara che il nostro ingresso
in un secondo governo Prodi è "in funzione dei movimenti stessi". Ma il
ruolo che oggi la prospettiva Prodi incarna è, come allora, esattamente
opposto: quello di ammortizzatore delle lotte in funzione della pace
sociale. L’obiezione secondo cui i movimenti hanno oggi una portata più
ampia, rovescia esattamente i termini del problema: proprio perché oggi
si affaccia una giovane generazione in lotta, il coinvolgimento del Prc
in un governo di concertazione avrebbe una valenza ancor più grave di
sei anni fa.
Del resto tutte le esperienze internazionali di governo con la borghesia
liberale si dimostrano avversarie dei movimenti. Il governo Jospin,
figlio della rivolta di massa contro Juppé, ha realizzato il record
delle privatizzazioni in Francia e ha partecipato in prima fila ai
bombardamenti sui Balcani. Il governo Lula beneficiario del malumore
popolare verso Cardoso, governa da un anno e mezzo contro le ragioni
della sua base di massa e in ossequio alle direttive del Fmi abbatte
salari e pensioni, nega la terra ai contadini, privatizza i servizi
sociali. L’appena costituito governo indiano, certo sostenuto da una
parte rilevante della leadership noglobal, ha varato nella sua prima
finanziaria l’aumento del 17% delle spese militari. Chi può seriamente
pensare che un governo Prodi possa produrre politiche diverse? La
valenza internazionale di una nostra scelta governista sarebbe enorme.
Tutti sappiamo che un secondo governo Prodi opererebbe a difesa della
nuova costituzione europea e della costruzione imperialistica
dell’Europa. Preserverebbe la presenza delle truppe italiane nei Balcani,
in Afghanistan, in Irak. Lavorerebbe ad assicurare alle grandi imprese
italiane una penetrazione a basso costo nei mercati coloniali dell’Est
europeo, del Medio Oriente, dell’America Latina. Si impegnerebbe nella
"difesa attiva" delle frontiere dalla cosiddetta "invasione
immigratoria". Lavorerebbe al recupero di un’intesa internazionale con
l’imperialismo Usa. Nulla di nuovo: sono le posizioni che Prodi ha
sostenuto in questi anni ai vertici della Commissione Europea.
Su ogni versante quel governo sarebbe dunque contrapposto non solo ai
lavoratori italiani ma ai movimenti di liberazione, ai popoli oppressi e
alle rivendicazioni più avanzate del movimento europeo e internazionale
alter-global.
LE CONSEGUENZE DELLA SVOLTA
NELLA POLITICA DEL PARTITO
Il solo perseguimento di questa
prospettiva innaturale produce già oggi ricadute profonde sulla nostra
politica di massa. E’ innanzitutto sempre più evidente un sostanziale
appiattimento politico su Epifani da parte della segreteria nazionale
del partito in tutte le sue componenti. Un silenzio tanto più
preoccupante di fronte alle aperture della burocrazia Cgil alla
Confindustria di Montezemolo. Non è un caso: non si può lottare
contro la prospettiva di recupero della concertazione su cui Epifani si
muove se la nostra prospettiva è un governo di concertazione politica
con l’Ulivo, che avrebbe nella Fiom e nella sinistra sindacale la sua
prima vittima. Così nel movimento antiglobalizzazione e contro la
guerra.
La teorizzazione della spirale guerra-terrorismo come paradigma dei mali
del mondo ha accompagnato il rifiuto del sostegno incondizionato al
diritto di resistenza del popolo irakeno contro l’occupazione coloniale
dell’Irak. Ciò che non significa sostenere le tendenze panislamiste. La
stessa richiesta di ritiro delle truppe dall’Irak non è oggetto di
alcuna reale campagna di massa. E la richiesta di ritiro delle truppe
italiane dai Balcani e dall’Afghanistan è stata di fatto silenziosamente
abrogata. Non è un caso: se la prospettiva è l’accordo di governo con
l’Ulivo occorre rispettare le compatibilità della politica estera
italiana. Infine si estende massicciamente l’ingresso del Prc nelle
amministrazioni locali dell’Ulivo.
Non è affatto la misura di una maggiore "incidenza" del Prc come si dice
nella propaganda interna. E’ invece la misura della maggiore
subordinazione del Prc all’Ulivo e alle sue politiche. Le esperienze
pilota degli Illy, dei Soru, dei Divella che vedono il nostro partito
sostenere giunte capitalistiche tutt’altro che "illuminate" danno il
segno della vera linea di tendenza.
Non è un caso: se si persegue la prospettiva di ingresso nel governo
Prodi, l’allargamento delle coalizioni locali è del tutto logica e
naturale.
SINISTRA EUROPEA, NON
VIOLENZA, E SVOLTA GOVERNISTA
Lo stesso profilo culturale del
nostro partito e la sua iniziativa internazionale sono stati investiti
dalla svolta di governo. La promozione e costituzione del "nuovo partito
della sinistra europea" è, al riguardo, emblematico.
Non si tratta - come affermano le componenti "critiche" della
maggioranza (Ernesto ed Erre) - di un’iniziativa "sbagliata" perché
discriminatoria verso "partiti comunisti" di estrazione staliniana o
verso formazioni di richiamo "trotskista". Si tratta della promozione di
un soggetto politico europeo dichiaratamente "non comunista" e del tutto
vocato a prospettive di governo d’alternanza con forze di
socialdemocrazia liberale (come in Francia, Germania, Spagna) o di
centro liberale (come in Italia). E’ naturale che proprio la segreteria
nazionale del Prc sia stata la forza promotrice di questo soggetto
europeo: il Prc italiano è infatti, in Europa, il laboratorio più
avanzato di costruzione di un governo con la propria borghesia liberale.
Allearsi con forze omologhe nella Ue significa consolidare il nuovo
corso in Italia. Consolidare il nuovo corso in Italia significa
sospingere esperienze analoghe in Europa. Anche la svolta identitaria
della "non violenza" è inseparabile dalla svolta politica del partito.
Non si tratta semplicemente -come altri vorrebbero- di una rottura
culturale e ideologica con la lettura marxista della storia, con la
tradizione delle lotte dei popoli oppressi. Né solo dell’assurda
equiparazione di leninismo e stalinismo assimilati al comune codice
culturale della violenza, al di là della loro contrapposizione
materiale, politica e sociale, nella storia reale. Tutto questo è vero,
naturalmente, ed anzi segna ancor più esplicitamente che in passato la
rimozione radicale di una vera rifondazione comunista.
Ma la coincidenza tra questa più esplicita rottura col comunismo e la
svolta politica del partito è tutt’altro che casuale. La nuova veste
identitaria della non violenza serve a stemperare il comunismo come
alternativa di sistema per ridurlo ad un orizzonte di nobili valori
etici. Che, per definizione, può poi combinarsi nel mondo terreno con le
più diverse politiche e collocazioni: anche quella dell’ingresso nel
governo Prodi, difensore delle spese militari, dell’esercito europeo,
delle occupazioni coloniali, quindi… dell’ordinaria violenza borghese.
LA BORGHESIA PLAUDE ALLA
"SVOLTA DI BERTINOTTI", MENTRE CRESCE IL DISAGIO NEI MOVIMENTI
Peraltro il miglior metro di
misura della svolta della segreteria nazionale è data dal commentario di
classe di cui è oggetto. Mai come oggi la grande stampa borghese è
prodiga di riconoscimenti a Bertinotti e alla "svolta", letta come la
"Bad Godesberg" del Prc. Così tutto il centro dell’Ulivo, da Massimo D’Alema
a Ugo Intini loda la "maturazione di governo" di Bertinotti e il suo
ritrovato senso di responsabilità. Di più: Romano Prodi incoraggia il
tentativo del Prc di egemonizzare la sinistra dell’Ulivo al fine di
poter individuare nell’asse Prodi-Bertinotti il punto d’equilibrio del
futuro governo. In particolare la disponibilità di Bertinotti ad
accettare non solo la leadership di Prodi, ma il principio di
maggioranza della coalizione è stato salutato per quello che è:
l’accettazione della guida liberale del governo in cambio del proprio
riconoscimento come guida della sinistra.
Viceversa cresce nell’avanguardia dei movimenti di questi anni, ostilità
o diffidenza verso la svolta del partito. Nell’ambito sindacale, un
settore di sinistra esprime in forme diverse un significativo disagio.
Nel movimento contro la guerra la disponibilità di Bertinotti ad
accettare la clausola Onu sulle iniziative militari ha suscitato vasto
sconcerto. Nel movimento di solidarietà con la Palestina si sono
prodotte contraddizioni crescenti con l’orientamento del partito. Nel
movimento noglobal è precipitata infine la rottura tra il gruppo
dirigente del Prc e il settore dei disobbedienti: prima acriticamente
vezzeggiato, poi di fatto scaricato nel nome di un’immagine più
presentabile, meno antagonistica, più compatibile col nuovo profilo di
partito di governo (caso d’Erme).
Nel partito infine, come tutti possono constatare la svolta di governo,
assieme ai suoi risvolti politici e culturali, ha prodotto un
disorientamento profondo, ha rafforzato il ripiegamento passivo di
settori militanti, ha moltiplicato i rischi di disimpegno. Se il solo
perseguimento di una prospettiva di governo ha prodotto questi effetti,
la realizzazione di quella prospettiva comporterebbe la loro
precipitazione devastante.
REAGIRE SI PUO’ E SI DEVE,
AL DI LA’ DI VECCHIE DIVISIONI: TRE ASSI DI PROPOSTA ALTERNATIVA
Reagire si può e si deve.
L’imminenza del Congresso carica oggi ogni compagno e compagna del
partito di una grande responsabilità, ben al di là delle vecchie
divisioni congressuali. In gioco non c’è questa o quell’altra
percentuale congressuale di mozione. In gioco c’è l’esistenza stessa del
nostro partito come partito di classe. E’ indispensabile in primo luogo
un bilancio elementare dell’ultimo congresso che faccia tesoro
dell’esperienza. Glorificare tutt’oggi il V Congresso come "svolta
radicale a sinistra" e poi lamentare la successiva svolta a destra (come
fa Erre) è una contraddizione senza senso. E’ vero invece che la
rappresentazione pubblica del V Congresso come svolta a sinistra, e la
sua sincera interpretazione di sinistra da parte di una reale
maggioranza del partito, è alla base dell’attuale contraccolpo interno
della "svolta".
Per questo già nel marzo del 2003, dopo il varo delle commissioni
programmatiche con Treu e Mastella, chiedemmo, con un largo appello, la
convocazione del congresso straordinario del Prc; un congresso che
potesse dare per tempo a tutti i compagni un potere decisionale sulla
rotta da intraprendere. Migliaia di compagni e compagne, al di là di
ogni vecchio steccato congressuale, hanno sottoscritto questa petizione.
Se essa fosse stata sostenuta da tutte le componenti "critiche" del Prc
in nome di un elementare principio di democrazia sarebbe stato possibile
ottenere il congresso già un anno fa. Così non è stato. E il gruppo
dirigente ha potuto così portare avanti il percorso della svolta al
riparo da ogni verifica democratica. Disponendo anzi a lungo del
sostegno unitario della vecchia maggioranza dirigente (o di qualche
benevola astensione) e con l’opposizione della sola vecchia minoranza.
Anche a partire da questo bilancio, alla vigilia del VI Congresso,
riteniamo essenziale che il vasto sentimento comune del partito contro
la svolta intrapresa, possa tradursi in una proposta congressuale chiara
e inequivoca. Capace di raccogliere dal basso la domanda interna di
unità contro la svolta ma al tempo stesso di evitare ricorrenti
ambiguità, oscillazioni, pendolarismi.
In questo senso avanziamo all’attenzione di tutti i compagni del nostro
partito tre proposte di linea di valore strategico e tra loro
intrecciate come base di un comune testo congressuale alternativo.
PER LA ROTTURA DEL PRC CON
PRODI. PER UN POLO AUTONOMO DI CLASSE
1) La rottura immediata del Prc
con la prospettiva di ingresso in un secondo governo Prodi, combinata
con la proposta più generale di un polo autonomo anticapitalistico e di
classe. L’immediata rottura del Prc col centro liberale dell’Ulivo è
imposta dall’evidenza dei fatti. Ma tale rottura non ha affatto il senso
di un ripiegamento settario. Al contrario deve star dentro una proposta
più generale di autonomia del movimento operaio e di tutti i movimenti
di lotta dalla borghesia italiana. La proposta di un polo autonomo di
classe e anticapitalistico è rivolta dunque a tutte le forze
protagoniste di tre anni di mobilitazioni contro Berlusconi, a partire
dai lavoratori e dai giovani; a tutte le loro organizzazioni e
rappresentanze di massa (Cgil, sindacalismo di classe, rappresentanze
del movimento alterglobalizzazione, organizzazioni del movimento contro
la guerra); a tutte le forze e tendenze politiche che sono state in
questi anni dalla parte dei movimenti contro Berlusconi e che hanno
sostenuto il referendum del Prc sull’articolo 18 (Sinistra Ds, Pdci
Verdi). Il Prc deve sfidare l’insieme di questa sinistra sociale e
politica a rompere con il centro e a unire nell’azione le proprie forze
per candidarsi a dirigere la lotta contro Berlusconi e preparare
un’alternativa vera.
La rottura col centro è una necessità di tutti i movimenti. Non solo per
sottrarsi all’alternanza liberale ma per la stessa esigenza di una
mobilitazione vera contro Berlusconi.
In questi anni la subordinazione della sinistra a una prospettiva di
accordo col centro, ha rappresentato una palla di piombo al piede della
mobilitazione contro il governo. La gestione centellinata di scioperi
simbolici; il rifiuto di una piattaforma unificante di mobilitazione non
hanno rappresentato semplicemente errori sindacali: hanno rappresentato
la volontà politica di subordinare l’azione del movimento operaio
all’egemonia liberale dell’alternanza. Il risultato è stato disastroso.
Berlusconi non solo rimane al suo posto, ma forte dell’assenza di
un’opposizione radicale, rilancia la propria offensiva antipopolare.
Così non può continuare. Solo una rottura col centro dell’Ulivo può
liberare sino in fondo il potenziale di lotta che si manifesta nel
paese. Le lotte a oltranza e vincenti a Scanzano in Fincantieri e
soprattutto a Melfi hanno dimostrato non solo l’inconsistenza delle
obiezioni (nello stesso Prc) alle forme di lotta radicali ma la
possibilità e l’attualità di una prospettiva di unificazione di quelle
lotte in un vero sciopero generale prolungato attorno a una comune
piattaforma di lotta che punti apertamente alla caduta del governo. Una
caduta di Berlusconi sull’onda di una radicale lotta di massa segnerebbe
l’intera situazione sociale e politica, muterebbe i rapporti di forza
tra le classi, costruirebbe condizioni più avanzate nella lotta per
un’alternativa vera. Per questo il centro dell’Ulivo guarda con terrore
alla sola idea di una spallata di massa a Berlusconi. Per questo una
sinistra sociale e politica italiana che voglia assumersi le proprie
responsabilità può e deve candidarsi a direzione di una mobilitazione
radicale contro il governo.
PER UN’ALTERNATIVA DI
SOCIETA’ E DI POTERE. L’ALTERNATIVA E’ ANTICAPITALISTICA O NON E’
2) La seconda proposta di linea
riguarda il contenuto dell’alternativa a Berlusconi come alternativa di
classe e anticapitalistica. Sul termine alternativa regna a sinistra la
confusione più totale dentro uno slittamento semantico cui il gruppo
dirigente del PRC ha largamente contribuito. Quello per cui il
liberalismo di Prodi e D’Alema è diventato "riformismo". E il riformismo
(illusorio) è diventato "l’alternativa radicale".
E’ bene restituire le parole alle cose.
Non c’è alternativa possibile a braccetto delle classi dirigenti e delle
loro rappresentanze politiche. L’alternativa è tale solo in rottura con
la borghesia italiana, i suoi interessi, i suoi partiti. E’ tale se è,
per l’appunto, alternativa alle classi dirigenti. E questo tanto più
entro la crisi capitalistica internazionale ed italiana che mina le basi
materiali di ogni "compromesso riformatore e antiliberista".
Innanzitutto un programma di alternativa vera è chiamato a cancellare
l’intera stagione di controriforme che le classi dominanti hanno imposto
all’Italia negli ultimi quindici anni.
La cancellazione della controriforma pensionistica di Berlusconi è
doverosa: ma va combinata con la cancellazione della riforma Dini voluta
dall’Ulivo che ha abbattuto le pensioni future dei giovani per fare
largo al capitale finanziario.
La cancellazione della legge 30 è una necessità inderogabile: ma va
congiunta all’abolizione del pacchetto Treu, imposto dal governo Prodi
(col voto del Prc), che ha introdotto la piaga dilagante del lavoro
interinale.
La cancellazione della "Bossi-Fini" è drammaticamente urgente: ma non
può risparmiare i campi di detenzione (Cpt) imposti da Prodi agli
immigrati (col voto favorevole del Prc) e tutte le loro brutture
inumane. E lo stesso vale per la scuola, per l’università, per ogni
campo di vita sociale. Un’alternativa che risparmiasse le controriforme
dell’Ulivo sarebbe una contraddizione in termini: sarebbe nei fatti
un’alternanza liberale.
In secondo luogo una vera alternativa non potrebbe essere meno radicale
verso la borghesia di quanto la borghesia italiana lo sia stata contro i
lavoratori.
La borghesia italiana ha operato in vent’anni una radicale
redistribuzione della ricchezza verso l’alto, da un lato comprimendo
salari e spese sociali, dall’altro detassando verticalmente il capitale,
moltiplicando le agevolazioni per le imprese, espandendo i trasferimenti
pubblici al padronato. Un governo di alternativa dovrebbe realizzare un
programma di segno opposto: da un lato un forte aumento di salari e
pensioni, un vero salario garantito ai disoccupati senza contropartite
di flessibilità, una forte espansione della spesa sociale
nell’istruzione, nella sanità, in opere pubbliche ecologicamente
compatibili; e dall’altro il finanziamento di queste misure con la
tassazione progressiva dei grandi patrimoni, profitti e rendite, con
l’abolizione dei trasferimenti pubblici alle imprese private, con
l’abbattimento delle spese militari, con l’abolizione dei finanziamenti
pubblici a scuole e sanità private…
Qualsiasi soluzione che non realizzasse questo rovesciamento speculare
nella redistribuzione della ricchezza, si limiterebbe ad amministrare la
regressione sociale avvenuta in vent’anni. Potremmo chiamarla
alternativa?
In terzo luogo un’alternativa vera non potrebbe limitarsi ad un puro
orizzonte redistributivo, ma dovrebbe affrontare il nodo della
proprietà.
In vent’anni la borghesia italiana e i suoi governi sono intervenuti in
modo radicale sul tema della proprietà: hanno promosso privatizzazioni
gigantesche, enormi concentrazioni, riassetti proprietari di grande
rilevanza nei settori strategici della produzione, del credito, dei
servizi. Un’alternativa vera dovrebbe innanzitutto procedere, con eguale
radicalità, nella direzione opposta: rinazionalizzare, senza indennizzo,
e sotto il controllo dei lavoratori le imprese e i servizi privatizzati;
nazionalizzare senza indennizzo e sotto controllo operaio e sociale le
aziende in crisi, che licenziano, che inquinano; nazionalizzare senza
indennizzo e sotto controllo operaio e popolare le industrie
responsabili di truffe e speculazioni -spesso di enorme portata- a danno
di lavoratori, consumatori, piccoli risparmiatori.
I casi Parmalat e Cirio, i casi Eni ed Enel, sono esemplari. Dimostrano
che non può esservi alleanza con il profitto "buono" contro la rendita
parassitaria. Che l’intreccio tra profitto e rendita, proprietà
industriale e banche, è, tanto più oggi, inestricabile nel capitalismo e
che senza incunearsi con forza nel diritto di proprietà, ogni
predicazione contro "corruzione e malaffare" resta illusione e
ipocrisia.
E’ vero: questo programma di alternativa non è compatibile con il
capitalismo italiano e la Ue. Ma questo dimostra una volta di più la
necessità di superare l’illusione neoriformista di un’Europa sociale in
ambito capitalistico, di un antiliberismo svincolato
dall’anticapitalismo. L’alternativa è anticapitalistica o non è, su
scala sia italiana che europea. E chiama necessariamente la prospettiva
di un’alternativa di potere. Se le classi dirigenti d’Italia e d’Europa
hanno fallito, incapaci di prospettare qualsiasi prospettiva di
progresso, spetta ai lavoratori, ai giovani, al blocco sociale
alternativo emerso nelle mobilitazioni di questi anni rifondare su basi
socialiste la società italiana ed europea.
Peraltro la lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici in
Italia, avrebbe un’enorme ricaduta su scala europea ed internazionale.
L’OPPOSIZIONE COMUNISTA E’
IRRINUNCIABILE
3) Infine la lotta per
un’alternativa vera, di società e di potere implica la salvaguardia di
un’opposizione comunista e di classe, a tutti i governi della borghesia
italiana. L’opposizione comunista è irrinunciabile. E’ questa una
considerazione di principio, inaggirabile, e di grande rilevanza
strategica. Non riguarda solo i comunisti, ma l’insieme del movimento
operaio e le sue prospettive.
Innanzitutto si tratta di un principio elementare della tradizione
storica comunista, prima della degenerazione staliniana. Quella che
faceva dire a Rosa Luxemburg: i comunisti stanno all’opposizione sino
alla conquista del potere. Non c’è rifondazione comunista
rivoluzionaria, quindi antistaliniana, senza recuperare il principio
marxista dell’opposizione comunista ai governi del capitale.
Ma soprattutto l’attualità del recupero di questo principio elementare
del marxismo è testimoniata dall’esperienza pratica delle collaborazioni
di governo dei "partiti comunisti" nell’attuale fase di crisi
capitalistica internazionale. In un contesto storico segnato
dall’esaurimento dello spazio riformistico l’ingresso dei partiti
comunisti nei governi borghesi significa semplicemente il loro
coinvolgimento nelle politiche di attacco ai lavoratori. Così è stato
per il Pcf prima nel governo Mitterand-Marchais dell’81-'83 poi nel
governo Jospin del '97-2001. Così è stato per il nostro partito nel
primo governo Prodi del '96-'98. Così è oggi per il Partito Comunista
del Sudafrica nell’attuale governo Mbeki…
Queste considerazioni si attagliano pienamente al caso italiano.
Cacciare Berlusconi per un’alternativa di classe deve essere come
abbiamo detto, una parola d’ordine centrale dei comunisti. Ma proprio
quella parola d’ordine implica l’opposizione comunista a un eventuale
governo d’alternanza.
Certo. Come Prc dovremmo batterci per una cacciata di Berlusconi per via
di una spallata di massa, ciò che in ogni caso creerebbe condizioni
migliori di lotta per l’alternativa. Ma se le direzioni maggioritarie
del movimento operaio bloccheranno questa soluzione di lotta radicale,
la prospettiva d’alternanza potrebbe rafforzarsi. In quel caso i
comunisti se da un lato avrebbero tutto l’interesse a concorrere alla
sconfitta di Berlusconi sullo stesso terreno elettorale al fine di
legarsi ai sentimenti delle masse -con accordi puramente tecnici con
altre forze della sinistra politica e sociale- avrebbero al tempo stesso
la necessità assoluta di preservare la totale autonomia politica della
propria opposizione da un governo borghese dell’Ulivo. Di più:
dovrebbero sviluppare un’opposizione radicale alla politica di quel
governo, entrare nelle contraddizioni del suo blocco sociale,
rivendicare la rottura della Cgil con il governo, raccogliere
l’avanguardia di tutti i movimenti contro la politica di concertazione e
le prevedibili misure antipopolari del governo. Ed anzi proprio
l’inevitabile delusione di massa a seguito della prevedibile politica di
Prodi darebbe all’opposizione comunista uno spazio reale di costruzione
e di radicamento nelle lotte. Viceversa ogni altra soluzione
significherebbe un’inaccettabile compromissione del Prc: sia nel caso di
un ingresso diretto del Prc nel governo Prodi, come vorrebbe l’attuale
maggioranza della segreteria nazionale del partito. Sia nel caso di un
appoggio esterno del Prc al governo come vorrebbe la componente
dell’Ernesto e di Erre: una soluzione che coinvolgerebbe in egual misura
le responsabilità del partito come ha dimostrato l’esperienza del
sostegno esterno del Prc a Prodi nel '96, e come dimostrano oggi il
sostegno esterno dei Pc indiani al governo del loro paese. No. Su questo
terreno decisivo non possono esservi equivoci e compromissioni.
L’opposizione comunista a un governo liberale non può essere messa in
discussione. In nessuna forma. Dev’essere comunque preservata. Nessun
governo della borghesia, di centrodestra o di centrosinistra può essere
privato di un’opposizione di classe e comunista.
UNA PROPOSTA APERTA A TUTTI
I COMPAGNI E LE COMPAGNE. AL DI LA’ DI OGNI VECCHIA DIVISIONE DI MOZIONE
Questi tre assi non esauriscono
naturalmente la complessità e le articolazioni di una proposta
congressuale alternativa. Ma ne rappresentano, a nostro giudizio, il
fondamento ineliminabile.
Fuori dalla chiarezza di questi tre assi di fondo ogni unità
congressuale sarebbe un pasticcio opportunistico, senza respiro e senza
futuro. Ma su questi assi di fondo la più larga unità dal basso
dell’opposizione interna alla svolta governista di Bertinotti, oltre
ogni vecchia barriera di "mozione", rappresenterebbe un fatto politico
rilevante e carico di prospettive. Non solo per il Prc ma per
l’avanguardia operaia e giovanile di questi anni di lotte.
Con questo spirito aperto ci disponiamo - da subito - all’interlocuzione
più ampia con tutti i compagni e le compagne del nostro partito.