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ELEZIONI POLITICHE 2008
LA SINISTRA E' MORTA.
RICOMINCIAMO DAI COMUNISTI
Col ventre ma anche col cervello
Scrivere
a caldo a volte fa bene. Scarica la tensione, i nervi e permette di
mettere nero su bianco gli umori che scaturiscono dall'assimilazione più
o meno coatta delle migliaia di dati, notizie e commenti che si ricevono
in queste ore di deludentissimo epilogo della campagna elettorale, del
ricorso alle urne per il rinnovo del Parlamento. Non ci saranno
rappresentanti comunisti, e più in generale della sinistra, nelle nuove
Camere. Non ci sarà nessun senatore di Rifondazione Comunista o
deputato, così neppure dei Comunisti Italiani, dei Verdi o di Sinistra
Democratica.
E, seppure si parli di un recupero di resti a Rovereto e di un possibile
senatore solitario del la Sinistra l'Arcobaleno nell'emiciclo della
Camera Alta, la giornata che abbiamo vissuto e che rivediamo oggi con
questo commento è e resta storica. Dalla fondazione della Repubblica in
avanti non c'è stata legislatura in cui non fossero presenti sugli
scranni di Montecitorio e di Palazzo Madama le sinistre, i comunisti.
Insistiamo su questa ambivalenza perchè ci fa ancora più male che parole
come "socialismo, comunismo, pacifismo, ecologismo" scompaiano dal
Parlamento. Non dubitiamo del fatto che il Partito democratico e il
Popolo della libertà pretenderanno di farsi carico almeno di un peloso
riferimento al perseguimento di politiche di pace e di rispetto
dell'ambiente (le prime con il reinvio e rafforzamento delle missioni
belliche all'estero, le seconde con l'edificazione delle grandi opere
dal ponte sullo stretto di Messina al Mose, dalla Tav alla base Usa di
Vicenza); non dubitiamo che tenteranno anche di dirci, di suonarci la
serenata che incanti i lavoratori sulla bontà dell'estensione del
precariato, del lavoro flessibile e della defiscalizzazione massima per
le imprese...
Senza rappresentanza. Vittoria per Confindustria e Vaticano
Per questo qualcuno tenterà di dire che, in fin dei conti, anche se i
comunisti in Parlamento non ci sono più, quelle istanze sociali
troveranno cittadinanza ugualmente. Ma la sconfitta, la vera e propria
debacle da la Sinistra l'Arcobaleno interroga prima di tutto il punto
della rappresentanza: chi porterà davanti al governo le richieste dei
più deboli, dai lavoratori ai migranti, dai pensionati agli studenti,
dai precari ai movimenti?
Chi farà le interrogazioni parlamentari sui Cpt? E sui criminali omicidi
che quotidianamente si riscontrano nei cantieri e nelle fabbriche? Chi
porterà sui banchi dei ministri i problemi della scuola pubblica, della
sanità, delle pensioni? Che fine faranno le istanze di tutte queste
persone? Forse qualche deputato o senatore del Partito democratico un
poco meno centrista di altri si porrà qualche scrupolo e riceverà degli
input dalla società, dai singoli come dalla collettività. Ma la risposta
di un nuovo governo di destra, pervicacemente razzista, liberista e
pericoloso per la stabilità democratica e per l'equilibrio tra i poteri
dello Stato, sarà di chiusura anche verso il buon volontarismo di
qualche sparuta reminiscenza socialisteggiante di un ex diessino o di un
democristiano di sinistra che non abbia gettato del tutto alle ortiche
il proprio passato, la propria provenienza.
Confindustria e il Vaticano possono ben cantare vittoria, possono
affidarsi ad un larghissimo schieramento che condivide, con leggerissime
differenziazioni, il primato della morale cattolica sul laicismo
repubblicano e il primato del profitto sul salario. Basterebbero queste
due polarizzazioni di attenzione politica verso i poteri forti per
comprendere come il prossimo Parlamento sia una specie di monoblocco, un
monolite attorno a cui aggirarsi a tratti increduli per le prime ore e,
dopo aver superato lo schock, con uno spirito fortemente legato alla
critica, ad una critica che torni al sociale, che si ritrovi
nell'analisi del conflitto tra il capitale e il lavoro.
Il giudizio su la Sinistra l'Arcobaleno?
Ma non voliamo alto, restiamo ad un piano di comprensione del voto. Gli
analisti si affannano a ricercare un giudizio sulla coalizione della
sinistra che sembrava dover dare seguito ad una domanda di recupero
delle istanze dei più deboli e che, invece, ha solo dato e avuto come
risposta un flop dalle dimensioni inequivocabilmente titaniche. Se
proprio si vuole dare un giudizio sull'esperienza de la Sinistra
l'Arcobaleno, sembra del tutto ovvio che quello migliore lo si possa
affidare al voto medesimo: la nostra gente, le persone che per una vita
hanno votato partiti comunisti, ecologisti o comunque di area anche solo
socialista questa volta hanno deciso di comportarsi in alcuni modi che
escludevano comunque un consenso per il tanto agognato soggetto
"unitario e plurale":
1) c'è chi ha deciso di non recarsi alle urne e di esprimere così una
protesta sia verso il più generale ambito della politica italiana, sia
nei confronti di una sinistra fatta dai ceti politici e che ha saltato
ogni momento assembleare, anche quelli meramente di partito o movimento,
e che ha pensato di dare una risposta alla manifestazione del milione di
comunisti a Roma il 20 ottobre con l'assemblea, quella con la "S"
maiuscola, quella che doveva lanciare un percorso partecipativo dal
basso che non si è mai concretato;
2) c'è chi ha pensato che la Sinistra l'Arcobaleno fosse un soggetto
annacquato dal moderatismo espresso da Sinistra democratica e fatto
proprio da alcuni dirigenti del PRC come Franco Giordano e la pattuglia
di quelli che continuiamo a definire gli "scioglientisti": come dare
torto a Manuela Palermi quando afferma che in risposta al suo sostegno
ai giovani che a Bologna hanno fischiato Ferrara, Bertinotti è uscito
pochi minuti dopo con un comunicato stampa che esprimeva solidarietà al
leader degli antiabortisti? Questa dimostrazione di
iper-istituzionalismo, derivata da una galanteria moderata veramente
eccessiva, ha disorientato i nostri elettori e li ha portati verso altri
lidi;
3) l'eredità del governo Prodi non è un fattore da trascurare: non
abbiamo avuto neanche la politica dei due tempi. Abbiamo solamente
sostenuto politiche di attacco al lavoro, alle pensioni e di
militarizzazione del territorio, sperando che nel nuovo anno, in questo
"annus horribilis", si aprisse una stagione di riforme sociali. Ma
Veltroni ha fatto il capolavoro, ha destrutturato il centrosinistra e ha
permesso alla destra di ritrovare una solida cartilagine unificante,
proprio nel momento in cui lo sfaldamento della Casa delle Libertà
appariva come irreversibile;
4) il tentativo di cancellare dalla storia politica di questo paese i
comunisti che, va ricordato, ne la Sinistra l'Arcobaleno rappresentavano
comunque l'80% delle forze che ne avevano dato vita, è stato azzardato
con una discussione da operetta, anzi da bar..., sulla presenza o meno
della falce e martello sul simbolo. Mussi ha fatto in fretta a
dichiarare che lui i conti con quel simbolo li aveva già fatti all'atto
di nascita del PDS e che, pertanto, la questione non si poneva. Ma
dietro a queste affermazioni stà la traduzione più vera della
contrapposizione tra sostenitori dei simboli del lavoro e detrattori dei
medesimi: derubricare il comunismo dall'agenda della sinistra, creare
una sinistra che, con una espressione che ci ha sempre fatto
rabbrividire, fosse "senza aggettivi", che aspirasse a diventare "la"
sinistra, per antonomasia, per eccellenza, per diritto di popolo. Ma, a
quanto pare, questo diritto di emanazione popolare proprio non c'è
stato. Anzi, siamo davanti ad una sonora bocciatura dell'esperimento
federativo e quindi se va ripensato, questo va fatto su tutta un'altra
impostazione, cambiando rotta e mettendo a valore le esperienze che
esistono, i partiti che sono sulla scena politica da vent'anni dopo la
Bolognina, i movimenti e le autorganizzazioni sociali che protestano per
la salvaguardia dei territori, della sostenibilità tra ambiente e
sviluppo, per la casa, il lavoro, la salute. Se c'è un verdetto nel
risultato de la Sinistra l'Arcobaleno, ebbene questo è inocculatabile:
chi voleva il partito unico della sinistra ora sa che non lo vogliono
gli elettori. Ne prendano atto. Se non lo faranno, se si continuerà a
proclamare ai quattro venti che l'irreversibilità del processo
unificante e unico della sinistra è data, sancita e bollata per diritto
quasi divino, allora del tutto probabilmente si esacerberanno gli animi
di tanti e tanti militanti, di compagne e compagni che - diciamolo
serenamente - hanno creduto pochissimo a la Sinistra l'Arcobaleno ma
che, nonostante ciò, hanno lavorato per due mesi senza un attimo di
sosta per una buona affermazione della lista dai colori dell'iride.
Dopo il voto
Dunque siamo extraparlamentari. Siamo un poco come nel '68, ma allora
forse c'era un qualche motivo di vanto nel rimanere fuori dalle sedi
istituzionali. C'era l'ondata rivoluzionaria, il cambiamento radicale
della società che sembrava a portata di mano. Oggi al governo ci sono
per la terza volta Berlusconi, Bossi e Fini e in Parlamento c'è
un'opposizione che, il più delle volte, si schiererà con la maggioranza
ad esempio in politica estera o sul convenire che le imprese pagano
troppe tasse, che il salario è una variabile dipendente dal mercato e
che la flessibilità è un male necessario per alcuni, una benedizione per
altri.
Va aperta una discussione. Una discussione franca, sincera, anche
brutale. Va detto con chiarezza quello che bisogna dire, senza reticenze
di alcun tipo, senza timidezze. Ne va dell'esistenza di Rifondazione
Comunista, principalmente, in questo Paese. L'unica forza della sinistra
che ha in sedici anni provato ad investire prima su un protagonismo
operaio e poi su quello dei movimenti per finire nel cercare una
coesistenza tra le lotte e il ruolo di governo. La linea portata avanti
dal gruppo dirigente del PRC mostra oggi i segni di un cedimento
strutturale questo sì irreversibile. C'è ancora la possibilità di
mettere insieme sia l'autonomia dei comunisti che l'unità della
sinistra. Ma l'unicità della sinistra no, ci porterebbe solamente a
percentuali elettorali ancora più basse e ad una sclerotizzazione
progressiva delle nostre strutture, ad una disaffezione di massa delle
compagne e dei compagni proprio da quella politica che intendevamo
salvare e che, invece, ci ha punito così severamente.
Squadra che perde si cambia. Attendiamo un segnale dai gruppi dirigenti.
L'esempio di Boselli forse lo dovrebbero seguire in molti.
Una considerazione personalissima
La sinistra è morta. Parafrasando un grande attore americano potrei dire
che anche io non mi sento troppo bene... Ma non è vero. Certo, il colpo
è stato forte, ma siccome non siamo ancora sul limitare della storia e
siccome almeno noi trentenni vorremmo poter sperare di vivere una nuova
stagione in cui ridare all'Italia un forte partito comunista, ci sia
permesso lavorare in questo senso. Dedichiamo tutte le nostre energie,
intellettuali e manuali alla ricostruzione della sinistra che passa,
prima di tutto, per una riorganizzazione politica dei comunisti in
Italia. Non è ancora finita, compagne e compagni. E citando Guccini...:
"Ognuno vada dove vuole andare, ognuno invecchi come gli pare, ma non
raccontare a me che cos'è la libertà...".
MARCO SFERINI
15 Aprile 2008
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